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I ricordi di Charlotte Gainsbourg

Abbiamo parlato con l'attrice del suo primo lavoro da regista, un ritratto della madre Jane Birkin, e del nuovo film in cui la vedremo tra poco, Gli amori di Suzanna Andler, tratto dall’omonima pièce di Marguerite Duras.

15 Marzo 2022

Ascoltando le parole di Charlotte Gainsbourg, nella parentesi di tempo concessa per l’intervista, il flusso verbale e di immagini scorre su due piani, non paralleli ma che collimano e tornano distanti: da un lato ci sono le letture, Marguerite Duras in primis, i giorni sul set e gli scambi con registi come come Benoit Jacquot o Lars Von Trier, dall’altro le memorie private, ora che Jane by Charlotte, il ritratto di sua madre Jane Birkin, presentato a Cannes e primo lavoro da regista ha preso forma. E ancora i Super 8, le diapositive delle case abitate, lasciate e popolate di fantasmi una su tutti quella a Parigi, in rue de Verneuil dove Jane Birkin ha vissuto con lei dodici anni accanto a Serge e dove ogni soprammobile è cristallizzato da quando il padre che l’abitava è morto nel marzo 1991.

Sembra tutto parte di una stessa storia, realtà e dimensione alterata della narrazione, l’una straborda nell’altra, specialmente quando filmare le increspature della pelle, sbirciare dentro i silenzi, chiedere di abusi di alcol e sonniferi è un modo per abbattere i filtri. «Filmare mia madre è stata una scusa per guardarla» racconta Gainsbourg, a Milano per l’anteprima de Gli amori di Suzanna Andler (diretto da Benoit Jacquot e tratto dall’omonima pièce di Marguerite Duras) nelle sale dal 21 aprile e Jane by Charlotte (al cinema dal 16 giugno).

Quando ha letto il primo libro di Marguerite Duras?
Avevo 18 anni, ho letto L’amante, ne sono stata molto colpita, per me ha un potere immenso. Poi ho letto negli anni La malattia della morte e Una diga sul Pacifico ma non pensavo di conoscerla abbastanza bene da interpretare una parte ispirata a una sua pièce. Abbiamo vissuto nella casa in cui abbiamo girato e, giorno dopo giorno, le sue parole sono diventate una mia seconda pelle. Ero così dentro alla storia raccontata in Gli amori di Suzanne Adler, non sai mai cosa succederà alla protagonista, se starà per ridere, piangere, suicidarsi, scappare, tornare dal marito. È disperata ma allo stesso tempo conserva una sua originalità, quasi fosse un bambino.

Del suo debutto da regista Jane by Charlotte ha detto che filmare sua madre è stata una scusa per guardarla. Che ruolo ha giocato lo sguardo − reciproco o mancato − in passato? E ora?
Oggi è lo stesso… Abbiamo passato due anni in cui eravamo molto vicine. Poi, però, siamo tornate al solito modo di vederci, alla distanza, alla timidezza che abbiamo. Credo che, soprattutto in passato, non sono mai stata completamente spontanea. Ero troppo timida e credo ci fosse tanto rispetto dell’una verso l’altra, lei direbbe la stessa cosa. Quando nel documentario lei dice che io sono misteriosa, è vero, me lo ha detto più volte in passato e io non l’ho sempre presa bene. Pensavo «come posso essere un’estranea persino per la mia stessa madre?». Con mia sorella non accadeva lo stesso, abbiamo padri diversi, storie diverse ma è normale che abbia con ciascuna una relazione diversa.

La fotografia cosa c’entra? Sembra quasi un rito privato…
Ho avuto bisogno della macchina fotografica per avere il coraggio di avvicinarmi a mia madre, rimanere ferma. Fotografare la sua pelle, era questo che volevo. Forse perché in quel momento eravamo lontane, avevamo perso mia sorella Kate, era un momento difficile. Mi ero sentita in colpa per il fatto di essere partita e lei mi mancava. Poi durante il Covid ho sofferto di depressione, dovevo continuare a filmare. Quando sei così, non hai filtri, la cercavo, parlavamo di tutto. Non è stato così facile essere così vicine e chiedere aiuto. Quando c’è da aiutare qualcuno mia madre sa esattamente come fare e siamo riuscite a toccare ogni argomento, malattie, perdite, morte, invecchiare, tutto.

C’è qualcosa di lei che non sapeva e che ha scoperto?
Niente che lei abbia detto, non ci sono state grandi rivelazioni, ognuna conserva ancora i suoi segreti ma prima del Festival di Cannes l’ho sentita dire: «Non sapevo quanto contassi per lei!» Forse pensava che mio padre avesse occupato nella mia memoria tanto spazio, per lei è stata una sorpresa. Mio padre era sempre su un piedistallo, è morto nel 1991 e mi mancava. Per un momento era come se ci fosse solo questo e credo di non averle dimostrato abbastanza negli anni.

