Attualità | Società

Contro la famiglia

La pandemia ha rafforzato l’urgenza di un cambiamento nell’idea di coppia e di famiglia.

di Laura Tonini

Una scena tratta da "La famiglia" di Ettore Scola, 1987

Chi sono i nostri affetti stabili? Che cos’è una famiglia? Probabilmente sono domande che durante una pandemia sarebbero sorte comunque a livello inconscio, ma negli ultimi giorni sono diventate ineludibili. Sono interrogativi profondi e in qualche modo angoscianti da porsi in un momento storico fluido, caotico come questo. Le risposte sono misteriose per lo più. Esther Perel è una terapista e sessuologa americana che si occupa di terapia di coppia. È diventata famosa per un podcast molto seguito in cui in ogni puntata conduce una terapia con delle coppie vere, anonime. C’è qualcosa di voyeuristico, ma anche di irresistibile. Qualche tempo fa ha rilasciato al New Yorker un’intervista molto interessante, soprattutto per l’ultima risposta: «Hai una definizione che funziona di amore?», le chiede Alexandra Schwartz.  «È innanzitutto un verbo», dice lei, «e non è uno stato di entusiasmo permanente». L’ho trovata vera e fulminante. L’ho trovata anche molto in contrasto con la nozione comune di amore romantico.

I troubadour provenzali con il loro amore aulico sono stati i primi a suggerire che l’amore potesse essere pagano e non religioso, un primo piccolo tassello di distacco dall’ascetismo cristiano, che fino a quel momento aveva plasmato la morale e la produzione artistica. L’antichità era stata in definitiva pansessuale e paciosa, catulliana: l’imposizione del Cristianesimo segnò una effettiva svolta oscurantista e sotto molti aspetti brutale. Con i troubadour per la prima volta il desiderio per un altro essere umano ha cominciato a occupare un suo posto nel mondo e durante il Seicento passerà dalla lirica shakespeariana, fra le altre. La sua applicazione pratica però – il tutto, l’eternità, l’anima gemella eccetera – è sbocciata nella seconda metà del 1800 per affermarsi dopo la Prima guerra mondiale, quando ci sono state le giuste condizioni socio economiche perché questo accadesse. Non ultima, l’emancipazione femminile portata dalla guerra: il massiccio trasferimento di uomini al fronte che si tradusse in una maggiore partecipazione femminile nelle attività lavorative fuori di casa, e ne provò la forza come leader familiari. Non si poteva più tornare indietro.

Soprattutto quello che stava accadendo in tutta Europa era l’industrializzazione: cioè un processo da alveare indaffarato di specializzazione del lavoro e di inurbazione. Le persone cominciavano a lasciare le campagne e i loro clan familiari per stabilirsi in città e diventare delle unità mononucleari. In questo nuovo assetto l’idea di fedeltà ed esclusività sessuale erano legate alla sopravvivenza: necessariamente la coppia doveva poter essere considerata una stabile unità economica, abbastanza solida da garantire la procreazione. Nel Novecento la sensibilità postmoderna ha frantumato l’idea eterna di amore romantico ed è arrivata la disillusione, ma soprattutto quella stessa nuova forma di lavoro, che è diventato per molti qualcosa in più di fatica, ha portato un nuovo concetto: l’autorealizzazione. In un certo senso l’amore romantico è diventato amore sconfitto.

L’epica novecentesca dell’eterna solitudine dolente, di cui siamo ancora tutti possentemente imbevuti, nasce dall’incapacità di conciliare la propria autorealizzazione con l’amore per qualcuno di diverso da sé. È un modo stranamente simile a quello cattolico della patristica di intendere il matrimonio, come una sorta di monumento al sacrificio del sé per porre uno scalcinato rimedio alle necessità pressanti dell’esistenza. La patristica pone più l’accento sul sesso, la sensibilità novecentesca sulla solitudine e sulle necessità emotive, ma il discorso è più o meno lo stesso. In Matrimonio e Morale, un testo sorprendentemente moderno, Bertrand Russell scrive: «Ricordo che una volta un dottore mi consigliò di abbandonare il fumo e mi disse che l’avrei trovato più facile se ogni volta che avessi provato il desiderio di fumare mi fossi messo a succhiare una caramella acida. L’intenzione di San Paolo nel consigliare il matrimonio è la stessa».Stiamo vivendo un nuovo, strisciante e lunghissimo cambio nell’assetto socio economico. Emerge un nuovo Io vivente e narrante (lo vediamo nei ventenni, ce lo diciamo spesso noi trenta-quarantenni) e diventa più chiaro che c’è una metabolizzazione da operare, anche tramite la storicizzazione. Se continuiamo a descrivere e concepire l’amore romantico con le connotazioni narrative ottocentesche non potremo che decretarne all’infinito la morte, mentre la risposta alla domanda “dobbiamo rinunciare all’amore romantico?” è: No. Secondo me, sia chiaro.

