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22:37 martedì 14 aprile 2026
Il fotografo che ha fatto la copertina dell’Espresso sugli abusi dei coloni israeliani in Palestina è stato costretto a pubblicare un video della scena per dimostrare che la foto non è fatta con l’AI Pietro Masturzo si è dovuto difendere dalle accuse di aver pubblicato una foto falsa. Non è bastato a convincere gli accusatori.
C’è un book club in cui si pagano 1500 euro per leggere in silenzio assieme a degli sconosciuti a cui non bisogna rivolgere la parola Si chiama Rest + Read, si tiene in Galles e si pagano 1.250 sterline (1.495 euro) per quattro giorni di lettura e silenzio.
Una delle nuove differenze tra ricchi e poveri è il green divide, cioè la possibilità e facilità di accedere a zone verdi Lo ha dimostrato una ricerca pubblicata su Nature Communications: meno del 15 per cento dei cittadini europei ha un accesso adeguato al verde. Nella situazione peggiore, ovviamente, ci sono i cittadini più poveri.
Al caso della “famiglia nel bosco” adesso si è aggiunto anche un film prima svelato e poi smentito nel giro di 24 ore I giornali hanno riportato di un accordo quasi fatto con Netflix. Accordo che è stato poi smentito dall'avvocata della famiglia e dalla stessa Netflix.
Un tizio ha registrato più di 10mila concerti di band leggendarie quando ancora non erano famose e ora sta mettendo tutta la sua collezione su Internet, disponibile gratuitamente per tutti Lui si chiama Aadam Jacobs, ha collezionato migliaia di bootleg di (tra gli altri) Nirvana, R.E.M., The Cure, Depeche Mode, Sonic Youth e Björk. E adesso li metterà tutti online.
In realtà, quella tra Usa e Vaticano è una crisi diplomatica che prosegue da settimane e che va molto oltre gli insulti di Trump al Papa L'ultimo, delirante attacco di Trump a Papa Leone XIV è solo il capitolo finale di una crisi che va avanti da tempo, tra minacce velate e inviti ignorati.
La foto di Silvia Salis che gongola per il successo del dj set di Charlotte de Witte a Genova è diventata il meme del momento Il sorrisetto soddisfatto della sindaca di Genova a molti ha ricordato un meme famosissimo: quello della Disaster Girl, di cui Salis è involontariamente diventata la versione "adulta".
Su internet c’è una teoria secondo la quale Orbán ha perso le elezioni perché poco prima aveva incontrato JD Vance e JD Vance porta sfortuna È stato l'ultimo a incontrare Papa Francesco prima che morisse. Era lì mentre naufragava la trattativa tra Usa e Iran. Ed era stato anche in Ungheria a fare un comizio per Orbán. Sono tre indizi, cioè una prova.

Anthony Bourdain senza lieto fine

Abbiamo visto Roadrunner, il documentario sullo chef e scrittore morto suicida di cui si sta parlando molto in questi giorni.

27 Luglio 2021

Ogni volta che andava in un posto nuovo, Anthony Bourdain utilizzava un metodo di sua invenzione per raccogliere informazioni su dove mangiare. Apriva uno di quei siti per foodies con i commenti aperti e iniziava a sparare recensioni totalmente random. «Metti che tu vada a Kuala Lumpur: posta nel forum della Malesia, racconta di aver mangiato il miglior rendang della tua vita in un posto scelto a caso del quale farai il nome e vedrai come tutti quei foodies incazzati ti bombarderanno di commenti su quanto quel posto sia orrendo, consigliandoti posti migliori dove andare».

Bourdain era così: amava accendere certe micce e vedere che cosa succedeva, aprirsi alle possibilità della vita e godere di ogni opportunità. Ma Roadrunner: A Film About Anthony Bourdain dipinge una figura e una storia molto più complesse. Il documentario diretto e prodotto da Morgan Neville è uscito il 17 luglio nelle sale americane, a tre anni esatti dal suicidio del protagonista avvenuto a Le Chambard Hotel Restaurant di Alsace, in Francia. Il film racconta una parte della vita del noto chef, scrittore, documentarista americano, dal 2000 agli ultimi giorni. Lo fa, saggiamente, senza anelare all’esaustività. Il film parte infatti da un Bourdain che è già sulla scalata involontaria verso la celebrità, tralasciando l’infanzia difficile e la dipendenza da eroina e cocaina degli anni seguenti. Dal film non impariamo quasi nulla sull’infanzia, la famiglia o gli interessi giovanili di Bourdain, come ha imparato a cucinare o perché. Le prime immagini lo vedono già completamente formato come chef al ristorante Les Halles di Manhattan negli anni ’90, un quarantenne sexy, pieno di energia e intento a scrivere quella che sarà la sua opera letteraria più importante, Kitchen Confidential, spin-off di un suo articolo per il New Yorker del 1999, “Don’t eat before reading this”.

