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Uno studio ha dimostrato che interessarsi all’arte e alla cultura rallenta l’invecchiamento e migliora la salute Addirittura più dell'esercizio fisico: dedicarsi alle arti almeno una volta alla settimana riduce l'invecchiamento biologico di un anno.
L’invasione dei pavoni di Punta Marina è diventata una notizia di portata internazionale È stata ripresa nientemeno che da Ap News, cioè da Associated Press, con un video pubblicato sul loro sito.
È in lavorazione un film sulla storia di C’era una volta in America di Sergio Leone «È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
L’Unione europea ha finalmente approvato delle sanzioni contro i coloni israeliani Le sanzioni prevedono il congelamento dei beni e il divieto di viaggio. Sono state approvate grazie alla rimozione del veto fin qui imposto dall'Ungheria.
È uscito il primo trailer di Tony, “l’antibiopic” che racconta un anno della vita di Anthony Bourdain prima che diventasse Anthony Bourdain Il film, prodotto da A24, è ambientato nell'estate del 1975 a Provincetown (Massachusetts), in un momento che si rivelò formativo per il futuro chef.
La comunità scientifica continua a dire che sta arrivando un evento climatico catastrofico ma nessuno le dà ascolto né fa niente Si chiama El Niño, è un innalzamento della temperatura dell'oceano e potrebbe avere conseguenze apocalittiche in tutto il mondo.
Ci sono Alice Rohrwacher e Josh O’Connor che presentano La chimera in una biblioteca di Stromboli E ha rivelato che all'inizio il film lei avrebbe voluto girarlo proprio a Stromboli, ma fu costretta a ripensarci per questioni di tempi e di logistica.

Big Little Lies e il problema delle seconde stagioni

L'industria audiovisiva sembra oggi attanagliata dall'ansia di far procedere le storie a ogni costo. Anche quando non serve.

11 Giugno 2019

Forse ha a che fare con la crisi degli sceneggiatori, che sta a Hollywood come al cinema italiano la mancanza di star system: sono entrambe scuse valide per tutte le stagioni. Di certo c’entrano i soldi: non ci voleva il caso Pamela Prati a spiegarci che la fine di una pur inesistente storia non esiste, se quella storia continua a creare indotto. Più di tutto, c’è di mezzo l’inerzia: di chi produce e di chi guarda, vale a dire noi. Parliamo delle seconde stagioni obbligatorie, di quell’ansia di far procedere le storie ad ogni costo che ha contagiato l’industria audiovisiva d’oggigiorno. C’è pure l’affetto degli spettatori, che discorsi: certi prodotti continuano perché il pubblico li ha amati. Ma la paura del nuovo spaventa molti, meglio l’usato sicuro. Poca gente che conosco ha visto Fosse/Verdon (da noi su Fox) o Catch-22 (Sky Atlantic), due ottime serie con una sola colpa: sono nuove, appunto. Certo sono soggetti apparentemente piccoli, sicuramente di nicchia (ma noi frequentiamo qualcuno fuori dalla bolla?), dichiaratamente d’autore anche se vantano nel cast grandi star popolari. E in più, credo io, sono entrambe storie che iniziano e finiscono dopo poche puntate. Non ci sarà un seguito né per la biografia del regista di Cabaret né per la farsa antimilitarista di George Clooney. Motivo in più, penseranno alcuni, per non guardarle: con tutte le serie che stanno continuando con cui metterci in pari!

Tanta gente aspetta invece con somma trepidazione i nuovi episodi di Big Little Lies (su Sky Atlantic dal 18 giugno). Ho visto i primi con una domanda nella testa: ce n’era bisogno? Certo che no. La storia finiva lì dove finiva il romanzo di Liane Moriarty che ha ispirato la serie: c’era un morto, c’erano i colpevoli, è stato bello, addio. Nicole Kidman e Reese Witherspoon, splendide protagoniste e pure produttrici della serie, per un po’ hanno lasciato intendere che lì sarebbe finita per davvero. Poi – vuoi per l’hype, per i tanti premi, per l’obbligo di andare avanti sopracitato – hanno ceduto: ma sì, facciamo pure la seconda stagione. Un’altra domanda: queste nuove puntate funzionano? Certo che sì. Per via di quelle splendide protagoniste, più tutte le altre: Laura Dern, Zoë Kravitz, Shailene Woodley. Per la scrittura: c’è dietro l’autrice del romanzo, ma soprattutto lo showrunner David E. Kelley. Per la regia: prima Jean-Marc Vallée, ora l’intellettual-arty Andrea Arnold. Per la musica: il pubblico, grazie alla sigla, ha scoperto Michael Kiwanuka, ora continua a scaricarsi magnifiche playlist (s’è detto tante volte: è una serie in cui pure i bambini ascoltano solo musica fighissima). Per il design-porn: case fantastiche e dove trovarle. Per la new entry di lusso: Meryl Streep, alias la suocera di Kidman, ha detto sì senza leggere nemmeno una riga di copione, in cambio ha avuto ovviamente carta bianca per fare la gigiona come suo solito, mettersi i denti finti, lanciare urli a tavola. Big Little Lies 2 funziona, principalmente, perché è un racconto di personaggi. Già nella stagione precedente, il giallo c’importava meno delle relazioni tra amiche, e tra mariti e mogli, e tra mamme überperformanti, e tra ex, e tra vicini pettegoli. Big Little Lies 2 lo dichiara fin dalle prime scene: l’azione non c’interessa, c’interessano i caratteri. Del resto, sappiamo pure che le tre sorelle di Čechov a Mosca non ci andranno mai: ma non staremmo a guardarle comunque per sempre?

La seconda stagione è sempre più difficile, esattamente come sono sempre più difficili i secondi capitoli dei film. I critici convengono almeno su tre sequel superiori all’originale: Il padrino – Parte II, Batman – Il ritorno e Toy Story 2. Potrei discuterne, non lo faccio adesso. Con le serie è diverso. Forse quest’anno Fleabag 2 è da considerarsi più riuscita della stagione uno. Killing Eve 2, per restare tra i prodotti dell’acclamatissima Phoebe Waller-Bridge, è un delirio (ma, forse per questo, non sopravvalutato quanto il primo round). The Handmaid’s Tale, giunto addirittura alla terza, era un altro romanzo (di Margaret Atwood, lo sapete) che non avrebbe dovuto continuare: su questo vi rimando agli indignados per le ultime stagioni di Game of Thrones. Ma le vacche vanno munte finché sono grasse, chi se ne importa se lo spettacolo è in fondo irrilevante (crisi degli sceneggiatori). Vuoi non andare avanti con Stranger Things? Ormai mica serve per la storia: serve per la nostalgia dei trenta-quarantenni e per i loro post su Facebook.

Forse per questo – per arginare il rischio di sequel senza motivo e senza mordente – negli ultimi tempi è cresciuto il fenomeno delle cosiddette serie antologiche. Ovvero: grandi contenitori che, ad ogni stagione, cambiano soggetto, ambientazione, cast. Non sempre: Ryan Murphy, uno dei perfezionatori del trend cosiddetto, si porta appresso più o meno gli stessi attori in ogni diversa “testata” (American Horror Story, American Crime Story, Feud, eccetera). La più bella serie antologica dell’anno scorso è The Terror (Amazon Prime Video): marinai ottocenteschi molto conradiani persi nei ghiacci e nell’orrore che scoprono fuori e dentro di sé. Quest’anno il set sarà un campo di prigionia giapponese durante la seconda mondiale. Si può chiamare seconda stagione? Forse no, è tutta un’altra storia. Che sollievo.

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