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In Indonesia si sono accorti che l’unico modo per diffondere gli allarmi terremoto in tutto il Paese è usare gli altoparlanti dei minareti In un Paese con centinaia di migliaia di moschee sparse su tutto il territorio, gli altoparlanti usati da muezzin sono l'unica rete di sirene già pronta.
Anthropic ha cambiato le sue linee guida perché vuole che gli utenti la smettano di insultare e maltrattare Claude Da adesso, Claude potrà troncare le conversazioni con utenti che adottano «comportamenti violenti o crudeli, prolungati e immotivati».
La nuova canzone di David Byrne è una canzone contro Elon Musk fatta solo di frasi assurde dette da Elon Musk Si intitola "Let Me Sell You a Dream" e fa parte della colonna sonora di Musk, il documentario di Alex Gibney in uscita negli Stati Uniti il 16 ottobre.
In Argentina c’è un treno che come carburante usa esclusivamente il sole delle Ande Si chiama Tren Solar de la Quebrada, percorre 42 chilometri nella provincia di Jujuy e viene usato anche per i viaggi notturni per vedere le stelle.
L’Ipcc sta subendo fortissime pressioni da parte dei petro-Stati per non pubblicare un importante ricerca sulla crisi climatica Arabia Saudita, Russia, India e Cina vogliono rinviarne la pubblicazione al 2029. I Paesi più poveri e più esposti alla crisi climatica pretendono che sia pubblicato subito.
Sayf ha fatto un bellissimo documentario sul carcere di Chiavari e lo ha reso disponibile gratuitamente sul suo YouTube Si intitola Il cielo in una stanza, dura 20 minuti ed è stato girato durante una visita lunga 12 ore alla casa di reclusione di Chiavari.
Viviamo anche nella linea temporale in cui i Kneecap cantano “Siamo tutti antifascisti” in prima serata sulla tv generalista italiana È successo a Propaganda Live, su La7. DJ Próvaí si è pure spogliato per far vedere il Bella Ciao è scritto sul petto usando un pennarello nero.
Alle Scuderie del Quirinale a Roma ha aperto la più grande mostra monografica su Pontormo mai realizzata L'esposizione resterà aperta fino al 7 febbraio 2027 e riunisce più di 130 opere: 84 di Pontormo e le restanti di altri artisti: da Andrea del Sarto e Leonardo da Vinci a Bill Viola.

I barbari sono arrivati?

Rileggere Aspettando i barbari di Coetzee nei giorni del populismo.

02 Luglio 2018

«Quando qualcuno soffre ingiustamente, è destino di coloro che assistono alla sua sofferenza provarne vergogna», dice il protagonista di Aspettando i barbari (Einaudi), il romanzo del 1980 di J. M. Coetzee. L’ho riletto in questi giorni, che sono giorni, politicamente parlando, di violenza verbale, di oltraggio, provocazioni, porti chiusi a navi cariche di uomini abbandonate per giorni in mare aperto. È una sofferenza ingiusta, e la vergogna è un sentimento che noi che assistiamo – noi “rimasti umani”, non loro che esultano e scherzano – conosciamo bene. È una vergogna per cosa?, mi chiedo, ma la risposta non è semplice: per il privilegio di non essere al posto loro (e Coetzee infatti descrive il pensiero del protagonista come «ipocrita»), per il non poter realisticamente intervenire a migliorare la situazione, per il senso di colpa coloniale, per l’insensibilità dei governanti attuali, nostri “concittadini”, che stanno avvallando e promuovendo questa sofferenza. È solo uno dei passaggi in cui Aspettando i barbari, a 38 anni di distanza dalla sua uscita, continua a riecheggiare nell’attualità.

Il titolo contiene già gran parte della trama: in una pacifica città di frontiera di un certo Impero, in un luogo e tempo indefiniti, la tranquillità viene interrotta dalla comparsa della temuta Terza Divisione, arrivata dalla capitale per eliminare una volta per tutte la minaccia dei barbari, a loro dire pronti a una grande offensiva per spazzare via la guarnigione, la cittadina e la sua portata di civiltà. Il problema che il protagonista si trova ad affrontare, essendo anche il magistrato, e cioè detentore del potere legislativo e giuridico della città, è spiegare al colonnello Joll e alla sua voglia di guerra che non c’è nessuna minaccia dei barbari. Nonostante questo, Joll e la sua divisione si preparano a una prima spedizione di ricognizione contro i barbari, e tornano “vittoriosi”: hanno dei prigionieri da interrogare e da torturare, da seviziare e da uccidere. Devono confessare quello che, secondo Joll, non possono non sapere: quali sono i piani dell’invasione. Ne seguono altri, torturati, storpiati e imprigionati, quando non assassinati. Il popolo, soffocato dalla propaganda del colonnello, teme la minaccia barbarica: teme gli stupri, i furti di bestiame, le rapine, le uccisioni a sangue freddo. «Comincia a girare voce che sono malati e che porteranno il contagio in città», si legge nelle fasi iniziali del fenomeno. Il magistrato si ribella all’autorità militare di Joll, viene incarcerato, anche lui torturato in cerca di una confessione, accusato di complottare con il nemico per la distruzione dell’impero. Ricorda qualcosa? Certamente.

