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Blanco, la fama dei diciott’anni

Un incontro con l’artista bresciano che da settimane è in cima alle classifiche con il singolo di Mace “La canzone nostra”. Dal nuovo numero in edicola.

12 Febbraio 2021

Esiste una sorta di villaggio vacanze per mistress e schiavi in Sardegna. Blanco lo scopre per caso prima che si inizi a scattare, scoppia a ridere, potrebbe averci pensato più volte nel corso del pomeriggio considerando quanto i suoi testi da “Sottogonna” a “Notti in bianco” fino a “Ladro di fiori” evidenzino una certa componente sessuale liberissima dell’adolescenza, almeno della sua, «è una cosa che vivo in modo selvaggio e non voglio generalizzare, ma a me piace che sia rozza, sporca», anche se in realtà è soltanto una sfumatura. Perché Riccardo Fabbriconi in arte Blanco, classe 2003, è tantissime altre cose che svelerà più avanti con alcuni tratti dell’atteggiamento, quello che è arrivato col treno da Calvagese della Riviera in provincia di Brescia, ci ha messo 40 minuti, e non ha neanche fatto in tempo a pranzare. Da quando “La canzone nostra”, il brano realizzato con il producer Mace e Salmo – «Mi ha chiamato direttamente dopo aver sentito un pezzo, mi fa “vuoi scrivere una strofa?”, ho pensato solo “minchia”» – ha superato il milione di stream su Spotify e conquistato il primo posto dei singoli più ascoltati in diverse classifiche, le fermate della metropolitana si sono riempite di cartelli su cui campeggia “Who the Fuck is Blanco?”, «non so neanch’io chi è. So che sono un po’ stanco ma sto bene, in generale quando dormo poco come in questi giorni sto sempre bene. Sta sera torno a casa, me la sciallo, speriamo di scopare magari».

Ha iniziato a fare musica due anni e mezzo fa, venendo notato da Eclectic Music (che poi l’ha portato in Island Records), mentre postava i primi brani a livello amatoriale su SoundCloud come “Ruggine”, in cui forse ancora maggiormente rispetto alle altre, nonostante sia un esito quasi primordiale di quello che sarebbe diventato Blanco, si può notare un’estensione vocale incredibile, le sonorità di Colson Baker (Machine Gun Kelly) e Tom DeLonge. «L’ho fatto solo per provarci con una tipa», spiega, «ed è andata bene, anche se non ci sono finito insieme, da lì mi sono appassionato alla musica che mi piaceva più di lei. Ho trovato un canale di sfogo che per ora mi soddisfa e mi rende felice. È il motivo per cui faccio quello che faccio e se un domani non dovesse più rendermi felice mi reinventerò tranquillamente come commesso di McDonald».

Quando ci incontriamo ha ancora 17 anni, ne avrebbe compiuti 18 dopo pochi giorni (il 10 febbraio), «ma non è che cambi molto per me, sarò più indipendente ed essere più indipendente è bello. Avrò sicuramente più responsabilità, però vorrei pensare alla musica e basta», e a prendere la patente, «sarei un pericolo». Poter guidare una macchina gli sarebbe servito dopo la registrazione del primo vero singolo, “Belladonna” in studio da Michele Zocca alias Michelangelo, incontrato per la prima volta a Milano a novembre del 2019 per una session organizzata dal suo manager per chiudere un pezzo, da allora lui ha iniziato a cucirgli i beat su misura, ed è diventato come un fratello. «Ma quando ho registrato “Belladonna” era inizio 2020», racconta. «Già ero arrivato lì che si era fermato il treno, partito alle 7 e arrivato alle 11, e quando abbiamo finito sono tornato in stazione a Cremona, Michelangelo era già andato e ho dovuto chiamare mia mamma che mi ha fatto 40 minuti sfollando finché non siamo arrivati a casa. Mi ricordo che avevo messo il pezzo in macchina, c’era anche mia sorella, e alla fine mi fanno “tu non sei normale”. Ho risposto “grazie”».

Il treno che non passa, chiamare tua madre, poi il telefono in mano costantemente come per evitare di sprecare qualsiasi momento di niente, sorridere (Riccardo lo fa tantissimo) e fare ridere, fenomenologia di un’adolescenza comune con tutto quel carico di emozioni ed esperienze che si provano per la prima volta e che lui trasmette bene, anche se adesso ha il profilo Instagram verificato (@blanchitobabe) e sotto alle foto gli commentano ti amo. Quindi com’è essere diventato uno di quelli di cui la gente parla e scrive? «Bho, in realtà non cambia niente. Mangio ancora la pasta col sugo».

Vuole tornare a casa, a Milano non ci starebbe almeno per ora. «La cosa bella è che i miei amici se ne sbattono il cazzo anche loro, facciamo le stesse cose che facevamo prima, ci ubriachiamo davanti alla chiesa e gridiamo in mezzo ai campi. Adesso ho lasciato la scuola semplicemente perché mi sono focalizzato su altro, ho un obiettivo. Ovviamente so che un minimo di cultura mi serve ma a un certo punto, nel mio caso, la vera scuola è stata quella fuori dalla scuola», quella che ti insegna vivere in provincia e provare ad aprirti una minuscola finestra sul mondo. E magari ti salva anche, ti conforta. «Secondo me la provincia, penso al mio paesino di poco più che 3 mila abitanti, alla fine è un posto in cui puoi fare tutto. È piccolo, dal punto di vista delle opportunità non è capace di offrirti tanto. Però le opportunità se le vuoi trovare non le trovi, te le crei. E non serve andare in città, non serve che vai da nessuna parte, devi solo trovare un luogo che ti faccia stare bene. Se un giorno sarà Milano sarà Milano, ma per adesso è quello lì dove ho i miei cinque amici. Proprio ragazzi di campagna della via Gluck». In una casa fuori città, gente tranquilla che lavorava.

