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A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.
In Giappone c’è un nuovo problema di ordine pubblico: il butsukari, cioè persone che all’improvviso e senza motivo spingono a terra il prossimo Le vittime predilette sono donne e bambini. Le cause, al momento, sconosciute. I video sui social che ritraggono le aggressioni, moltissimi.
Le Gallerie dell’Accademia di Venezia permetteranno al pubblico di seguire dal vivo tutto il restauro della “Pala di San Giobbe” di Bellini Lo scopo dell'iniziativa è quello di mantenere visibile l'opera per i due anni necessari al restauro, facendo scoprire al pubblico come funziona questo delicatissimo processo.

Bertolucci, l’anticonformista

È morto il 26 novembre a 77 anni il regista che ha sempre ballato da solo.

26 Novembre 2018

Il mondo è sempre stato diviso tra bertolucciani e non. Bernardo Bertolucci era quello che voleva andare, vedere, raccontare posti lontani, persone che nelle strade di Prati non si sarebbero incontrate mai. Era allora la libertà, e lo straniero, e pure l’erotico, tutte cose che andavano strette al cinema italiano. Ecco, se il mondo, inteso come gli spettatori dei suoi film, su di lui si è sempre trovato diviso, il cinema romano è invece stato generalmente compatto, in quella malcelata antipatia nei confronti del regista che nei circolini non si era riconosciuto mai. Poi, naturalmente, a una certa età tutti diventano venerati maestri, ma quell’altrove che lui rappresentava dava parecchia noia.

Forse perché era figlio della provincia e della poesia, proprio letteralmente figlio di un grande poeta (Attilio), anche lui così alieno ai club letterari, e però così intellettuale, troppo intellettuale, il pedigree dell’erede era già inviso in partenza, troppo aristocratico, troppo snob, chissà. La vera opera prima di Bertolucci è la seconda, e cioè Prima della rivoluzione, dove c’è Parma, e la politica, anzi no l’ideale, e già una certa estraneità (se non proprio avversione) alle istituzioni. L’esordio era girato a Roma, La commare secca, ma la città gli stava appunto stretta, l’ha scelta poco come sfondo dei suoi film. Eppure lì è ambientato uno dei suoi capolavori, Il conformista, tratto dal romanzo di un romanissimo (Alberto Moravia) e guarda caso ritratto di chi si voleva allineare a tutti i costi, dei pavidi, dei repressi, dei fascistelli di ieri e pure di oggi, allucinati nella perdizione da nascondere sotto gli archi del Colosseo. Poi la città che sempre è rimasta sua è servita solo come sfondo lontano di due dei suoi ultimi film, opere da camera in senso letterale, prima L’assedio, poi Io e te, spazi ridotti che erano i confini, così facili da valicare, tra le classi, le razze, le generazioni.

Bertolucci nel cinema italiano non è stato conforme a nessuno, non aveva proprio la forma di niente, faceva da sé e saltavano fuori Strategia del ragno, La luna, La tragedia di un uomo ridicolo, persino un atto folle come Partner. Spuntava Novecento, divisivo anche lui, un grande Pellizza da Volpedo con, anche lì, l’ideale comunista ma pure l’amore, la violenza, il tradimento, la morte, un grande melodramma perché Bertolucci era in fondo italianissimo, italiano in senso verdiano, parmigiano come lui e come lui politico e sensuale insieme.

Bernardo Bertolucci il 15 ottobre 2014 a Roma (Ernesto Ruscio/Getty Images)

Ecco, il sesso. E cioè la materia che ha sempre fatto più paura ai nostri cinematografari, alla Cinecittà democristiana di Andreotti, che costruì il nostro cinema e al tempo stesso lo castrò per sempre. In tutte le fasi della sua vita, Bertolucci si è buttato dentro ai corpi, e tutte le fasi di quei corpi sono state monitorate senza censura, anzi con tenerezza, ingegno, umanità: l’iniziazione (Io ballo da sola), la sperimentazione (The Dreamers), il vizio (Ultimo tango a Parigi). La censura, nella fattispecie per l’ultimo titolo, è arrivata per mano dei tribuni della morale, il burro di Marlon Brando mandato a processo, fu quasi la punizione per un atto di hybris, l’autore trentunenne (!) che prese il divo di Hollywood e fece una cosa che nessuno aveva mai visto. Il corpo che era al centro del suo cinema è diventato per Bertolucci una dannazione, costretto com’era negli ultimi anni sulla sedia a rotelle, ma pure quella era una macchina magica, come il braccio di una cinepresa, lo diceva lui stesso, che si portava in giro senza vergogna.

Bertolucci ha sempre fatto quel che gli pareva, e l’ha sempre fatto da solo. Ha fatto, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, la grande trilogia esotica: L’ultimo imperatore, e poi Il tè nel deserto, e Piccolo Buddha. Col primo vinse nove Oscar, unico caso per un regista italiano, ma anche quella volta non fu preso sul serio, cioè sì, ormai era Bertolucci il grande, ma pareva un film americano, non c’era manco il Tevere. Molti vedono in Luca Guadagnino, e non a torto, un nuovo Bertolucci, per come fugge da Roma e dalle sue conventicole, per come pensa il suo cinema, per come si produce da solo o quasi, per l’esterofilia, e quel preciso senso estetico, e per il sesso motivo ricorrente. Guadagnino qualche anno fa ha dedicato al regista che da oggi non c’è più un bel documentario, Bertolucci on Bertolucci, che è una chiacchierata su come si fa il cinema e su come si fugge, come si cerca lo sguardo, come si rischia. Che ci sia oggi un erede di Bertolucci oppure no, è difficile pensare che ci sarà mai qualcun altro come lui.

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