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Una racconto distopico in cui l’AI distrugge l’economia mondiale pubblicato su un blog ha causato una perdita di 200 miliardi sul mercato azionario Secondo alcuni si è trattato di una coincidenza. Secondo altri, il racconto ha mandato nel panico gli investitori e stravolto i mercati per un giorno intero.
Mastro Lindo è andato in pensione dopo 68 anni di onorata carriera nell’industria delle pulizie La multinazionale P&G ha deciso di ritirare il logo e ha dato l'annuncio con una conferenza stampa tenuta dallo stesso Mastro Lindo su Instagram.
Paramount è riuscita a prendersi Warner, ma adesso dovrà pagare quasi tre miliardi di penale a Netflix Che si vanno ad aggiungere ai 77 che spenderà per completare l'acquisizione. Che comunque potrebbe non completarsi, se l'Antitrust non darà il via libera. E in questo caso, Paramount dovrà pagare altri 7 miliardi di multa.
Il ministro della Difesa pakistano ha dichiarato guerra all’Afghanistan con un post su X Per il diritto internazionale, ovviamente, non si può dichiarare guerra a un Paese via social, ma a Khawaja Mohammad Asif sembra non importare.
Non si è capito se è stato Morgan a non voler duettare con Chiello o Chiello a non voler duettare con Morgan nella serata delle cover di Sanremo Morgan ha detto che è stato lui a decidere di non esibirsi con Chiello, Chiello ha detto che la scelta di fare da solo è tutta sua.
I prezzi dei club di Berlino sono aumentati così tanto che è stato necessario inventarsi il termine technoinflazione Tutto è partito dal Berghain, ovviamente, che negli ultimi tre anni ha aumentato il costo del biglietto del 20 per cento. E tutti gli altri hanno seguito.

Big Little Lies e il problema delle seconde stagioni

L'industria audiovisiva sembra oggi attanagliata dall'ansia di far procedere le storie a ogni costo. Anche quando non serve.

11 Giugno 2019

Forse ha a che fare con la crisi degli sceneggiatori, che sta a Hollywood come al cinema italiano la mancanza di star system: sono entrambe scuse valide per tutte le stagioni. Di certo c’entrano i soldi: non ci voleva il caso Pamela Prati a spiegarci che la fine di una pur inesistente storia non esiste, se quella storia continua a creare indotto. Più di tutto, c’è di mezzo l’inerzia: di chi produce e di chi guarda, vale a dire noi. Parliamo delle seconde stagioni obbligatorie, di quell’ansia di far procedere le storie ad ogni costo che ha contagiato l’industria audiovisiva d’oggigiorno. C’è pure l’affetto degli spettatori, che discorsi: certi prodotti continuano perché il pubblico li ha amati. Ma la paura del nuovo spaventa molti, meglio l’usato sicuro. Poca gente che conosco ha visto Fosse/Verdon (da noi su Fox) o Catch-22 (Sky Atlantic), due ottime serie con una sola colpa: sono nuove, appunto. Certo sono soggetti apparentemente piccoli, sicuramente di nicchia (ma noi frequentiamo qualcuno fuori dalla bolla?), dichiaratamente d’autore anche se vantano nel cast grandi star popolari. E in più, credo io, sono entrambe storie che iniziano e finiscono dopo poche puntate. Non ci sarà un seguito né per la biografia del regista di Cabaret né per la farsa antimilitarista di George Clooney. Motivo in più, penseranno alcuni, per non guardarle: con tutte le serie che stanno continuando con cui metterci in pari!