Esther Perel al Summit of Greatness, 14 settembre 2017, Columbus, Ohio. Foto di Kirk Irwin/Getty Images for Summit of Greatness

Ma c’è una evidente incrostazione di abitudini e stereotipi che storicamente  si sono arrugginiti nel concetto di amore. L’esclusività sessuale in senso stretto è forse una delle sue escoriazioni più evidenti e prenderne coscienza è assolutamente compatibile con l’essere ardentemente entusiasta dell’idea di coppia ed è anche assolutamente compatibile con un principio di fedeltà e di onestà. Il significato che si attribuisce ai due termini dipende, di solito, dal livello di consapevolezza della persona. L’autorealizzazione invece dovrebbe poter poggiare su un amore onesto, più che romantico. Dovrebbe servirsene come si fa con le rampe di lancio e anche le recenti spinte egualitarie femministe vanno esattamente verso questa direzione: la fusione fra autorealizzazione e amore. Essere in grado di vedere nella progettualità e nella libertà dell’altro riflesse le proprie. Essere contemporaneamente nido roccioso e moltiplicatore di potenza.

Non c’è solo il punto sentimentale o sessuale, naturalmente, non si può scindere il concetto di amore da quello di famiglia. Come nel caso dell’amore romantico parliamo di un fenomeno che profuma di istituzione millenaria, ma mente. La famiglia mononucleare come la intendiamo oggi è il prodotto dell’ascesa storica della classe borghese, una recente variazione sul  modello tradizionale che era quello del clan intergenerazionale. Un clan largo, larghissimo.

Più o meno tutta la psicoterapia attuale fa risalire all’ambiente familiare dei primi anni di vita l’equilibrio psicofisico del bambino e della persona. Nel tempo si è reso evidente che non è tanto la struttura della famiglia a costituire un parametro, quanto la qualità delle cure. Insomma l’assenza di stress e la capacità di rispondere ai tanti e diversi bisogni emotivi di un bambino sono il fattore più importante del suo sviluppo primario. Se servisse una ragione per additare come triviali le polemiche contro le famiglie omogenitoriali, per esempio, questa è una buona argomentazione.

Le teorie più radicali e visionarie, quelle che hanno provato il superamento della famiglia tradizionale inteso in senso affettivo e sessuale, risalgono più o meno tutte agli anni Sessanta, trovano nel ‘68 la loro espressione più chiassosa e ovviamente sono intrise della dottrina dell’epoca. Tante ingenuità e tanti anacronismi, anche se in fondo predicano semplicemente una sorta di ritorno alle origini pre-borghesi. Le Comuni sono state una delle risposte agli interrogativi in questione. Lo psichiatra sudafricano David Cooper, una delle figure di riferimento dell’antipsichiatria, individuava nella privacy un elemento fondamentale della famiglia borghese, da lui aspramente disprezzata. Il suo ragionamento non è privo di infondatezze, ma rimane affascinante: «Non c’è da sorprendersi che un elemento fondamentale di distinzione sia divenuto rapidamente l’isolamento in una casa propria e la privacy, vale a dire la possibilità di occultare la vita privata rispetto all’occhio sociale e di filtrare l’accesso allo spazio domestico». La privacy non influenza solo i rapporti coniugali, per Cooper, ma anche e soprattutto quelli genitoriali. Volendo sintetizzare il suo pensiero si può dedurre che “abbandonare” un bambino solo con i suoi due genitori biologici vuol dire lasciarlo alla mercé delle loro nevrosi, delle loro mancanze, delle loro umane incapacità. Vuol dire levargli la possibilità di interagire con un gruppo di adulti più numeroso, che sarebbe ovviamente più capace di rispondere a una più ampia gamma di bisogni emotivi.

C’è un famoso proverbio giapponese: ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino.

La maggior parte delle testimonianze a oggi disponibili di persone che abbiano trascorso la propria infanzia in ambienti collettivi è estremamente positiva. La maggior parte rammenta di aver capito di vivere in una situazione percepita come innaturale solo nell’età scolare, con il confronto con i bambini “normali” e soprattutto con i loro genitori. Tutti si ricordano come bambini sereni e non disconoscono l’esperienza, spesso la reclamano con orgoglio. Inoltre il merito più evidente dell’esperienza comunitaria è quello di aver creato il concetto di famiglia d’elezione, quello che ci fa disgustare all’idea che i propri congiunti, durante una pandemia mondiale, siano solo quelli legati a noi dal sangue.

Può essere complesso fissare dritto nelle pupille tutte le sfumature e le complessità che pone la scelta di uscire dal modello di famiglia tradizionale, ma l’ovvio guadagno sarebbe un modello sociale più sostenibile, più consapevole, più aderente alla sensibilità contemporanea per quanto secoli di istituzione tendano a suggerire il contrario. Più amoroso, infine, come tutti lo vogliamo.

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