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05:53 sabato 24 gennaio 2026
Il trasferimento del Leoncavallo in via San Dionigi è saltato e adesso non si sa che ne sarà del centro sociale A cinque mesi dallo sgombero di via Watteau, l'ipotesi via San Dionigi è definitivamente tramontata e ora non si sa come procedere.
Oltre 800 artisti hanno lanciato un appello per chiedere che la repressione delle proteste in Iran sia trattata come un crimine contro l’umanità Tra i firmatari ci sono anche Shirin Neshat, Jafar Panahi Juliette Binoche, Marion Cotillard e Yorgos Lanthimos.
Arctic Monkeys, Pulp, Blur, Fontaines D.C., Depeche Mode, Cameron Winter, King Krule, Wet Leg, Anna Calvi: l’album Help 2 è il sogno realizzato degli amanti dell’indie E questi sono solo alcuni degli artisti e delle band riuniti dalla War Child Records per questo album di beneficenza che uscirà il 6 marzo.
Jeremy Strong è talmente fan di Karl Ove Knausgård che lo ha anche intervistato per Interview I due hanno parlato del nuovo romanzo di Knausgård ma soprattutto di quanto entrambi odino essere famosi.
A Davos gli Stati Uniti hanno presentato il piano per la costruzione di “New Gaza” ed è peggio delle peggiori aspettative Si è parlato molto di grattacieli e appartamenti di lusso affacciati sulla costa, molto poco, quasi per niente del futuro di istituzioni e popolo palestinese.
Cameron Winter dei Geese ha tenuto un concerto a sorpresa a un minuscolo evento di beneficenza per Gaza Si è esibito per 250 fortunati e ignari spettatori al Tv Eye di New York, presentandosi pure con un nome falso, Chet Chomsky.
La comunità scientifica è strabiliata da una mucca che ha imparato a usare una scopa per grattarsi La mucca si chiama Veronika, ha 13 anni, vive in Austria ed è il primo esemplare di bovino a dimostrare questa capacità con scientifica certezza.
Dopo quattro anni di silenzio, finalmente è uscita una nuova canzone degli Arctic Monkeys Fa parte dell'album benefico di War Child Records che uscirà a marzo e che, oltre a riunire band e artisti strepitosi, vanta la collaborazione di Jonathan Glazer.

Il talento indispensabile di Sacha Baron Cohen

Il sequel di Borat è un appello dell’attore a recarsi alle urne in vista delle elezioni del 3 novembre. E l’ennesima prova di tutta la sua bravura.

26 Ottobre 2020

Borat è stato il motivo per cui Pamela Anderson, nel 2006, ha divorziato. Lo ha proprio scritto sui documenti consegnati all’Ufficio di Stato, “ragione del divorzio: Borat”. L’ex marito Kid Rock, repubblicano, non aveva apprezzato la sua partecipazione al film in cui Sacha Baron Cohen nel ruolo del giornalista kazaco Borat Sagdiyev aveva provato, davvero, a rapirla secondo la migliore tradizione matrimoniale del Kazakistan, infilandola in uno speciale “sacco di nozze”. Nonostante nel sequel, il nuovo mockumentary Borat – Seguito di film cinema arrivato su Amazon Prime a 14 anni di distanza dal primo capitolo, non siano presenti scene tanto iconiche, vi sono numerosi elementi che permettono di comprendere ancora una volta l’abilità incredibile di Baron Cohen, che è un intellettuale, fa ridere come Peter Sellers ed è alto quasi due metri come Jacques Tati, con quella stessa fisicità allampanata dei clown francesi. Che sa cantare (Sweeney Todd), suonare il violoncello, incatenare il pubblico a un’interpretazione intensa (The Spy, The Trial of the Chicago 7), e che soprattutto ha riformato la satira sull’America, quella che al termine della risata catartica impone di redigere un rapporto sui difetti di una nazione intera.

Nel nuovo film di Jason Woliner, Borat emerge come da una capsula del tempo. In tutti questi anni, ha scontato ogni tipo di pena per aver fatto imbarazzare il Kazakistan con le sue imprese precedenti, ma ora è stato inviato di nuovo in America per riuscire a ingraziarsi il presidente “McDonald Trump”. Al suo fianco c’è sua figlia di 15 anni, Tutar, che tiene in una gabbia e che ha intenzione di regalare al vicepresidente Mike Pence come gesto di cordiale amicizia. «Così potrai stare in una gabbia d’oro», le dice, «come Melania».

