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20:41 martedì 17 marzo 2026
Una ricerca ha scoperto che, contrariamente a quanto si credeva, la cannabis non ha nessuna efficacia nella cura di ansia e depressione Si tratta della più grande ricerca di questo tipo mai fatta. Secondo i risultati, usare i cannabinoidi per curare ansia, anoressia nervosa, Ptsd o altre dipendenze non serve a nulla.
C’è una petizione per fare della Hoepli una bottega storica di Milano e provare così a salvarla dalla chiusura Petizione che ha già raccolto più di 48 mila firme, tra cui quelle di Eleonora Marangoni, Mario Calabresi, Alessandro Cattelan e Vinicio Capossela.
Tutti aspettavano il ritorno di John Galliano nella moda, ma nessuno si aspettava sarebbe stato una collezione per Zara La collaborazione tra il brand del gruppo Inditex e lo stilista di Gibilterra durerà due anni, e la prima collezione arriverà nei negozi a settembre.
Israele ha detto che agli sfollati libanesi non sarà consentito tornare a casa Secondo le autorità libanesi più di 1 milione di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, a quanto pare definitivamente.
Dal 20 marzo torneranno al cinema, in versione restaurata, i film di Béla Tarr Si comincia con Perdizione, poi Le armonie di Werckmeister, Sátántangó e Il cavallo di Torino. E a seguire verranno tutti gli altri.
Sempre più persone vanno dallo psicologo dicendo di essersi ammalate di depressione per colpa della politica Stress cronico, spaesamento, ansia. La cura più efficace, al momento, sarebbe l'attivismo, quello vero.
Il creatore di Fortnite sta usando i miliardi guadagnati con il videogioco per comprare foreste e salvarle dall’abbattimento Tim Sweeney sta usando il suo patrimonio personale per salvare milioni di chilometri quadrati di foresta, sottraendoli alla speculazione immobiliare.
Agli Oscar due film hanno vinto lo stesso premio e così molte persone hanno scoperto che agli Oscar si può pareggiare e che è già successo sette volte in passato È avvenuto nella categoria Miglior cortometraggio live action, dove il premio lo hanno vinto sia The Singers che Two People Exchanging Saliva.

Arte o intrattenimento?

Il confronto tra Downton Abbey e Ritorno a Brideshead riapre l'antico dibattito, rilanciato dalle serie tv. Ma abbiamo ancora bisogno di gerarchie?

18 Marzo 2013

 
(L’articolo che segue è tratto dal nuovo numero di Studio, in edicola da oggi)

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Tutto torna. Anche i dibattiti. Magari risultano po’ eccentrici, rispetto al terreno in cui erano nati, comunque si riconoscono all’istante. «Arte o intrattenimento?» si chiedeva Ben W. Heinemann su The Atlantic qualche tempo fa, a proposito della serie Downton Abbey di Julian Fellowes. Show di culto per i britannici e pure per gli americani, che in tutta evidenza subiscono ancora il fascino dell’aristocrazia.

L’articolista ha un passato da funzionario governativo, da professore di diritto, da specialista di etica degli affari. Gli si potrebbe perdonare lo sconfinamento, dandogli tutte le attenuanti del caso. Ma nello stesso tempo era uscito in Francia un saggio di Charles Dantzig, scrittore e editore, sullo statuto dei capolavori letterari. Intitolato A propos de chef d’oeuvres e uscito da Grasset, dopo le consuete frecciate contro i contemporanei stila le sue condizioni e la sua lista di preferiti. Buttando giù dal podio dei magnifici il Don Chisciotte di Cervantes, che secondo Dantzig nessuno legge.

I settori sono diversi, il ragionamento unico. Ci sono cose che vanno considerate arte – o capolavori – e cose che invece vanno considerate divertimento. Heinemann si rifà a Graham Greene, che divideva i suoi romanzi tra le due categorie: una mania da scrittore che non siamo obbligati a rispettare, ampiamente superata dai decenni trascorsi. Tutto Greene, come tutto Simenon, era ai tempi della pubblicazione considerato letteratura da treno, buona per intrattenere ma non per entrare nel catalogo Adelphi (che nel frattempo ha accolto anche Ian Fleming e il suo James Bond).
La novità sta nel restringere il discorso alla televisione, paragonando l’intrattenimento di Downton Abbey all’arte di Ritorno a Brideshead: 11 puntate tratte dal romanzo di Evelyn Waugh uscito nel 1944. La serie nel 1981 lanciò il giovane Jeremy Irons nella parte di Charles Ryder, giovanotto middle class che negli anni Venti a Oxford conosce Sebastian, aristocratico rampollo della famiglia Marchmain (per segnalare la sua eccentricità Sebastian non si separa mai dall’orso di pezza Aloysius, che come lo sboccato Ted nel film diretto da Seth McFarlane ha ora il suo account su twitter: «Aristocratico. Marxista. Orso. Lavare a 30 gradi»).

Parlare di arte a proposito di una serie televisiva era impensabile ai tempi di Ritorno a Brideshead, che pure ebbe un ottimo successo di pubblico nonché di critica in Gran Bretagna e fu trasmessa anche in Italia. La Golden Age inaugurata dalla Hbo doveva ancora arrivare, e la parola capolavoro – non solo per programmi trasmessi sul piccolo schermo – era piuttosto in disgrazia. Come era in disgrazia la parola “romanzo”. Oggi accoppiata sempre più spesso a serie come I Soprano, The Wire, oppure Lost, che a guardar bene rappresentano rispettivamente la narrazione mimetica ottocentesca (almeno fino al black out nell’episodio finale), la narrazione che sperimenta in materia di scrittura, e la narrazione che costruisce un suo mondo peculiare. Tre modelli sempre più difficili da trova- re nei romanzi degli scrittori che sdegnano la tv.

L’Arte, o presunta tale, ha le sue ripetizioni e i suoi luoghi comuni

Secondo Heinemann, la superiorità di Ritorno a Brideshead starebbe nella ricchezza e nella complessità della voce fuori campo, nel fatto che i personaggi cambiano, nel ruolo della fede e della grazia divina. Mentre i personaggi di Downton Abbey sarebbero sempre uguali a se stessi, mossi da circostanze esterne. Non potrebbe essere altrimenti, visto che tecnicamente si tratta di una soap. La constatazione non vale come giudizio di valore, ma semplicemente come indicazione di un genere narrativo dotato di regole proprie.
Traspare molta nostalgia, dall’articolo di Heinemann. Siamo così ricondotti a un altro annoso dibattito, che ha per tema la capacità di riconoscere il nuovo quando è nuovo. Senza rimanere per sempre abbarbicati a quel che ci piacque (anche) perché lo abbiamo visto nell’età che Muriel Spark nel romanzo Gli anni in fiore della signorina Brodie – chiamava «l’età impressionabile», con riferimento alle sue studentesse. Nuovo vuol dire qui soprattutto “riuscito”: è difficile inventare davvero qualcosa, sia in materia di arte, sia in materia di intrattenimento (e del resto, prima del romanticismo di cui ancora subiamo le conseguenze, l’originalità non era affatto un valore). Si può sbagliare – la critica non è una scienza esatta. È una forma di artigianato che può fare a meno di certe categorie scritte con maiuscola. L’Arte, o presunta tale, ha le sue ripetizioni e i suoi luoghi comuni, non meno banali di quel che viene liquidato come Intrattenimento.

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