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23:33 martedì 27 gennaio 2026
Dopo che Mamdani ha consigliato ai newyorchesi di leggere Heated Rivalry, i download del libro sono aumentati del 500 per cento Download tutti arrivati dalla rete delle biblioteche pubbliche della città, dove il libro si poteva scaricare gratuitamente.
Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.
Sydney Sweeney rischia una denuncia per atti vandalici per aver coperto la scritta Hollywood con i suoi reggiseni Era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare la sua linea di biancheria intima, Syrn. Ma, a quanto pare, la trovata pubblicitaria la porterà in tribunale.
La CDU, il partito di maggioranza in Germania, vuole abolire il diritto di lavorare part time Secondo il partito del cancelliere Merz, la crisi economica tedesca è colpa soprattutto dei troppi lavoratori che decidono di fare part time.
I cittadini di Minneapolis hanno organizzato una festa per il licenziamento di Greg Bovino davanti all’hotel dove alloggiava Cori, canti, balli, musica, festeggiamenti. Fino a quando la polizia non è intervenuta per interrompere violentemente il party improvvisato.
Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
Per la prima volta Pitchfork ha spiegato come assegna e cosa significano i voti che dà agli album È una guida che introduce anche gli abbonamenti al sito, che permetteranno agli utenti di aggiungere il loro voto a quello dei giornalisti.

L’inizio di un mondo nuovo alla Biennale d’architettura

Crisi climatica, razzismo, inclusività e guerra: l'edizione di quest'anno si propone come un "laboratorio per il futuro" in cui discutere i temi inevitabili del dibattito contemporaneo.

22 Maggio 2023

In questi giorni, a Venezia, sono rimasti solo gli addetti alla sicurezza a segnare il confine tra la realtà progettata e la realtà reale, tra le esposizioni e il mondo che sta fuori dai padiglioni della diciottesima Biennale di Architettura appena inaugurata (e aperta al pubblico fino al 26 novembre 2023). Tutto il resto sono cumuli di sabbia, polvere e altri materiali distribuiti con criterio tra gli spazi espositivi delle diverse nazioni, cumuli di sabbia e polvere più spontanei, grazie al vento e alla pioggia, sui piazzali dell’Arsenale. E allora, è da qui che ricostruiremo tutto? Viene da chiedersi, e con tutto intendiamo il pianeta, le relazioni sociali, gli equilibri. Gli schermi installati nella maggior parte dei padiglioni sparano dati, certificano con i numeri tutto il disastro che abbiamo combinato fino ad oggi, il drammatico stato delle cose, sotto di loro ci sono polvere e detriti, scenari ballardiani. Ecco il “Laboratory of the Future”, questo il titolo della Biennale curata da Lesly Lokko, con tutta la sua serie infinita di domande, come quelle esposte al Padiglione di Singapore: «Quando abbastanza è abbastanza?», «Come possiamo rendere la parola inclusione obsoleta?». Anche le domande si accumulano.

Siamo in pieno brainstorming, il Laboratorio del Futuro non può fornire risposte, per lo meno non può farlo oggi, e per questo suonano sterili le critiche che rimbalzano sotto #biennalevenezia sul fatto che all’ennesimo progetto sulla sostenibilità ci scappa lo sbadiglio. Qualcuno, oggi, potrebbe davvero parlare d’altro? Una generazione cresciuta in “permacrisi”, come scrivono i Fosbury Architecture, collettivo di architetti sotto i quarant’anni curatori del Padiglione Italia, davvero potrebbe non parlare di aree urbane da riconvertire, di emissioni di CO2, di progetti che nascono sul territorio anziché essere calati dall’alto? La cura del Padiglione Italia, appunto, è stata affidata a un collettivo di architetti multi-disciplinari, l’esatto opposto della firma, dell’archistar con il curriculum pieno di insostenibili edifici in vetro, e i nove progetti che questo gruppo ha scelto per Venezia riguardano altrettanti spazi pubblici da “allargare”, da curare e ripristinare.

«E se ascoltassimo e comprendessimo le storie di edifici abbandonati, invece di concentrarci su esempi più eroici e di successo?» ancora domande, questa volta dal Padiglione della Turchia, curato da Sevince Bayrak e Oral Göktaş, dove è stata applicata all’architettura la Teoria del Sacchetto, la Carrier Bag Theory, anziché crescere, sviluppare e investire (lo dicono gli architetti, sono tutta finanza questi quartieri di vetro e acciaio) in modo lineare, possiamo tornare su ciò che è stato costruito, all’eterogeneità degli edifici in stato di abbandono, aprire questi “sacchetti” di storie e lasciarsi sorprendere.

Al di là delle singole proposte nazionali, è l’Africa il continente protagonista di questa Biennale. Lesley Lokko, curatrice multidisciplinare, architetta e romanziera, ghanese nata in Scozia, che già durante la preview ha assaggiato il clima: tre collaboratori bloccati in Ghana, visto negato, polemica aperta con governo e ambasciata italiana. Lokko ha voluto portare a Venezia la diaspora africana, le persone e le proposte che nascono dal continente più giovane del mondo (l’età media in Africa è la metà di quella europea) e che possono affrontare le sfide globali. Idea come sempre sottoscritta da Francis Kéré – Premio Pritzker nel 2022 e già protagonista della Triennale di Milano lo scorso anno – che ha portato a Venezia i materiali locali e l’entropia del Burkina Faso, suo Paese d’origine, come fossero una possibilità per questo laboratorio per il futuro.

Chi costruirà, o ricostruirà, da oggi dovrà sapere che nulla è stabile, che le situazioni ambientali che incontrerà non hanno standard e cambieranno rapidamente, un approccio che sembra mettere la parola fine sui modelli internazionali replicabili ovunque. Sarà una noia tornare ancora sul clima, ma è inevitabile, d’altra parte era un problema sollevato già nel 1954 dagli studenti di architettura nigeriani a Londra, quando si lamentavano del fatto che la preparazione universitaria fornita in Inghilterra fosse inadeguata per l’Africa. La Biennale, infatti, dedica uno spazio all’esperienza in Ghana del “Department of Tropical Architecture”, con la storia della nascita di questo gruppo di lavoro modernista-tropicale e della sua caduta in seguito a crisi economiche e politiche dello stato africano. Chi, ancora dopo quattrocento giorni di bombe, crede sorprendentemente nel futuro è l’Ucraina, e lo fa attraverso le storie condivise durante l’emergenza: il padiglione “Before the Future” è uno spazio nero, come quei rifugi antiaerei dove in questi mesi la popolazione si è ritrovata e ha condiviso storie e dove, nella polvere, qualcuno ha discusso di come ricostruire il futuro.

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