Riavvolgendo il nastro è vero che è stata al centro di un tentativo di rapimento?
Sì è vero, è accaduto quando ero adolescente. Non so tanto ma ricordo di essere tornata a casa da scuola nella casa di mia madre. Non ricordo se mio padre fosse lì, mi ricordo la polizia e ho capito che c’era un piano di rapimento sventato, mio padre era lì, terrorizzato e lo capisco bene ora che ho figli se fosse successo a me sarei stata a pezzi. Non so se fosse andato anche in prigione… In ogni caso è successo, è stato orribile e mio padre era così spaventato che ha voluto, da allora, avere intorno a noi guardie del corpo persino per accompagnarci a scuola, per me era imbarazzante, detestavo quella sensazione.

E quando suo padre ha bruciato una banconota da 500 franchi in diretta tv i compagni le hanno bruciato i compiti, anche questo è vero?
Sì, anche questo. Avevo 11 anni, loro ne avevano 14-15 e dopo che tutti avevano visto ciò che mio padre aveva fatto in tv per puntare il dito contro le tasse, sono stata un po’ torturata a parole. Ma non ero arrabbiata con mio padre, a dire il vero non sono mai stata arrabbiata con lui, mai. A volte ero imbarazzata quando era ubriaco e diceva cose che mi sembravano un po’ scioccanti ma mai arrabbiata.

Se alcune case sono cattedrali, sicuramente quella di suo padre a Parigi, cristallizzata nel tempo, in rue de Verneuil, lo è…
Per me è un luogo molto doloroso ma ha anche una dimensione intima, ho lasciato tutto intatto da quando è morto, ho pensato che fosse l’unico modo: non toccar nulla, rispettare la posizione di ogni oggetto, ogni carta o mobile. L’ho conservato come un mausoleo, in nome del rispetto che avevo di lui. Niente è cambiato, forse tornerà? si chiedeva una voce in me, ovviamente folle. Quando entravo e mi chiudevo dietro la porta era come se venissi trasportata indietro nel tempo, era rigenerante e orribile quando uscivo e la vita continuava a scorrere. Dopo che mi sono trasferita a New York ho pensato di dover andare avanti, staccarmi da quella casa, venderla o farne un museo ed è ciò che sta succedendo, questo significa consegnare le chiavi e dire a me stessa che non è più la mia casa o non invitare più lì le persone. Sarà difficile ma necessario. Ogni volta che nella mia famiglia avevamo una casa, anche in Normandia, avvertivo un forte trasporto emotivo. Credo che mia madre sia così, ha avuto più di una casa e ciascuna era una parte fondamentale della sua vita e ogni volta che le vendeva era come superare un lutto.

In Jane by Charlotte parla anche di corpo, la dimensione tattile è parte del dialogo. Che rapporto ha avuto crescendo con il corpo di sua madre e con il suo?
Vengo da una famiglia per cui l’estetica riveste un ruolo importante. È stato molto difficile crescere con un fisico come il mio, nella mia famiglia era molto difficile piacersi. Già mia nonna era bellissima, una bellezza hollywoodiana e mia madre pensava di non essere così bella quanto lei. Solo per dire che la competizione era inarrivabile. Notavo tutte le mie imperfezioni, odiavo il mio naso, pensavo che non fossi come loro ma, allo stesso tempo, grazie a mia madre ho capito come amare il mio corpo, che siamo donne ciascuna in modo diverso.

Che rapporto ha, invece, con il suo corpo di attrice?
Per lungo tempo sono stata timida. Amo le scene che riguardano il corpo, il contatto, persino quelle che scuotono perché erano in qualche modo più forti del mio imbarazzo. Credo che quando ho girato The Antichrist con Lars Von Tier sia stata l’esperienza più fisica che ho mai avuto sul set, dovevo piangere, essere isterica, essere nuda, piena di sangue, girare scene di sesso, tutto era così al di fuori delle misure che non mi interessava di nulla, non ero imbarazzata. L’unica volta in cui mi sentivo davvero di mettere in campo il mio io era quando piangevo.

Ha detto in un’intervista che non è il tipo di artista che condivide tutto, ha bisogno ogni tanto di nascondersi…
Sì, quando sono andata a New York, ci sono rimasta per sei anni, ho scoperto che potevo essere davvero anonima, a nessuno interessava chi fossi, nessuno parlava dei miei genitori. Talvolta qualcuno mi riconosceva, per i miei film, la mia musica. È stato rigenerante, non mi era mai successo. Ora Parigi è la mia casa, la Francia il mio Paese, ma è necessario ogni tanto fuggire via.

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