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Che cos’è il carbon passport e perché potrebbe diventare indispensabile per viaggiare

Dopo la pandemia c’è stata un’esplosione dell’overtouris: alcune mete hanno visto un incremento di turisti dell’84 per cento, come riporta The ConversationSe da una parte questi numeri hanno contribuito alla ripresa economica di tante regioni, dall’altra pongono nuovi interrogativi sulle conseguenze ambientali dei viaggi. Le emissioni generate dal settore del turismo ammontano a circa un decimo del totale nel mondo e sono sempre di più gli scienziati che dicono che un cambiamento radicale delle nostre abitudini in fatto di viaggi è ormai necessario, quasi inevitabile. Tra le ipotesi che si stanno considerando ci sarebbe anche l’introduzione di un “carbon passport”, che consentirebbe agli individui di spostarsi in aereo fino al raggiungimento di un massimo di emissioni individuali.

Secondo un report di Intrepid Travel questa soluzione consentirebbe anche di calcolare in anticipo e provare a rispettare un “carbon budget”, che non dovrebbe andare oltre i 750 miliardi di tonnellate. Per i singoli questo comporterebbe limitare i propri spostamenti a un totale di 2,3 tonnellate di emissioni di carbonio all’anno. Quante sono 2,3 tonnellate? Secondo i calcoli di Intrepid Travel corrispondono a un volo da Rio de Janeiro a Riad. Non tantissimo se si considera che un americano medio oggi genera 16 tonnellate ogni anno. A tanti potrebbe sembrare una limitazione esagerata, ma Intrepid Traveler sostiene che il concetto di “carbon passport” entrerà presto a far parte del normale dibattito sul cambiamento climatico e probabilmente diventerà una consuetudine entro il 2040. Alcuni Paesi europei hanno iniziato a introdurre delle misure per favorire altri mezzi di trasporto. Ad esempio, da aprile di quest’anno il Belgio ha aumentato le tasse sui voli brevi e con vecchi aerei, la Francia ha eliminato i voli interni e Spagna e Germania stanno lavorando a provvedimenti simili.