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22:57 martedì 19 maggio 2026
Se siete in Sicilia e incontrate Mick Jagger, sappiate che è lì perché interpreta il padre di Josh O’Connor nel nuovo film di Alice Rohrwacher La sua parte però sarà piuttosto breve, poco più di una scena accanto a Kyo, il personaggio interpretato da Josh O'Connor.
Il prezzo del desideratissimo Royal Pop di Swatch e Audemars Piguet è già crollato ma era assolutamente prevedibile Molti reseller stanno dunque scoprendo solo ora che passare ore in fila ad aspettare forse non è stata la più sensata delle decisioni.
Cate Blanchett produrrà l’adattamento cinematografico di Fashionopolis, il famosissimo libro-denuncia sul fast fashion di Dana Thomas Lo farà con la sua società di produzione, Dirty Films. Il film verrà scritto (e co-prodotto) dalla stessa Dana Thomas e diretto da Reiner Holzemer.
La Presidente irlandese Catherine Connolly ha detto di essere orgogliosa di sua sorella Margaret, medico di bordo della Global Sumud Flotilla arrestata dalle forze armate israeliane Lo ha detto durante un incontro con re Carlo a Buckingham Palace. E ha aggiunto di essere anche «molto preoccupata».
Sta per uscire un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
Dopo 55 anni di oblio e censura, a Cannes verrà finalmente presentata la versione restaurata de I diavoli di Ken Russell E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
Sempre più scrittori inseriscono apposta dei refusi nei loro testi per non essere accusati di usare l’AI È una sorta di test di Turing al contrario: adesso sono gli esseri umani a dover dimostrare di non essere delle macchine.
Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.

C’era una volta la Milano dei Club Dogo

Nei vent'anni passati dal loro primo disco al ritorno appena annunciato è cambiata la scena hip hop italiana e, soprattutto, la città che avevano incarnato e raccontato.

30 Ottobre 2023

«Io sono il colpo rotto che inceppa la glock/ in mano ad uno sbirro che spara ad un black block/ io sono l’esplosione che lo sfregia come Sloth/ io sono il cortocircuito che spegne l’elettroshock/ un santo con un’aureola di smog/ io sono un pezzo di merda, un Ban Dog non c’entro un cazzo con l’hip-hop». Cantavano così i Club Dogo nel 2003, nel pezzo “Hardboiled (Sabotatori)” contenuto in Mi Fist, il loro primo e mitologico album. Chi l’avrebbe detto che esattamente vent’anni dopo, a nove dal loro misterioso scioglimento, ad annunciare la reunion della band, che avverrà a marzo con una serie di concerti al Forum e di cui biglietti sono stati polverizzati in pochissime ore, sarebbe stato il sindaco di Milano in persona, giocando a Batman, in un video girato in una terrazza di un grattacielo, affacciata sull’avveniristico quartiere di Porta Nuova? Già, chi? Noi no di certo, noi che nel 2003 avevamo da poco superato i vent’anni, e che avremmo riso in faccia a chiunque avesse solo provato ad associare il nome dei Dogo a quello dell’allora sindaco Albertini.

Ma si sa, la comunicazione nella politica è cambiata. E poi Beppe Sala è il capo in questo ambito, dato che in passato, uno dopo l’altro, aveva già intervistato Mahmood, Marracash, Ghali e Jovanotti. Guardare quel video comunque mi ha dato la stessa sensazione che ho provato l’anno scorso quando avevo visto esibirsi al supershow del Superbowl Dr. Dre & gli Avengers del rap. Una sorta di consacrazione della cultura hip-hop che, anche a casa nostra, si è ormai trasformata da movimento underground di rottura in una fiorentissima industria macina soldi entrata prepotentemente anche nella moda e soprattutto nel lifestyle delle persone. Vedere in giro per strada cinquantenni con le Jordan ai piedi e il New Era cacciato sulla testa era inimmaginabile quando i Club Dogo sputarono fuori Mi Fist, più che altro perché la scena rap italiana, seppellita dall’ondata indie che aveva travolto il mercato, era data per morta ormai da tutti. I gruppi che avevamo ascoltato nella nostra adolescenza, (i Sangue Misto, gli Otierre, gli Articolo 31, i Sottotono), si erano sciolti e l’hip-hop non interessava più a nessuno.

