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A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
Tajani al seggio che vota Sì è diventato l’involontario e perfetto meme che celebra la vittoria del No La foto del Ministro degli Esteri che esercita il diritto di voto è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella campagna per il Sì, tra citazioni sbagliate e foto imbarazzate.
Paul Thomas Anderson avrebbe riscritto la sceneggiatura del nuovo film di Scorsese per fare un favore a DiCaprio, e non è la prima volta che succede Era già successo con Killers of the Flower Moon, adesso la storia si ripete con il nuovo film di Scorsese, What Happens at Night. Sempre su richiesta (insistente) di Leo.
Dopo Bad Bunny e John Galliano, Zara fa la tripletta lanciando una collezione fatta assieme a Willy Chavarria La collezione si chiama Vatísimo e celebra le origini ispaniche del designer, con un video dove la protagonista è la top model degli anni '90 Christy Turlington.
Chappell Roan è diventata la persona più odiata del Brasile per colpa della sua guardia del corpo, di una bambina, di un calciatore, di un attore, di un sindaco e dei social La bodyguard ha rimproverato una bimba che si era avvicinata alla cantante. Poi si è scoperto che la bimba è figlia di persone molto famose e con molti follower sui social.
Le elezioni in Slovenia sono state così combattute che è dovuto scendere in campo pure Slavoj Žižek, con un video molto Slavoj Žižek in cui invitava ad andare a votare «Prendetevi 10 o 20 minuti domenicali per fare un salto alle urne, così poi potete andare a guardare una buona serie tv», questo il suo invito.
Nonostante la domanda continui ad aumentare, il prezzo dell’Ozempic e dei farmaci simili sta scendendo moltissimo La scadenza dei brevetti e la competizione tra aziende farmaceutiche sta facendo crollare i prezzi, a partire dagli Stati Uniti.

Bisogna recuperare la mostra di Artur Żmijewski al Pac

La prima personale in Italia dell'artista polacco è un viaggio difficile e doloroso nei lati oscuri di eventi storici che ancora oggi ci riguardano.

27 Aprile 2022

Nei giorni di Artweek ha aperto al Pac – Paglione di arte contemporanea di Milano Quando la paura mangia l’anima. In mezzo alle inaugurazioni e agli aperitivi questo intenso percorso espositivo curato da Diego Sileo sembra essere passato ingiustamente in sordina. La mostra è la prima personale italiana del polacco Artur Żmijewski, un artista radicale al quale la mera rappresentazione estetica sembra non interessare affatto. Formatosi con lo scultore Grzegorz Kowalski all’Accademia di Varsavia, Żmijewski lavora con temi mai facili, mettendo in luce tutto ciò che il conflitto in Ucraina ci ha fatto precipitosamente tornare alla mente: paura, violenza, abusi di potere.

Le sue opere, passate per la Biennale di Venezia, Documenta e il MoMA di New York, toccano tematiche scomode, provocando il pubblico e problematizzando i lati oscuri di eventi storici che ancora oggi ci riguardano, attraverso una documentazione che indaga massacri, epidemie e deportazioni. Parte di un circolo di intellettuali e artisti polacchi chiamato Krytyka Polityczna, che raccoglie istituzioni e persone attivamente impegnate dal 2002 in azioni ed eventi a favore della democrazia e del cambiamento sociale, l’artista utilizza fotografia, video, reportage e performance. Unendo le prime ricerche performative, in cui usa la propria fisicità per raccontare il rapporto con se stesso e con l’altro sesso, alle opere più mature che affrontano lo spazio liminale in cui la società occidentale e il suo sguardo posizionano l’immigrazione, i traumi, la disabilità e la malattia, Żmijewski porta alla luce gli orrori della guerra, della politica e le loro conseguenze senza alcuna forma di spettacolarizzazione.

Artur Żmijewski, Democracies I-II, 2009 – 2012, Still video, Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

Riprendendo il titolo del film del 1974 di Fassbinder, un’espressione usata in lingua araba per descrivere lo stato di angoscia perpetua nel quale vivono i migranti, l’esposizione dell’artista polacco offre una visione lucida e dolorosa dei traumi subiti dal corpo di soggetti emarginati. Video di soldati russi ostaggio di una disabilità acquisita in nome della patria, spesso con indosso delle protesi, che svolgono semplici azioni quotidiane: si vestono, fanno ginnastica, camminano per strada. 

Artur Żmijewski, Realism, 2017, video, courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

Fotografie che vedono profughi del nostro mondo rappresentati secondo l’immaginario etnografico e antropologico di fine Ottocento, contornati da strumenti di misurazione e iscritti in pose statiche di stampo scientifico. Video testimonianze in cui la soggettiva dell’artista si fonde con lo sguardo inquisitorio e abusante della polizia, nelle inquadrature che setacciano la vita dei profughi afghani e siriani tra la Francia e la Germania. Performance spaesanti che uniscono corpi nudi che giocano nell’ambiente simbolo della deportazione nazista: la camera a gas. Serie cronofotografiche che ritraggono un’umanità aggressiva che incalza, minaccia e urla in faccia allo spettatore, interrogandolo sui suoi istinti più primitivi e incontrollabili.

Artur Żmijewski, Gestures, 2019, Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

Artur Żmijewski, In Between, 2018, courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

La paura sulla quale la mostra riflette non è un’emozione soggettiva, fatta di storie intime e personali. Partendo da alcuni eventi storici precisi, legati alla storia della sua terra ma non soltanto, Żmijewski ci spinge a guardare all’universalità del dolore, al trauma che investe la pelle e la psiche di popoli interi, per generazioni, causato da scelte politiche che vengono prese a un tavolo lontano dalla realtà. Ed è su questa che l’artista punta lo sguardo, tentando di raccogliere espressioni, ricordi e speranze di una verità che spesso viene volontariamente omessa o alterata. Ma anche, e più spesso, messa in scena, enfatizzata sino a renderla spettacolo, reiterata in continuazione privandola del suo significato, rendendola muta.

Artur Żmijewski, Compassion, 2022, video, © Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

Questa attenzione è evidente anche nel suo affondo sui disturbi mentali, nel video realizzato per la mostra al PAC, “Compassion”, in cui l’artista riprende un tema popolare come quello dell’isteria, recitando insieme ad altre attrici le sue movenze “tipiche” strabuzzando gli occhi, simulando tic facciali, sino a contorcersi sul letto negli attacchi più violenti. Dialogando apertamente con la mostra parallela della Project Room Vincenzo Neri. Anatomia di un archivio, curata da Home Movies, Żmijewski osserva così la malattia psichica e le sue trasformazioni senza giudizio, denunciandone l’esibizione sfrontata ma, allo stesso tempo, senza negarne la voce e la  realtà storica e culturale. I materiali clinici di Neri, un neurologo bolognese che fra i primi userà la fotografia e il cinematografo all’interno dei suoi studi diagnostici, rappresentano uno spaccato fatto di corpi fragili, maschili e femminili, osservati e assoggettati da un occhio medico potente tanto quanto quello della politica odierna. In questo percorso non soltanto espositivo ma anche psicologico, ricco di simboli e suggestioni emotive spesanti, dove i margini tra identità e alterità si sfrangiano come anche i confini tra passato e presente, lo spettatore non può fare altro che guardare dritto negli occhi i frutti di una storia che è anche sua, provando a riconoscerne i limiti e gli errori.

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