Attualità | Politica

Cinquant’anni di Bob Kennedy

Siamo stati al gala della fondazione a lui dedicata in occasione delle celebrazioni della campagna di RFK: una vicenda politica più attuale che mai.

di Rolla Scolari

Un momento del Gala Robert Kennedy Human Rights che si è tenuto a Montecarlo lo scorso 25 ottobre

La bambina aveva cinque o sei anni. Giocava alla Seconda guerra mondiale con uno dei suoi dieci tra fratelli e sorelle. Michael era in cima a un albero di magnolia e usava gli enormi baccelli come granate, colpendola in testa. Kerry corse allora dal padre in lacrime. Robert F. Kennedy le asciugò il viso, l’abbracciò e le disse di chiamare suo fratello: gli avrebbe parlato. “Giustizia sarà fatta – annunciò lei a Michael –. Il procuratore generale degli Stati Uniti d’America vuole parlarti”. Bob chiese al figlio di tacere e alla figlia di raccontargli l’accaduto. Poi chiese alla figlia di tacere e al figlio di raccontargli l’accaduto. “E mentre Michael dava la sua versione dei fatti — ci dice oggi la figlia del senatore di New York — ho capito che non aveva del tutto torto. E che io non avevo del tutto torto”. Il padre fece riconciliare i due fratelli prima di spedirli in camera a leggere un libro, per un’ora. “Il suo messaggio a noi bambini e al Paese era lo stesso: la pace non è qualcosa per cui preghi e basta. Tutti noi nel nostro piccolo abbiamo una responsabilità nel realizzarla. Gli avversari non sono nemici, ma fratelli e sorelle. E per creare la pace è necessario educarsi, quindi andate nella vostra stanza e leggete per un’ora”.

Sono passati 50 anni dalla campagna presidenziale del senatore Bob Kennedy, interrotta nelle cucine di un grande albergo di Los Angeles dalla violenza del suo assassinio. Mancano invece pochi giorni alle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Cinque decenni e nove presidenti dopo quel 1968, temi che sembravano risolti e inquietudini sociali che l’America aveva dimenticato tornano con insistenza in un discorso politico polarizzato, e si materializzano nella concretezza dei recenti pacchi bomba spediti ai leader democratici e a organizzazioni mediatiche nazionali, oltre che nell’attentato alla sinagoga di Pittsburgh. Tuttavia, se l’America degli anni ’60, scossa dalla violenza razziale e dalle rivolte sociali, era attraversata anche da un messaggio unificatore — sanare le divisioni era il mantra di RFK — la politica oggi, negli Stati Uniti come in Europa, si alimenta di fratture sociali, economiche, etniche.

Non menziona mai Donald Trump Kerry Kennedy durante il gala nel principato di Monaco con cui celebra i 50 anni della campagna presidenziale del 1968 e della Fondazione Robert F. Kennedy Human Rights, da lei diretta e nata per preservare e diffondere la visione del padre e l’eredità kennediana, educando al rispetto dei diritti umani nel mondo. Evoca invece l’“immaginazione morale” di Bob, auspica una “leadership che faccia risaltare il meglio della nostra natura (nell’originale inglese, quel “better angels of our nature” del primo discorso inaugurale di Abraham Lincoln). Lo fa ricordando quel 4 aprile 1968, quasi due mesi esatti prima dell’assassinio del padre. Robert F. Kennedy era in viaggio, in campagna elettorale. Dal cassone di un camion a Indianapolis tenne uno dei discorsi che hanno fatto la storia del Paese. Il reverendo Martin Luther King era stato ucciso poche ore prima sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, Tennessee. I sobborghi di centinaia di città degli Stati Uniti ribollivano di rabbia. La polizia lo avvertì. La tensione era alta a Indianapolis e nel resto del Paese, quella notte. Non avrebbe potuto proteggerlo in caso di sommosse, era troppo pericoloso parlare, ovunque ma soprattutto nel quartiere a maggioranza afro-americana dove era previsto il rally elettorale. Il senatore scese comunque in strada. Annunciò alla folla la morte di King: “Quello di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non sono le divisioni. Quello di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non è l’odio. Quello di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti non sono violenza e assenza di legge, ma sono l’amore, la saggezza e la compassione l’uno nei confronti dell’altro, un sentimento di giustizia verso coloro che ancora soffrono nel nostro Paese, che siano bianchi o neri”. E concluse con tono ottimista: “Possiamo fare bene in questo Paese”. Quella notte, ci furono rivolte in oltre 130 città americane. A Indianapolis prevalse la calma.

Una delle foto di Bob Kennedy battute all’asta durante la serata di gala del 25 ottobre

L’assassinio di RFK avvenne in questo clima di tensioni sociali strazianti, di scontri politici infiammatori: c’era una guerra infinita in Vietnam che agitava le piazze, le lotte per i diritti civili rendevano inquiete le piazze, e la morte di MLK innescò sommosse in tutta l’Unione.

