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Chissà chi è davvero Camihawke

Indagine su un'influencer al di sopra di ogni sospetto.

05 Agosto 2021

Ho parlato per mezzo minuto con Camilla Boniardi, in arte Camihawke, una sera d’estate nel 2017. Poche settimane prima mi aveva telefonato la mia carissima amica Michi: «Ciao», «Ciao», «Certe persone che conosco stanno per girare un video, cercano l’attore protagonista, e gli ho detto che tu secondo me saresti perfetto. Ti va?», «Mmm… Boh…», «Ti pagano», «Ok». E così ero finito a recitare nel videoclip di “Threesome”, hit da un milione e spiccioli di visualizzazioni della rock band legnanese Canova, che si è sciolta poco fa quando il cantante ha piazzato la mossa Tommaso Paradiso e si è lanciato in una carriera solista. Il video potete trovarlo ancora su Youtube, sono il tizio in camicia azzurra.

Quando ho conosciuto Camihawke, dicevo, ero al concerto dei Canova in un parco a un quarto d’ora di macchina da Milano e cercavo di godermi tutta la popolarità di nicchia sulla quale sarei riuscito a mettere le mani (ero letteralmente il protagonista del video della seconda o terza canzone più famosa della band che suonava! Non sono mai stato più celebre in tutta la mia vita), con la speranza  di essere invitato nel backstage per scroccare da bere. Poco prima dell’inizio delle danze ho notato Camihawke da sola in mezzo al prato, a metà strada fra il palco e i banconi del bar. Sapevo che aveva recitato prima di me in un video dei Canova, così ho provato a fare due chiacchiere. Eravamo colleghi. Mi sa che non devo averle fatto una grande impressione e il dialogo si è interrotto molto presto, come spesso succede in questi casi. Non l’ho mai più vista dal vivo, ma l’ho vista spesso sul mio telefono.

Camilla Boniardi è l’attrice del video della canzone “Manzarek” dei Canova ma soprattutto è la curatrice di @camihawke, un profilo Instagram che vanta un milione e duecentomila appassionati (ufficiali, poi ci sono quelli come me che la spiano senza seguirla). Questo profilo, aggiornato quotidianamente, sui toni dell’arancione, è composto all’80 per cento da foto in posa e video di Boniardi: davanti al mare, in piscina, in montagna, su un set fotografico, tenere pose con il fidanzato (Aimone Romizi, rocker perugino, anche lui attivissimo sui social), in mansarda, in cucina, mentre dipinge, fa l’oroscopo, recensisce serie tv, si spende per i diritti delle minoranze, in primo (anche primissimo) piano, a figura intera. Il resto sono foto di libri (gli ultimi due, con recensione: Ocean Vuong e Teresa Ciabatti), cibo, tramonti, arcobaleni, monumenti. Qua e là, con discrezione e corredate da didascalia spiritosa, sono piazzate le pubblicità: formaggi, gelato, sapone, divani su misura fatti a mano (non male), cosmetici vegani, una sua linea personalizzata di trucchi.

Boniardi ha pubblicato lo scorso aprile con Mondadori il romanzo Per tutto il resto dei miei sbagli. Il romanzo è andato benissimo, ha venduto moltissime copie, è stato primo in classifica per parecchie settimane. L’ho preso all’Esselunga di Via Cena a Milano, una domenica sera.  Non è esattamente il mio genere, ci sono troppe virgole e i paragrafi sono un po’ troppo brevi per i miei gusti, non sono del tutto d’accordo con il suo editore quando la definisce «un po’ Jane Austen e un po’ Sally Rooney», ma chi se ne importa. Visto che ho molto tempo libero, e sono gelosissimo del successo editoriale di chiunque non sia io, ho anche guardato qualche presentazione con l’autrice su Youtube.

Dopo, sempre più psicopatico, mi sono fatto qualche domanda oziosa, le stesse che si fanno tutti da qualche anno a questa parte: quando ci si espone così, “creando contenuti” in una simulazione di contesto privato tutti i giorni per parecchie volte al giorno, davanti a un pubblico impossibile da selezionare di centinaia di migliaia di persone, è possibile fare distinzione fra vita online e offline o si rischia di farsi prendere un po’ troppo la mano? Quando Camihawke blocca il telefono e si ritrasforma in Camilla Boniardi pensa “‘sti cretini, un minuto di stronzate e mi sono beccata cinque k” oppure, prigioniera del suo personaggio, “che belli i social che uniscono le persone, adoro i miei follower”? Il suo sogno è vincere il Premio Strega o Chiaraferragnizzare la sua vita?

Non lo so, magari le due cose non sono incompatibili. D’altronde se il futuro ti spaventa non puoi più farci niente, ormai è qui. Forse il primo burino romano con un’estetica alla Tony Effe però laureato alla Normale, molto attivo e seguito sui social, scriverà il Giovane Holden italiano, verrà pubblicato da Adelphi e venderà cinque milioni di copie, rilanciando l’editoria italiana e rivoluzionando il mercato del libro, con tanti cari saluti allo stereotipo dello scrittore nascosto da qualche parte in silenzio a leggere e scrivere.

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