Il documentario ripercorre la sua vita da quel punto, da quando la pubblicazione di Kitchen Confidential lo rende inaspettatamente celebre, passando attraverso i primi goffi tentativi come protagonista di show televisivi, l’evoluzione a personaggio televisivo carismatico e sicuro di sé e terminando con la sua tragica morte (che sappiamo essere l’epilogo, seppur non raccontato). Anthony Bourdain, d’altronde, avverte lo spettatore dall’inizio del film: «there is no happy ending».

I documentari biografici compiono in genere lo stesso errore quando sono fatti malino: vogliono essere il compendio cronologico dei fatti che hanno segnato il personaggio raccontato, senza offrire o quanto meno richiedere un punto di vista. Ma un buon documento biografico è più di una voce di un’enciclopedia online. È un’opera di critica culturale, che non si limita a trasferire una serie di eventi – la vita – in forma visuale, ma ci ricorda anche perché la persona che l’ha vissuta era così importante da meritare un intero film. Ci dice cosa significa l’eredità di un individuo e in che cosa consiste.

Roadrunner: A Film About Anthony Bourdain lo fa piuttosto bene. Pur essendo un racconto cronologico, gli eventi sono solo un pretesto nella narrazione del personaggio Anthony Bourdain. Allo stesso modo, il cibo è sempre stato solo un pretesto nei suoi show; il cibo e i viaggi narrati erano «uno strumento usato da Tony per diventare una persona migliore», così dice nel film David Chang, chef fondatore di Momofuku e grande amico di Bourdain.

Il film è impostato come se fosse stato Bourdain a co-produrlo. Lo spettatore si sente da subito a suo agio, essendo coinvolto in una narrazione che ricorda moltissimo lo stile della serie più celebre di Bourdain, Parts Unknown. Un mix di storytelling, musica abilmente selezionata e il voice-over di Bourdain che lo accompagna in una grande avventura, quella eccezionale ma anche estremamente condivisibile della sua vita. Il film, infatti, è tutt’altro che un’agiografia. Semmai, il contrario: lascia emergere un personaggio drammaticamente umano. Anthony Bourdain aveva tutto quello che lui, e tutti quanti, avrebbero voluto: libertà, soldi, fama, viaggi, riconoscimento del proprio operato. Eppure, queste conquiste non gli avevano regalato la felicità.

C’è una scena memorabile, in cui parla con Iggy Pop e gli chiede «… after the life you had, what makes you thrill now?». Iggy Pop gli risponde: «Essere amato». E curiosamente, poco prima del tragico finale della sua vita, Bourdain ritrova una temporanea felicità infantile proprio quando si innamora di Asia Argento, mentre si trova in Italia a girare Parts Unknown. La ricerca della felicità era, per Tony, il motore della sua vita, in una maniera così pervasiva che a un certo punto lo ha consumato. Un senso di disagio che forse era talmente profondo da essere invisibile anche agli affetti più cari, che lo ricordano come una presenza imprescindibile e al tempo stesso un “asshole”.

La tracotanza, il carisma e la curiosità degli ultimi anni della carriera di Anthony Bourdain – quelli di Parts Unknown e No Reservation erano in parte una narrazione studiata per le telecamere, volte a nascondere un’insicurezza di base. Quello che si evince dal documentario è che Tony non riusciva a credere di aver raggiunto le soddisfazioni pratiche che sognava (e anche qualcosina di più), non si fidava della fama giunta da adulto e in fondo pensava di non meritarsele.

Roadrunner è fondamentalmente un film sulla sindrome dell’impostore, dove si raccontano la vita e le tante sfumature di un personaggio straordinario eppure, proprio per via delle sue insicurezze, estremamente “relatable”. Bourdain si riteneva uno chef “not so good” e la fama e le altre contingenze positive della sua vita non erano probabilmente mai bastate a convincerlo davvero di essere all’altezza dell’esistenza che stava vivendo. In ogni frangente, la paura era che tutte le sue conquiste potessero essergli strappate di mano, rivelando la sua vera natura di “impostore”. Per questo cercava di rimanere sempre in movimento, sperando che l’esperienza successiva potesse essere migliore della precedente e curasse le sue incertezze così radicate. Per questo, forse, la sua vita è stata lo spettacolo che conosciamo, compresa la fine.

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