«L’angelo che ho sul petto sono proprio io. Mi rappresenta perché ha la corona di spine come me che ho un lato veramente marcio. Ma è buono, io comunque sono un bravo ragazzo, non una testa di cazzo»

Non è un caso che citi Adriano Celentano, considerando che insieme a Lucio Dalla e Lucio Battisti è uno dei cantautori che ha più ascoltato da bambino insieme a suo padre. «Mi sono sempre fatto ispirare dalla musica che ascoltavo più che dalla gente che frequentavo, e Celentano per me è proprio tanta roba, mi piace la sua musica ma in generale mi piace che ha fatto di tutto, attore, cantante, una persona completa a 360 gradi. Sarebbe figo sapere come c’è riuscito, anche se poi alla fine penso abbia solo seguito il suo istinto e mi piacerebbe fare lo stesso, ma a modo mio. Però se mi chiedi dove mi vedo tra 10 anni mi tocco le palle che sono un po’ scaramantico».

L’idea che ci si fa parlando con Blanco (chiamarlo con entrambi i nomi è una scelta, anche lui si sente sempre l’uno e l’altro) e notando quanto sembri entusiasta di fare tutto, è che si presti a essere riempito e a riempirsi come qualcosa in grado di contenere tantissimi riferimenti, e nello stesso tempo che desideri essere soltanto sé stesso, senza filtri. «Posso provare una cosa?», si mette in verticale, testa in giù, altra foto, «mi devo già togliere i pantaloni? Sisi fai pure, non preoccuparti, sono anche più a mio agio in mutande». Che Blanco è sempre nudo, quasi nudo, semivestito, i primi singoli li ha scritti in mutande nella cantina di casa, dove i suoi hanno il garage, «credo sia uno stato mentale, come una comfort zone, ma non è che sono senza pudore. Dipende», sorride. «Non so quando mi fai sta domanda mi vengono in mente solo immagini porno, dai senti la parola “pudore” quanto pornografica è. Ho delle debolezze inevitabili, ma come penso si capisca non sono fisiche, stanno più nelle cose che non dico».

Viene piuttosto facile ascoltare i suoi brani e pensare alla musica punk, poi anche post punk, pop, trap, l’importante è che non si incaselli Riccardo in alcun genere musicale, «mi fa troppo incazzare quando mi etichettano. Non mi voglio precludere niente, vorrei solo essere io in tutte le mie canzoni», e quindi soltanto un ragazzo che si diverte facendo musica, che quando canta si sente come se urlasse di notte o corresse nudo per strada (appare così nella copertina di “Notti in bianco”). «Tutto quello che scrivo viene da esperienze che ho vissuto, non scriverei mai cazzate e non penso a far quadrare le cose, ai tecnicismi, vorrei che alla gente arrivasse l’emozione». Anche se per il momento ha raccontato solo di “storie selvagge”, le chiama così, in cui c’è sempre dentro una tessera della sua vita con cui si può provare a costruire Riccardo a ritroso partendo dalle parole e dalle immagini. «Sopra quel balcone/c’ho passato l’estate/e ho strappato mille pagine babe/per descriver le tue lacrime», in “Notti in bianco”, parlava di una ragazza per la quale ha trascorso 92 notti insonni a scrivere testi, “Ladro di fiori” nasce invece da un regalo che faceva a una delle sue prime ragazze anni fa, un bouquet di fiori che andava a rubare dai vicini delle case circostanti. E quindi c’è l’amore, il sesso, il rapporto tossico, in “Ruggine” canta «Sei rinata come Cristo/come il disco dei Sex Pistols/che tenevo nella polvere/con gli istinti suicidi», purché ogni aspetto sia vissuto intensamente come si può fare solo alla sua età, che poi tutto sembra un po’ una replica più disciplinata. Un giorno gli piacerebbe svelare un altro lato del suo carattere, più intimo, ma piano piano, per ora si intuisce dai tatuaggi. «Io mi faccio tutti i trip sui tatuaggi, anche la scritta Celeste ha un significato molto personale», aggiunge. «L’angelo che ho sul petto invece sono proprio io. Mi rappresenta perché ha la corona di spine come me che ho un lato veramente marcio. Ma è buono, io comunque sono un bravo ragazzo, non una testa di cazzo. Va bhe, dipende».

Foto di Petra Valenti

A parlare con Riccardo rimane che la fama a 17 anni o a 18 – «Cambia solo che a 17 puoi fare più cazzate» –  se hai un luogo in cui tornare, e se soprattutto hai la consapevolezza di essere solo un ragazzo nonostante il manager, il team, l’agenda, quello che puoi dire e che non puoi dire, non ti divora ma ti passa soltanto vicino. E puoi ancora viverti questi 18 anni andando a gridare nei campi sul Garda che per il resto c’è ancora tantissimo tempo, anche per riuscire a metterti a nudo senza spogliarti veramente. «Blanco, non so chi cazzo sia. Forse solo una mia versione ma col nome diverso». E invece Riccardo lo sai chi è? «Riccardo è sempre quel ragazzo là. Della via Gluck».

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