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Il nuovo report dell’Onu sulla crisi climatica dice sostanzialmente due cose: sta andando tutto molto male e andrà tutto sempre peggio Non solo non riusciremo a tenere l'aumento della temperatura sotto gli 1,5 gradi di media, ma entro la fine del secolo rischiamo che l'aumento tocchi i 3 gradi.
La nuova campagna di Valentino si chiama Interferenze ed è scattata in un ex centrale elettrica romana convertita in museo La campagna è stata scattata da Glen Luchford nella Centrale Montemartini di Roma, ex centrale elettrica convertita in museo nel 1997.
L’uomo condannato per l’omicidio di Tupac aveva scritto in un libro di essere il mandante dell’omicidio di Tupac, poi è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio di Tupac e ha detto che in realtà si era inventato tutto per vendere più copie Il libro si intitola Compton Street Legend, autopubblicato, 215 pagine con filigrane a forma di foro di proiettile, e descrive Duane Keith Davis, detto Keffe D, come l'uomo che procurò la pistola che fu usata per uccidere Tupac.
Four Tet ha pubblicato su YouTube un set di 4 ore e mezza 58 tracce condensate in 4 ore e 24 minuti. Nel video ci sono inediti, remix, canzoni dal suo repertorio fantasma e numerose collaborazioni.
A Gaza non si possono più far volare gli aquiloni perché Israele li considera una minaccia terroristica Lo ha annunciato il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, secondo il quale «Un aquilone viene trattato come un drone, con o senza esplosivi».
Ci sono così tanti video dell’inondazione in Nepal generati con l’AI che il governo nepalese ha intimato alle piattaforme di rimuoverli tutti immediatamente E ha pure creato una task force di polizia esclusivamente dedicata alla caccia di questi contenuti e alla denuncia delle persone che li creano e diffondono.
Ib Kamara lascia Off White ed è l’ennesima brutta notizia per lo streetwear Sono previste però special capsule firmate da lui con dieci collaboratori esterni, tra cui il musicista Kid Cudi e lo stilista Raul Lopez.
Il governo serbo concederà a Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, il funerale di Stato perché «era pur sempre un generale» «Il generale Mladic è un generale, e ci sono dei protocolli da seguire», questo si è limitato a dire il Ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic.

La capanna come stile di vita

È un'aspirazione nata molto prima della pandemia che si collega a una certa idea di equilibrio e a una serie di importanti progetti d'autore.

07 Agosto 2020

Pensi alla pace, alla libertà e a tutte quelle cose ormai perdute e ti spuntano fuori immagini di capanne fuori dal mondo alla Thoreau, Cabanon dove dimenticarsi dei vestiti alla Le Corbusier, prefabbricati con ogni comfort disegnati da archistar, persino strutture per avvistamento incendi affittate su Airbnb a 200 dollari a notte. È l’epoca in cui aspiriamo alla capanna. Oggi un prefabbricato in vetro, legno e acciaio, luci calde, una grande libreria dietro una poltrona Eames, se postato su Instagram garantisce qualche migliaio di like, non può non piacere. Ma non è colpa del Covid. Questo immaginario non è parente del voler andare a vivere in campagna o nei borghi cablati, il lusso di svegliarsi ogni mattina in una capanna è un sogno nato molto prima del marzo 2020.

C’è differenza tra chi, una decina di anni fa, con un buon impiego in settori dove la creatività era tutto fuorché manualità, sognava di lasciare la vita metropolitana, le crisi finanziarie e personali, per andare a costruire muretti a secco. Quello era fare downshifting, scalare marcia, dare fondo ai risparmi, acquistare una casa in un bosco ed immergersi in libri motivazionali per affrontare questo nuovo stile di vita. Era un’operazione detox, e probabilmente faceva anche un po’ sorridere chi in campagna ci viveva da sempre. Era una fuga, o il suo tentativo, da raccontare. Se si guarda bene, l’idea capanna ha ben poco a che fare con la fuga. Le capanne sono idee di equilibrio, non di squilibrio, non sono fatte per mettersi contro il resto del mondo, anzi.

L’alta borghesia americana, che nel dopoguerra tutto voleva fare tranne che scalare marcia, ha ingaggiato i migliori architetti per farsi costruire cottage nelle campagne del Connecticut e del Massachusetts. Da parte loro, gli architetti sono sempre stati attratti dalla progettazione di spazi ridotti ai minimi termini, ma ricchi di comfort. Marcel Breuer e Walter Gropius, arrivati in America ed arruolati da ricchi privati per proseguire l’esperienza della Bauhaus, firmarono i progetti di diversi cottage.