Anche la città era molto diversa dalla criticatissima Milano di oggi, trasformata sempre di più dalla bolla immobiliare e dal caro-affitti in un ghetto iper-gentrificato per vecchi ricchi. Non c’erano i grattacieli progettati dalle archistar, i boschi verticali,  i quartieri messi in vendita al fondo sovrano del Qatar e le nuove zone ribattezzate dalla classe creativa con ridicoli acronimi, all’epoca. Non c’era internet, non c’erano i social e nemmeno whatsapp. Se volevi beccare qualcuno dovevi uscire di casa e il più delle volte andare in piazza. Se ripenso alla Milano degli anni ’90 ricordo i nomi di tutte le piazze, luoghi di aggregazione sociale e disgregazione mentale che, insieme al Parco Sempione, a Vetra, a qualche centro sociale, (come ad esempio Pergola e poi tantissimo il Bulk), furono centrali per la vita giovanile della città. C’erano Guastalla, Feltre, Passione, Giambologna, Sant’Agnese, Quarto Oggiaro, la Barona, Bacone, San Celso e mille altre.

Quando i tre componenti del gruppo planarono sulla scena, (resuscitandola), diventarono un po’ i cantori di quella Milano, come dei reporter di guerra inviati con il taccuino in mano in aree di crisi. Il loro merito più grande fu quello di portare l’hip-hop fuori dalla nicchia di puristi dove era stato rinchiuso fino ad allora e diffonderlo, contemporaneamente, sia nelle discoteche pettinate del centro che tra gli zarri che abitavano nelle case popolari in periferia. Il segreto del loro successo fu che le loro rime diventarono come delle istantanee, delle polaroid, che raffiguravano la vita che tutti noi, più o meno, vivevamo in quegli anni, selvaggi e anarchici, in cui ci si atteggiava a fare un po’ gli artisti e un po’ i malavitosi. Giocavamo a fare le superstar della droga all’epoca e invece di andare a lezione passavamo le mattinate in Aula IV al Politecnico o in Auletta in Statale, con gli occhiali da sole glamour e le Fred Perry addosso, l’Alverman custodito nella tasca interna delle nostre giacche a vento costose e le Nike Silver che ci luccicavano ai piedi. Il week end andavamo al Mazoom con le cassettine di Ralf che compravamo alle bancarelle il sabato pomeriggio alla Fiera di Sinigaglia sparate a mille nello stereo della macchina e la domenica ascoltavamo i Dogo nel walkman sentendoci parte di un qualcosa di disperato e olfattivamente magnifico, ancora tutti fatti dalla serata precedente.

«Rimo dai furti degli scudi, specchietti e forcelle”, “Rimo da quando i fra’ ti rubavano il Woolrich», «Rimo da quando le zarre si son messe le prime Buffalo», erano frasi che parlavano esattamente di noi, di quello che vedevamo tutti i giorni o di qualcuno che conoscevamo bene. I Dogo furono talmente bravi e risultarono alle nostre orecchie completamente nuovi perché valicavano i confini dei generi musicali che ascoltavamo, un po’ come in letteratura avevano fatto gli scrittori che la critica aveva chiamato “cannibali”. Ascoltando oggi i dischi dei Dogo tornano alla mente i consigli che Pier Vittorio Tondelli dava ai giovani aspiranti romanzieri nel progetto Under 25: «Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale, piuttosto raccontate storie che si possano riassumere oralmente in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati. Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università». Sono stati accusati “di essere troppo gangsta”, “di fare troppo gli americani”, ma la realtà dei fatti è che all’epoca veramente c’erano gli scavalli delle giacche in discoteca, il business dei motorini rubati, lo smazzo delle palline di fumo nei bagni delle scuole ai cambi d’ora e i cilum al pomeriggio al Parco Sempione. Come c’erano le feste sfascio dove, letteralmente, volavano i divani fuori dalle finestre e c’erano le risse, “i cazzo guardi”, “i cazzo ridi, tu di dove sei?”, le scarpate, gli schiaffi e le cinghiate tra gente di quartieri diversi e “i cariconi” ai babbi, dei poveri malcapitati che venivano spesso abusati da compagnie intere.

Oggi lo scenario è completamente diverso: la trap e il rap sono dappertutto. A Milano l’immigrazione dal sud è stata sostituita dai figli e dai nipoti degli stranieri che invece di fare i calciatori vogliono fare tutti i rapper, perché ci sono i soldi e perché vedono la musica come unica soluzione di riscatto sociale. Gente che già alle elementari ascolta i giovani trapper come Shiva, Baby Gang e Rondo e si chiama “brò”, mentre i loro eroi finiscono sui giornali più per gli arresti e le sparatorie che per le rime che scrivono. In città la forbice tra ricchi e poveri si è allargata a dismisura e i ragazzini non passano più le giornate in piazza ma a scrollare sui telefonini pagine social di persone che fanno la bella vita su uno yacht a Ibiza o a bordo di macchine ultra-costose pensando: «Se ti punto un coltello alla pancia posso avere tutto quello che voglio». Questo è rimasto ed è così che si è trasformata in vent’anni la Milano di Mi Fist.

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