Di recente, un certo numero di scrittori ha iniziato ad approcciare una sorta di nuovo filone distopico, in cui i set dei romanzi sono mondi soltanto leggermente diversi dal nostro e immediatamente riconoscibili: Exit West di Mohsin Hamid, con i migranti che si muovono attraverso “wormhole” da un Paese e continente a un altro, è stato uno dei libri più celebrati del 2017. Coetzee fece la stessa operazione nel 1980. Il suo modello era il Sudafrica dell’apartheid, con i bianchi chiusi nelle città – ai neri e ai coloured non era consentito viverci – a temere per i propri privilegi conquistati con colonialismo, guerra e schiavitù, mantenuti con il razzismo di stato. Come si dice spesso, il merito di un grande libro è quello di sopravvivere a qualsiasi epoca e cambiamento, e sapersi riadattare: non è sempre del tutto vero, ma Aspettando i barbari si adatta ancora perfettamente a questa epoca, a quasi quarant’anni di distanza dalla sua uscita. Perché tratta un argomento che a poco meno di un secolo dal nazi-fascismo ha ricominciato ad attraversare l’Occidente con una forza inedita nei mezzi e preoccupante nella sostanza già ben conosciuta: il razzismo, la discriminazione, la repressione delle diversità incoraggiata dal potere.

C’è qualcosa, tuttavia, che rende Aspettando i barbari più di una semplice allegoria: Coetzee non racconta soltanto una storia di politici, eserciti, prigionieri, violenza e torture esercitate da questi stessi uomini, e nemmeno una storia di città fortificate costruite ancora dagli uomini, di spedizioni di uomini contro altri uomini, di vittorie o sconfitte di uomini su uomini. Quello che Coetzee aggiunge è la storia più grande, non quella provocata dagli uomini: la storia che gli uomini subiscono, quella delle grandi migrazioni ambientali, dei terremoti, delle siccità, dei cicli naturali che indirizzano, favoriscono o schiacciano i cicli di civiltà. Il magistrato lo sa, quando guarda il piccolo lago che si stende fuori le mura, e realizza che si sta prosciugando e salando ogni anno di più, che presto renderà sterili i campi e inutilizzabili i pascoli, e che l’Impero dovrà andarsene spinto via dalla desertificazione così come i barbari lasciarono le loro terre e si spostarono altrove, migliaia di anni prima. «L’Impero ha deciso di esistere non nel tempo lento, ricorrente, circolare delle stagioni, ma in quello acuminato del trionfo e della sconfitta, del principio e della fine, della catastrofe. L’Impero si condanna a vivere nella storia e complotta contro la storia stessa».

Quello che i protezionisti e razzisti si ostinano a tentare di fermare è una migrazione di massa simile a quelle che si sono sempre verificate nella storia dell’uomo (e degli animali), che hanno formato il dna di questa Europa che loro si ostinano a “difendere” con minacce e proclametti. «Uno di questi giorni tornerà la pace», pensa il magistrato a un certo punto guardando il deserto, «e le nostre sieste diventeranno più lunghe le spade sempre più arrugginite. La sentinella sgattaiolerà via dalla sua torre e andrà a dormire a casa, con la moglie. Il mortaio si sbriciolerà e le lucertole faranno il nido tra i mattoni, le civette voleranno via dal campanile e la linea che demarca la frontiera dell’Impero sulle carte si farà sempre più confusa e oscura, fino a che saremo, finalmente, dimenticati». Chi pensa di poter salvare un impero dalla sabbia o dagli uomini che scappano dalla sabbia è prima di tutto un cretino. Il problema dei cretini è che spesso, nel poco tempo mortale in cui gli è concesso di esercitare le loro cretine convinzioni, possono essere molto violenti, pericolosi, e barbarici.

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