Il Chamberlain Cottage, ad esempio, o Casa Stillman – del solo Breuer – un progetto “out of town” che garantirà all’architetto ungherese più di trent’anni di collaborazione con l’industriale Rufus Stillman. Edifici – capanne solo da un punto di vista ideale, non certo per i metri quadrati – sintesi tra i principi dell’architettura moderna (finestre a nastro aperte sul bosco, piloni in grado di sopraelevare il punto di vista), la funzionalità e le primitive passioni dell’uomo verso arte e natura. Una volta completata la struttura, venivano chiamati artisti come Alexander Calder a lavorare sui muri esterni. Espressioni di un certo modo di vivere, una confortevole sospensione del tempo lontano dalla città.

Chamberlain Cottage, di Marcel Breuer e Walter Gropius

Casa Stillman di Marcel Breuer

L’interno di Le Cabanon di Le Corbusier

Quando Le Corbusier costruì il suo “cabanon” sulla costa francese, lo disegnò di 3,66 per 3,66 metri. Molto si è scritto delle proporzioni e delle funzionalità di ogni elemento interno a questo edificio. Ma, di tutto il progetto, la cosa davvero importante è ciò stava fuori. Il Cabanon non è stato un edificio concepito per fuggire e per chiudere le porte al mondo, era un riparo da cui uscire il prima possibile e vivere appieno l’esterno. Una unità abitativa al contrario. L’architetto aveva sessantaquattro anni, aveva trasformato per sempre il modo di abitare di una società, e continuava ad essere chiamato per ridefinire l’idea di città: da che cosa poteva voler fuggire? «Nei diari di Le Corbusier non c’è nessuna malinconica solitudine», scrive il filosofo Lorenzo Caffo nel libro Quattro Capanne o della semplicità (Nottetempo), «semplicemente perché Le Corbusier si era dato il tempo di amare, di sbagliare, di lavorare, di esistere».

Ma i quattordici metri quadrati del Cabanon si possono ancora ridurre, con la ricerca si può eliminare qualcosa. Il progetto altamente sperimentale “Diogene” di Renzo Piano misura 3 per 2,5 metri: si può acquistare, è nel catalogo Vitra come «il più piccolo edificio Vitra, ma il suo più grande prodotto». Deve il nome al filosofo greco Diogene di Sinope, il quale si liberò di ogni bene materiale per passare la sua vita in una botte. Ma l’idea ascetica della fuga sta solo nel nome. In questo prefabbricato di sette metri quadrati non si celebra la vita nella natura fine a se stessa, piuttosto si sperimenta la completa gestione delle fonti energetiche a vantaggio dell’uomo. È una capanna ad alta tecnologia, e le sue radici affondano nel mare, più che nella campagna. È una costruzione che nasce da una barca – c’è la firma di Renzo Piano – il cui scopo è considerare ogni centimetro a disposizione e renderlo efficiente, utile, indispensabile.

Insomma, progettare e vivere in uno spazio semplice come una capanna è un lusso. Quando Zach Klein inizia a raccogliere foto di capanne e prefabbricati immersi nella natura e le etichetta come “Cabin Porn” è un imprenditore nel settore tech, fondatore e designer di Vimeo. Il Cabin Porn è nato come un blog, poi è diventato un libro – anzi un coffee table book – quindi un trend, un hashtag, un fenomeno più vicino all’aspirazionale che alla botte di Diogene o alla vita che Thoreau conduceva a Walden. La scarsità di metri quadrati quadrati, un vincolo di bilancio quando si firmano i contratti per gli appartamenti metropolitani, diventano un sogno che forse un giorno potremo realizzare: andremo anche noi a vivere in sedici metri quadrati, nel bosco.

Due esempi di garden office

Nel 2015, Muji ha ingaggiato i migliori designer per progettare micro-house ispirate alle Kyosho Jutaku giapponesi. Naoto Fukasawa l’ha immaginata in legno, Jasper Morrison in sughero e Konstantin Grcic in alluminio. Sono spazi così piccoli che, per lo meno in Giappone, non hanno bisogno di permessi, possono essere posizionati in qualsiasi area, non sono dotati né di acqua né di elettricità. Sono concepiti come rifugi dove dedicarsi alle proprie passioni, dove a farla da protagonista è il lusso più contemporaneo di tutti: il tempo.

Ma la capanna è anche l’alternativa all’ufficio, allo studio, forse il contrappasso dell’open-space. Dopo il Covid, in rete si sono moltiplicati articoli, foto e render di uffici per chi è costretto a restare a casa, ma non in casa. Uno studio londinese di design ha trasferito il suo studio in una capanna posizionata nel patio di una abitazione, spiegando che si tratta di un «ultimo santuario contro le divisioni imposte dalla Brexit». È la capanna come gesto politico, privato o pubblico che sia.

Sarebbe bello conoscere il finale di questi progetti molto belli da sfogliare. Insomma capire per quanto tempo un essere umano possa davvero vivere o lavorare in una capanna. A Walden, Thoreau resistette due anni, due mesi e due giorni. Unabomber, probabilmente, ci vivrebbe ancora oggi, se non fosse arrivata l’FBI.

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