Tanta gente aspetta invece con somma trepidazione i nuovi episodi di Big Little Lies (su Sky Atlantic dal 18 giugno). Ho visto i primi con una domanda nella testa: ce n’era bisogno? Certo che no. La storia finiva lì dove finiva il romanzo di Liane Moriarty che ha ispirato la serie: c’era un morto, c’erano i colpevoli, è stato bello, addio. Nicole Kidman e Reese Witherspoon, splendide protagoniste e pure produttrici della serie, per un po’ hanno lasciato intendere che lì sarebbe finita per davvero. Poi – vuoi per l’hype, per i tanti premi, per l’obbligo di andare avanti sopracitato – hanno ceduto: ma sì, facciamo pure la seconda stagione. Un’altra domanda: queste nuove puntate funzionano? Certo che sì. Per via di quelle splendide protagoniste, più tutte le altre: Laura Dern, Zoë Kravitz, Shailene Woodley. Per la scrittura: c’è dietro l’autrice del romanzo, ma soprattutto lo showrunner David E. Kelley. Per la regia: prima Jean-Marc Vallée, ora l’intellettual-arty Andrea Arnold. Per la musica: il pubblico, grazie alla sigla, ha scoperto Michael Kiwanuka, ora continua a scaricarsi magnifiche playlist (s’è detto tante volte: è una serie in cui pure i bambini ascoltano solo musica fighissima). Per il design-porn: case fantastiche e dove trovarle. Per la new entry di lusso: Meryl Streep, alias la suocera di Kidman, ha detto sì senza leggere nemmeno una riga di copione, in cambio ha avuto ovviamente carta bianca per fare la gigiona come suo solito, mettersi i denti finti, lanciare urli a tavola. Big Little Lies 2 funziona, principalmente, perché è un racconto di personaggi. Già nella stagione precedente, il giallo c’importava meno delle relazioni tra amiche, e tra mariti e mogli, e tra mamme überperformanti, e tra ex, e tra vicini pettegoli. Big Little Lies 2 lo dichiara fin dalle prime scene: l’azione non c’interessa, c’interessano i caratteri. Del resto, sappiamo pure che le tre sorelle di Čechov a Mosca non ci andranno mai: ma non staremmo a guardarle comunque per sempre?

La seconda stagione è sempre più difficile, esattamente come sono sempre più difficili i secondi capitoli dei film. I critici convengono almeno su tre sequel superiori all’originale: Il padrino – Parte II, Batman – Il ritorno e Toy Story 2. Potrei discuterne, non lo faccio adesso. Con le serie è diverso. Forse quest’anno Fleabag 2 è da considerarsi più riuscita della stagione uno. Killing Eve 2, per restare tra i prodotti dell’acclamatissima Phoebe Waller-Bridge, è un delirio (ma, forse per questo, non sopravvalutato quanto il primo round). The Handmaid’s Tale, giunto addirittura alla terza, era un altro romanzo (di Margaret Atwood, lo sapete) che non avrebbe dovuto continuare: su questo vi rimando agli indignados per le ultime stagioni di Game of Thrones. Ma le vacche vanno munte finché sono grasse, chi se ne importa se lo spettacolo è in fondo irrilevante (crisi degli sceneggiatori). Vuoi non andare avanti con Stranger Things? Ormai mica serve per la storia: serve per la nostalgia dei trenta-quarantenni e per i loro post su Facebook.

Forse per questo – per arginare il rischio di sequel senza motivo e senza mordente – negli ultimi tempi è cresciuto il fenomeno delle cosiddette serie antologiche. Ovvero: grandi contenitori che, ad ogni stagione, cambiano soggetto, ambientazione, cast. Non sempre: Ryan Murphy, uno dei perfezionatori del trend cosiddetto, si porta appresso più o meno gli stessi attori in ogni diversa “testata” (American Horror Story, American Crime Story, Feud, eccetera). La più bella serie antologica dell’anno scorso è The Terror (Amazon Prime Video): marinai ottocenteschi molto conradiani persi nei ghiacci e nell’orrore che scoprono fuori e dentro di sé. Quest’anno il set sarà un campo di prigionia giapponese durante la seconda mondiale. Si può chiamare seconda stagione? Forse no, è tutta un’altra storia. Che sollievo.

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