“I colpi non fecero nemmeno troppo rumore. Esplosero come i fuochi d’artificio del giorno prima, nel quartiere cinese di San Francisco. Secchi, leggeri. Bob si trovava di profilo rispetto all’assassino e distava da lui meno di un metro. Il primo colpo gli entrò sotto l’orecchio destro ficcandosi dentro il mastoide, il secondo colpo gli entrò nel collo. E mentre si portava le mani alla faccia, proprio il gesto di Jack, mentre scivolava all’indietro in silenzio, proprio il gesto di Jack, il radiocronista Andrew West trasmetteva: «Gli hanno sparato! Il senatore Kennedy è stato colpito! L’assassino è dinnanzi a me. Tiene ancora la rivoltella in mano e continua a sparare»”.

Raccontava così i concitati momenti della morte del senatore di New York Oriana Fallaci su l’Europeo, ed evocava Jack, il fratello, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti, ucciso a Dallas soltanto cinque anni prima. “In seguito all’assassinio del fratello – ha scritto di Bob pochi mesi fa, nell’anniversario della sua morte, USA Today – ha subito una metamorfosi simile a quella di Franklin Roosevelt che, più o meno alla stessa età, è stato colpito dalla poliomielite. Gli antichi rancori erano meno importanti per il senatore di New York… Come FDR, diventò più serio e compassionevole”.

“Quando mio padre corse per la presidenza – ci dice Kerry Kennedy, poche ore prima di ricevere a Montecarlo invitati e donatori — disse che la pace, la giustizia e la compassione sono ciò che gli Stati Uniti devono rappresentare: ‘Ecco che cosa farò se sarà eletto presidente’”. La vittoria alle primarie in California gli consegnò una reale possibilità di conquistare la Casa Bianca. L’icona del giovane Kennedy, che non terminò mai quella campagna, si alimenta anche di quello che avrebbe potuto essere: “Il suo obiettivo era quello di sanare le divisioni”, spiega la figlia, che in tempi di invettive, retorica polarizzante, minacce di violenza sostiene comunque di aver fiducia. Che ce la caveremo. “Ho iniziato a lavorare nel campo dei diritti umani nel 1981, quando in tutta l’America Latina c’erano dittature. Oggi non ne rimane nessuna. Tutta l’Europa dell’est era sotto il comunismo, oggi non resta neppure un governo comunista. Il Sudafrica era al culmine dell’apartheid, oggi il Sudafrica ha eletto liberamente diversi governi scelti dal popolo. I diritti delle donne non erano sull’agenda internazionale, oggi la Convenzione  sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna è stata ratificata da oltre 180 Paesi. Tutti questi cambiamenti non sono avvenuti perché voluti da governi, multinazionali, eserciti, ma sono avvenuti perché piccoli gruppi di persone hanno mantenuto il sogno della libertà e lo hanno realizzato”.

“Trump? La maggior parte di noi aspira a leader con una visione di giustizia e compassione. Questo era il messaggio di mio padre e ha funzionato. Può funzionare anche oggi”.

Kerry Kennedy

Nella foto di Harry Benson, il fotografo che ha immortalato tra gli altri i Kennedy, i Beatles e Muhammad Ali, la bambina bionda e paffuta guarda in alto con occhi innamorati il padre, un giovanissimo Bob Kennedy, sorridente, i capelli arruffati. In un contesto particolare, in una ex rimessa di motoscafi Riva, quelli del jet set e della Dolce Vita, tra abiti da sera, reali – il principe Alberto II di Monaco – e dissidenti cubani – la blogger Yoani Sanchez —  quell’immagine è stata battuta all’asta a 22mila euro da Christie’s per sostenere le attività della Fondazione, attiva anche in Italia: programmi educativi sul riscaldamento globale, la violenza contro le donne, l’immigrazione. “Quello che mi dà speranza sono l’entusiasmo nello sposare i valori di quella campagna del 1968”, e “la volontà delle nuove generazioni di essere agenti di cambiamento”, dice Kerry parlando del suo lavoro. E se con l’approssimarsi delle elezioni di metà mandato di novembre in America e delle europee di maggio risuonano parole antiche che pensavamo aver dimenticato — nazionalismo, sovranismo, razza –, la figlia del senatore ricorda come ogni generazione debba riconquistare i propri diritti, e come sia negli Stati Uniti sia in Europa abbiamo avuto una lunga storia di persone arrivate al potere attraverso “lo sfruttamento della paura, della rabbia, del senso di smarrimento: Huey Long negli anni Trenta, George Wallace – leader populisti del passato americano – e Donald Trump”. “Quando nel 1968 papà corse per la presidenza, dopo la morte di Martin Luther King, ci furono rivolte in centinaia di città. Questa divisione può tornare, e così accade con Donald Trump. La maggior parte degli americani, e anche l’Europa, aspira ad altro: a leader politici che risaltino il meglio di noi, che facciano avanzare una visione di giustizia e compassione. Questo era il messaggio di mio padre e ha funzionato. Può funzionare anche oggi”.

Per migliorare la tua esperienza utilizziamo cookie tecnici, statistici e di profilazione, anche di terze parti, per fornire un accesso sicuro al sito, analizzare il traffico sul nostro sito, valutare l'impatto delle campagne e fornire contenuti e annunci pubblicitari personalizzati in base ai tuoi interessi. Chiudendo il banner acconsenti all'uso dei cookie. Maggiori informazioni