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Sull’isola di Epstein c’era un Pokestop di Pokemon Go ma non si sa chi è stato a metterlo lì E probabilmente non lo sapremo mai, visto che lo sviluppatore del gioco Niantic nel frattempo lo ha rimosso.
Alla Berlinale, il Presidente della giuria Wim Wenders è stato criticatissimo per aver detto che «il cinema deve stare lontano dalla politica» Lo ha detto durante la conferenza stampa di presentazione del festival, rispondendo a una domanda su Israele e Palestina.
È scoppiato un grosso scandalo attorno al più famoso e lussuoso ristorante del mondo, il Noma di Copenaghen Un ex dipendente sta raccogliendo e pubblicando decine di accuse nei confronti dello chef René Redzepi: si va dagli abusi psicologici alla violenza fisica.
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James Blake presenterà il suo nuovo disco con una listening session gratuita in Triennale Milano Trying Times, questo il titolo del disco, esce il 13 marzo. Con questo evento in Triennale, Blake lo presenta per la prima volta al pubblico.
Gisele Pelicot ha scritto un memoir in cui racconta tutto quello che ha passato dal giorno in cui ha scoperto le violenze del suo ex marito Il libro uscirà in contemporanea in 22 Paesi il 19 febbraio. In Italia sarà edito da Rizzoli e tradotto da Bérénice Capatti.
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Anna Wintour e Chloe Malle hanno fatto la loro prima intervista insieme ed è talmente strana che non si capisce se fossero serie o scherzassero L'ha pubblicata il New York Times, per discutere del futuro di Vogue. Si è finiti a parlare di microespressioni e linguaggio del corpo.

Bertolucci, l’anticonformista

È morto il 26 novembre a 77 anni il regista che ha sempre ballato da solo.

26 Novembre 2018

Il mondo è sempre stato diviso tra bertolucciani e non. Bernardo Bertolucci era quello che voleva andare, vedere, raccontare posti lontani, persone che nelle strade di Prati non si sarebbero incontrate mai. Era allora la libertà, e lo straniero, e pure l’erotico, tutte cose che andavano strette al cinema italiano. Ecco, se il mondo, inteso come gli spettatori dei suoi film, su di lui si è sempre trovato diviso, il cinema romano è invece stato generalmente compatto, in quella malcelata antipatia nei confronti del regista che nei circolini non si era riconosciuto mai. Poi, naturalmente, a una certa età tutti diventano venerati maestri, ma quell’altrove che lui rappresentava dava parecchia noia.

Forse perché era figlio della provincia e della poesia, proprio letteralmente figlio di un grande poeta (Attilio), anche lui così alieno ai club letterari, e però così intellettuale, troppo intellettuale, il pedigree dell’erede era già inviso in partenza, troppo aristocratico, troppo snob, chissà. La vera opera prima di Bertolucci è la seconda, e cioè Prima della rivoluzione, dove c’è Parma, e la politica, anzi no l’ideale, e già una certa estraneità (se non proprio avversione) alle istituzioni. L’esordio era girato a Roma, La commare secca, ma la città gli stava appunto stretta, l’ha scelta poco come sfondo dei suoi film. Eppure lì è ambientato uno dei suoi capolavori, Il conformista, tratto dal romanzo di un romanissimo (Alberto Moravia) e guarda caso ritratto di chi si voleva allineare a tutti i costi, dei pavidi, dei repressi, dei fascistelli di ieri e pure di oggi, allucinati nella perdizione da nascondere sotto gli archi del Colosseo. Poi la città che sempre è rimasta sua è servita solo come sfondo lontano di due dei suoi ultimi film, opere da camera in senso letterale, prima L’assedio, poi Io e te, spazi ridotti che erano i confini, così facili da valicare, tra le classi, le razze, le generazioni.

Bertolucci nel cinema italiano non è stato conforme a nessuno, non aveva proprio la forma di niente, faceva da sé e saltavano fuori Strategia del ragno, La luna, La tragedia di un uomo ridicolo, persino un atto folle come Partner. Spuntava Novecento, divisivo anche lui, un grande Pellizza da Volpedo con, anche lì, l’ideale comunista ma pure l’amore, la violenza, il tradimento, la morte, un grande melodramma perché Bertolucci era in fondo italianissimo, italiano in senso verdiano, parmigiano come lui e come lui politico e sensuale insieme.

Bernardo Bertolucci il 15 ottobre 2014 a Roma (Ernesto Ruscio/Getty Images)

Ecco, il sesso. E cioè la materia che ha sempre fatto più paura ai nostri cinematografari, alla Cinecittà democristiana di Andreotti, che costruì il nostro cinema e al tempo stesso lo castrò per sempre. In tutte le fasi della sua vita, Bertolucci si è buttato dentro ai corpi, e tutte le fasi di quei corpi sono state monitorate senza censura, anzi con tenerezza, ingegno, umanità: l’iniziazione (Io ballo da sola), la sperimentazione (The Dreamers), il vizio (Ultimo tango a Parigi). La censura, nella fattispecie per l’ultimo titolo, è arrivata per mano dei tribuni della morale, il burro di Marlon Brando mandato a processo, fu quasi la punizione per un atto di hybris, l’autore trentunenne (!) che prese il divo di Hollywood e fece una cosa che nessuno aveva mai visto. Il corpo che era al centro del suo cinema è diventato per Bertolucci una dannazione, costretto com’era negli ultimi anni sulla sedia a rotelle, ma pure quella era una macchina magica, come il braccio di una cinepresa, lo diceva lui stesso, che si portava in giro senza vergogna.

Bertolucci ha sempre fatto quel che gli pareva, e l’ha sempre fatto da solo. Ha fatto, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, la grande trilogia esotica: L’ultimo imperatore, e poi Il tè nel deserto, e Piccolo Buddha. Col primo vinse nove Oscar, unico caso per un regista italiano, ma anche quella volta non fu preso sul serio, cioè sì, ormai era Bertolucci il grande, ma pareva un film americano, non c’era manco il Tevere. Molti vedono in Luca Guadagnino, e non a torto, un nuovo Bertolucci, per come fugge da Roma e dalle sue conventicole, per come pensa il suo cinema, per come si produce da solo o quasi, per l’esterofilia, e quel preciso senso estetico, e per il sesso motivo ricorrente. Guadagnino qualche anno fa ha dedicato al regista che da oggi non c’è più un bel documentario, Bertolucci on Bertolucci, che è una chiacchierata su come si fa il cinema e su come si fugge, come si cerca lo sguardo, come si rischia. Che ci sia oggi un erede di Bertolucci oppure no, è difficile pensare che ci sarà mai qualcun altro come lui.

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