Il Department of Justice sostiene che tutto è stato fatto per «proteggere delle potenziali vittime di Epstein» ritratte nella foto.
Bill e Hillary Clinton si sono rifiutati di testimoniare davanti alla commissione parlamentare che indaga sul caso Epstein
In una lettera pubblicata dal New York Times, i Clinton hanno accusato il presidente della commissione di persecuzione ai loro danni.
Si può attaccare il Venezuela, minacciare la Colombia e Cuba di subire la stessa sorte, ribadire che la Groenlandia deve diventare americana con le buone o con le cattive, ventilare un intervento anche in Iran a sostegno della popolazione che protesta contro l’ayatollah. Si può fare tutto questo e comunque il pubblico americano continuerà a interessarsi sempre della stessa cosa, di una sola cosa: il caso Epstein. Adesso più che mai, verrebbe da dire, vista la decisione di Bill e Hillary Clinton di rifiutare di andare a testimoniare davanti alla commissione parlamentare che sta indagando sul caso Epstein. I Clinton hanno annunciato e spiegato la loro decisione con una lettera, di cui il New York Times è entrato in possesso, in cui scrivono che «per tutte le persone arriva un momento in cui decidono di aver visto abbastanza, di averne abbastanza, un momento in cui decidono di combattere per questo Paese, per i suoi princìpi e il suo popolo, a qualsiasi costo».
Si riferiscono, i Clinton, a quello che ritengono un’arma di distrazione di massa che l’amministrazione Trump sta impiegando per far dimenticare ai cittadini americani quanto Trump sia coinvolto nel caso Epstein (molto, a detta di tutti quelli che si sono presi la briga di compulsare i file fin qui pubblicati dal governo americano). A capo della commissione parlamentare, infatti, c’è il senatore repubblicano del Kentucky James R. Comer. Trumpianissimo, ossessionato dai Clinton (a detta dei Clinton), che da mesi cerca di portare davanti alla sua commissione per ascoltare la loro testimonianza sulle vite, parole, opere e missioni di Jeffrey Epstein. Comer vuole – voleva, a questo punto – che i Clinton fornissero la loro testimonianza in modo da poter poi girare tutto al Justice Department e mettere formalmente sotto accusa l’ex Presidente e la ex First Lady. Come ultimissima scadenza, Comer aveva fissato martedì 13 gennaio per Bill e mercoledì 14 gennaio per Hillary. Dopodiché, Comer ha promesso che avrebbe accusato sia Bill che Hillary di oltraggio alla corte.
Stante così le cose, c’è l’altissimo rischio che la faccenda diventi una questione legale piuttosto intricata. I Clinton, sostanzialmente, accusano Comer di persecuzione, di star usando (e abusando, secondo diversi precedenti stabiliti dalla Corte Suprema e segnalati dagli avvocati dei Clinton) di poteri che il Congresso gli ha concesso per condurre un processo il cui unico intento è umiliarli e coinvolgerli in una vicenda riguardo alla quale entrambi hanno ribadito di non avere «alcuna informazione rilevante». Ciò che di rilevante i Clinton sanno affermano di averlo già fatto sapere a Comer e alla commissione d’inchiesta con delle deposizioni scritte. Non si capisce perché, sostengono Bill e Hillary, Comer si sia accontentato di queste deposizioni scritte in altri sette o otto casi, in cui i diretti interessati non si sono poi dovuti presentare davanti alla commissione. Per i Clinton non basta la parola scritta, evidentemente, e Comer insiste che la loro testimonianza deve essere resa di persona, in un’udienza a porte chiuse. Con un invito che, a questo punto, sembra destinato a cadere nel vuoto, gli avvocati dei Clinton hanno suggerito a Comer di «farsi indietro».