Ma è passato tanto tempo, quella certa mentalità provinciale, retrograda, razzista e intimamente bianca che permea tutto il substrato culturale statunitense e in cui nella sua prima avventura Borat aveva scavato, è diventata lampante. L’obiettivo non è più quello di mostrare al pubblico l’esistenza opportunatamente ben celata di alcuni comportamenti nauseanti (americani e non), quanto piuttosto confermarli. «Nel 2006 avevi bisogno di un personaggio come Borat, misogino, razzista, antisemita, per rendere chiaro agli americani che bastava poco per tirare fuori tutti i loro pregiudizi», ha detto Baron Cohen in una lunga intervista al New York Times. L’idiot in chief kazaco con il dono della maieutica, che è comunque sempre meno scemo delle persone con cui parla. «Ma ora tutti quei preconcetti sono palesi, i razzisti sono orgogliosi di esserlo». Per questo Borat 2 preferisce concentrarsi sull’urgenza del momento, dedicando la sua tragica fotografia del Paese a chi si ritrova a poche settimane dalle elezioni presidenziali.

Maureen Dowd ha scritto che riuscire a farsi concedere un’intervista da Baron Cohen è stato faticoso. È timido. Nato nel 1971 in una famiglia di ebrei ortodossi, sui media preferisce sempre scomparire nel ruolo di uno dei tanti personaggi che ha creato. Ha studiato Storia a Cambridge, approfondendo la questione sull’antisemitismo, ha fatto teatro, frequentato la famosa École Philippe Gaulier per clown, per un canale inglese nei primi anni ’90 ha interpretato Kristo, un reporter televisivo albanese, e ha fatto anche il modello, «che tu ci creda o no», ha detto a Dowd, «ma era quel periodo in cui non volevano che i modelli sembrassero modelli».

Nel frattempo hanno iniziato a comparire tutti i suoi perfetti, provocatori, demenziali e indimenticabili personaggi. Come Brüno, il finto esperto di moda austriaco parodia degli addetti al settore, e Ali G, il rapper che esiste dalla fine degli anni ’90: prima come ospite di un programma di Channel 4, poi come protagonista del Da Ali G Show in cui ha intervistato David Beckham, l’astronauta Buzz Aldrin, persino Donald Trump. Pensavano tutti fosse una persona vera, anche Madonna, che nel 2000 gli ha chiesto di partecipare al video di “Music”.

Sacha Baron Cohen travestito da Donald Trump alla conferenza Conservatory Political Action

E oltre alle caricature che volevano dissacrare tutto e tutti, repubblicani e democratici (in Who is America ha satirizzato la sinistra interpretando un professore di “Studi di genere sulle donne” che dice cose come «mio figlio, Harveymilk, non è autorizzato a fare pipì in piedi. Mia figlia, Malala, invece sì») per palesare l’inefficacia dei radicalismi in generale nel cambiare le cose, ha recitato in film di finzione, drammatici, mostrando tutto il suo talento di attore: Hugo Cabret, Les Misérables, The Spy (sull’agente segreto Eli Cohen), The Trial of the Chicago 7 in cui interpreta l’attivista Abbie Hoffman. Aaron Sorkin ha detto che quando Baron Cohen ha girato la scena più importante del film, in cui in piedi in tribunale tiene il discorso decisivo, sembrava Jack Nicholson in Codice d’onore.

Borat 2 è un mockumentary, quel genere ibrido tra il film e il documentario in cui quando accade qualcosa, accade davvero. Baron Cohen ha vissuto davvero per cinque giorni con due complottisti di QAnon restando sempre nel personaggio, si è intrufolato davvero vestito da Trump al Conservative Political Action Conference rimanendo chiuso alcune ore in bagno per eludere la sicurezza. E l’avvocato del presidente, Rudy Giuliani, in una suite di Manhattan, si è davvero messo le mani nelle mutande davanti alla figlia di Borat, pensando fosse una giornalista. Sacha Baron Cohen che si traveste da Borat che si traveste da texano, caricatura antisemita, Trump, tecnico del suono, contadino, complottista, solo per farci vedere non dove stiamo andando ma dove siamo arrivati.

C’è una frase che da qualche tempo si è insinuata nel lessico pubblico e dei media, una piaga (un’altra) nota come “questo film è ciò di cui avevamo bisogno”, applicata a tanti titoli con poche giustificazioni. Ma lo ha scritto anche Vulture a proposito del sequel e del suo tempismo, che è ciò di cui ha ancora bisogno l’America, dove nel weekend, nel cuore della downtown di Nashville, il pastore evangelico Steve Warren ha cantato alla folla «un voto a Trump per ricominciare, tornare fieri come eravamo un tempo», e vai col ritornello «non credere ai sondaggi, abbi fede nel Signore, portiamo l’America al suo vecchio splendore». Un’esortazione ulteriore a recarsi alle urne, la satira di cui c’è ancora bisogno per cambiare, e per farlo davvero.

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