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16:54 lunedì 12 gennaio 2026
Se esistesse un Golden Globe al Miglior meme, quest’anno l’avrebbe stravinto Leonardo DiCaprio L'attore non ha vinto il premio come Miglior attore protagonista, ma è stato senza dubbio il personaggio più commentato, screenshotato e memizzato della serata.
Il regime iraniano ha inventato un nuovo strumento di censura pur di impedire ai manifestanti di accedere a internet con Starlink Secondo gli esperti di cybersecurity, un simile livello di oscuramento delle comunicazioni, e di internet in particolare, ha pochissimi precedenti nella storia.
Lo “Zanardi equestre” di Andrea Pazienza è diventato un caso giudiziario perché era stato buttato nell’immondizia e adesso non si sa a chi appartenga Da una parte c'è l'uomo che lo ha recuperato dalla discarica e restaurato, dall'altra il Comune che l'opera l'ha pagata.
La maggior parte dei visti per artisti e scienziati stranieri negli Stati Uniti sta andando a influencer e onlyfanser Più della metà dei visti riservati alle «persone che eccellono nel campo delle arti» va a a persone che di mestiere creano "contenuti" per i social.
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Per impedire ai manifestanti di organizzare altre proteste, il regime iraniano ha spento completamente internet in tutto il Paese Tra giovedì 8 e venerdì 9 gennaio, il traffico internet in Iran si è azzerato. Letteralmente. Il regime spera così di rendere più difficile l'organizzazione di nuove proteste.
X è diventato il sito che produce e pubblica più deepfake pornografici di tutta internet Grazie soprattutto all'AI Grok, che ogni ora sforna circa 7 mila immagini porno, usando anche foto di persone vere, senza il loro consenso.
Su Disney+ arriveranno brevi video in formato verticale per gli spettatori che non vogliono vedere film né serie ma solo fare doomscrolling L'obiettivo dichiarato è quello di conquistare il pubblico il cui unico intrattenimento sono i contenuti che trovano a caso sui social.

Bisogna recuperare la mostra di Artur Żmijewski al Pac

La prima personale in Italia dell'artista polacco è un viaggio difficile e doloroso nei lati oscuri di eventi storici che ancora oggi ci riguardano.

27 Aprile 2022

Nei giorni di Artweek ha aperto al Pac – Paglione di arte contemporanea di Milano Quando la paura mangia l’anima. In mezzo alle inaugurazioni e agli aperitivi questo intenso percorso espositivo curato da Diego Sileo sembra essere passato ingiustamente in sordina. La mostra è la prima personale italiana del polacco Artur Żmijewski, un artista radicale al quale la mera rappresentazione estetica sembra non interessare affatto. Formatosi con lo scultore Grzegorz Kowalski all’Accademia di Varsavia, Żmijewski lavora con temi mai facili, mettendo in luce tutto ciò che il conflitto in Ucraina ci ha fatto precipitosamente tornare alla mente: paura, violenza, abusi di potere.

Le sue opere, passate per la Biennale di Venezia, Documenta e il MoMA di New York, toccano tematiche scomode, provocando il pubblico e problematizzando i lati oscuri di eventi storici che ancora oggi ci riguardano, attraverso una documentazione che indaga massacri, epidemie e deportazioni. Parte di un circolo di intellettuali e artisti polacchi chiamato Krytyka Polityczna, che raccoglie istituzioni e persone attivamente impegnate dal 2002 in azioni ed eventi a favore della democrazia e del cambiamento sociale, l’artista utilizza fotografia, video, reportage e performance. Unendo le prime ricerche performative, in cui usa la propria fisicità per raccontare il rapporto con se stesso e con l’altro sesso, alle opere più mature che affrontano lo spazio liminale in cui la società occidentale e il suo sguardo posizionano l’immigrazione, i traumi, la disabilità e la malattia, Żmijewski porta alla luce gli orrori della guerra, della politica e le loro conseguenze senza alcuna forma di spettacolarizzazione.

Artur Żmijewski, Democracies I-II, 2009 – 2012, Still video, Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

Riprendendo il titolo del film del 1974 di Fassbinder, un’espressione usata in lingua araba per descrivere lo stato di angoscia perpetua nel quale vivono i migranti, l’esposizione dell’artista polacco offre una visione lucida e dolorosa dei traumi subiti dal corpo di soggetti emarginati. Video di soldati russi ostaggio di una disabilità acquisita in nome della patria, spesso con indosso delle protesi, che svolgono semplici azioni quotidiane: si vestono, fanno ginnastica, camminano per strada. 

Artur Żmijewski, Realism, 2017, video, courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

Fotografie che vedono profughi del nostro mondo rappresentati secondo l’immaginario etnografico e antropologico di fine Ottocento, contornati da strumenti di misurazione e iscritti in pose statiche di stampo scientifico. Video testimonianze in cui la soggettiva dell’artista si fonde con lo sguardo inquisitorio e abusante della polizia, nelle inquadrature che setacciano la vita dei profughi afghani e siriani tra la Francia e la Germania. Performance spaesanti che uniscono corpi nudi che giocano nell’ambiente simbolo della deportazione nazista: la camera a gas. Serie cronofotografiche che ritraggono un’umanità aggressiva che incalza, minaccia e urla in faccia allo spettatore, interrogandolo sui suoi istinti più primitivi e incontrollabili.

Artur Żmijewski, Gestures, 2019, Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

Artur Żmijewski, In Between, 2018, courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

La paura sulla quale la mostra riflette non è un’emozione soggettiva, fatta di storie intime e personali. Partendo da alcuni eventi storici precisi, legati alla storia della sua terra ma non soltanto, Żmijewski ci spinge a guardare all’universalità del dolore, al trauma che investe la pelle e la psiche di popoli interi, per generazioni, causato da scelte politiche che vengono prese a un tavolo lontano dalla realtà. Ed è su questa che l’artista punta lo sguardo, tentando di raccogliere espressioni, ricordi e speranze di una verità che spesso viene volontariamente omessa o alterata. Ma anche, e più spesso, messa in scena, enfatizzata sino a renderla spettacolo, reiterata in continuazione privandola del suo significato, rendendola muta.

Artur Żmijewski, Compassion, 2022, video, © Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

Questa attenzione è evidente anche nel suo affondo sui disturbi mentali, nel video realizzato per la mostra al PAC, “Compassion”, in cui l’artista riprende un tema popolare come quello dell’isteria, recitando insieme ad altre attrici le sue movenze “tipiche” strabuzzando gli occhi, simulando tic facciali, sino a contorcersi sul letto negli attacchi più violenti. Dialogando apertamente con la mostra parallela della Project Room Vincenzo Neri. Anatomia di un archivio, curata da Home Movies, Żmijewski osserva così la malattia psichica e le sue trasformazioni senza giudizio, denunciandone l’esibizione sfrontata ma, allo stesso tempo, senza negarne la voce e la  realtà storica e culturale. I materiali clinici di Neri, un neurologo bolognese che fra i primi userà la fotografia e il cinematografo all’interno dei suoi studi diagnostici, rappresentano uno spaccato fatto di corpi fragili, maschili e femminili, osservati e assoggettati da un occhio medico potente tanto quanto quello della politica odierna. In questo percorso non soltanto espositivo ma anche psicologico, ricco di simboli e suggestioni emotive spesanti, dove i margini tra identità e alterità si sfrangiano come anche i confini tra passato e presente, lo spettatore non può fare altro che guardare dritto negli occhi i frutti di una storia che è anche sua, provando a riconoscerne i limiti e gli errori.

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