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Alexandra Kleeman, scrivere per fare disordine

In Qualcosa di nuovo sotto il sole immagina un futuro catastrofico in cui per sopravvivere berremo acqua artificiale: intervista alla scrittrice che nei suoi libri esplora come sta cambiando il rapporto tra il nostro corpo e il mondo in cui viviamo.

21 Novembre 2022

Vorrei abitare nella testa di Alexandra Kleeman. Lo capisco mentre parliamo nella hall di un hotel a Milano Centrale, dopo che mi dice scherzando che «Los Angeles», il luogo in cui ha ambientato il suo ultimo romanzo, Qualcosa di nuovo sotto il sole, uscito a ottobre per Black Coffee, «è una persona che non è mai stata dall’analista», e prima che mi dica che nella sua testa le idee da mettere in un libro si muovono come fanno le placche tettoniche, incastrandosi una sopra l’altra, e che vede le cose e poi ne scrive. Il primo racconto pubblicato da Kleeman si chiamava “Fairy Tale”, parlava di una donna che vedeva apparire ogni giorno un uomo diverso, un uomo che diceva di essere il suo fidanzato, e poi uno di questi provava a ucciderla. Ora il racconto fa parte di Intuizioni, una raccolta di racconti surrealisti belli matti. La sua paura più grande è ripetersi, ed è per questo che, dopo il primo romanzo Il corpo che vuoisu due coinquiline di nome A e B che non fanno altro che ingurgitare cereali e guardare la tv che racconta di persone scomparse alla tv, mentre B diventa così ossessionata da A che inizia ad assomigliarle fino a che le due non si distinguono più –  si è dedicata al racconto.

Per il terzo libro è ritornata al romanzo, mettendo al centro uno scrittore di mezza età della East Coast, Patrick, che si trasferisce a Los Angeles per assistere alla trasposizione cinematografica di un suo libro. Il panorama è abitato dal senso di precarietà tipico della California, portato all’esasperazione dall’assenza quasi totale di acqua: a sostituirla c’è AQVA, un’acqua artificiale che viene razionata, mentre quella vera rimane appannaggio dei più ricchi che si divertono a usarla nelle degustazioni. A casa la moglie e la figlia si sono rifugiate in una eco-comune che ogni giorno piange la morte del pianeta, e Patrick deve decidere se dimostrare il suo valore nel lavoro oppure ritornare indietro e salvare la sua famiglia. Il mondo di Alexandra è chiaramente il nostro, esasperato da dalle ansie e dalle preoccupazioni che ci tormentano. Racconta il distopico “come sarebbe se”, però lo fa in maniera dolorosa, con un preciso procedimento che porta il nostro mondo a diventare qualcosa di diverso. E di sbagliato. Forse quest’ansia è il motore che serve per cambiare veramente le cose.

Mentre lo presentavi, continuavi a riferirti al primo libro come a un «libro dell’era Obama», e al terzo chiaramente come un libro influenzato dalla presidenza Trump. Dove vedi questa differenza?
Penso sia più facile tirarsi fuori da quello che sta succedendo nella politica, ma noto a posteriori una grande differenza tra il primo e il secondo libro per quanto riguarda il tempo politico in cui è stato scritto. Gli anni di Obama sono stati di grande speranza, vedevi una persona molto riflessiva parlare sul palco, che rifletteva e articolava la complessità della sua identità, e penso ci abbia ispirato a far pace con varie parti della nostra, di identità. Trump, invece, nel momento in cui è arrivato, ha dato l’impressione di voler frantumare il mondo con un martello, quando invece bisognava provare a mettere insieme i pezzi e cercare di capire come mai altre persone credessero a una realtà totalmente diversa dalla propria. Il mio primo libro era piuttosto strano, perché volevo analizzare l’America e la sua psiche che trovo molto bizzarra, come penso sia bizzarro anche essere una donna in questi tempi. Invece in questo nuovo libro il mondo dà la sensazione di essere sul punto di crollare, e noi di essere lontanissimi dal capire come le altre persone vivono la realtà. La politica è fatta di fatti, ma allo stesso tempo fa parte della forma che diamo alla nostra letteratura.

Credi che sia una scelta o che sia inevitabile unire la politica e quello che succede nella letteratura?
Puoi inventare qualcosa che va contro l’atmosfera nella quale ti trovi, puoi provare a raccontare una storia in un modo che resista a quello che sta succedendo, ma allo stesso tempo penso che gli scrittori siano come “i canarini nelle miniere”, non so se avete quest’espressione, sono gli uccelli che venivano usati nelle miniere di carbone per rilevare la presenza di qualche gas tossico, loro cantavano sempre e se smettevano di cantare allora voleva dire che c’era qualche problema e che era meglio andarsene. Gli scrittori sono sensibili, registrano i cambiamenti e quegli strani sentimenti prima di tutti, prima della catastrofe.

Ho trovato interessante che in un libro sulla fine del mondo il protagonista fosse un uomo bianco, uno scrittore d’altri tempi. Una casualità?
Ci sono tanti modi per raccontare una storia sulla fine del mondo, ma penso che siamo così abituati a raccontarla da un punto di vista specifico, e il romanzo post-apocalittico è il genere più facile attraverso il quale parlare della possibilità che il mondo diventi un posto insolito. Eppure tutti questi libri sono ambientati nel futuro, le cose sono già successe, e la società le affronta nello stesso modo, crollando a pezzi e smembrandosi in tribù con le persone che si combattono tra di loro. La vita è molto più incasinata di così, ci sono molti più esiti possibili, e se parliamo del cambiamento climatico allora dobbiamo guardarci un po’ più da vicino. Il protagonista, Patrick, è una persona come me, ha questo istinto di avvolgersi completamente intorno a se stesso, e questo gli impedisce di vedere le minacce dall’orizzonte. Penso sia interessante mettere in crisi persone come noi, che sono egocentriche nel nostro stesso modo, perché quello che succede assomiglia più da vicino a come ci comportiamo veramente in situazioni di pericolo, dove non è facile capire cosa sia meglio fare.

In questo periodo sembra che, tra TikTok e altri consigli algoritmici, siamo ossessionati da romanzi su magrissime donne trentenni che lavorano nell’editoria e vivono in una grande città (penso a Fake Accounts di Lauren Oyler o Animale di Lisa Taddeo). Il tuo primo romanzo aveva  qualche elemento in comune con questo genere, come mai te ne sei allontanata?
Credo che questo tipo di persone non sappia davvero come sia la vita normale, eppure dipendiamo da loro per vedere che tipo di vite vivono le altre persone, per farci dire che cos’è normale e cosa non lo è. A volte penso che in queste storie di ragazze trentenni che lavorano nell’editoria creiamo una versione del mondo che è molto stabile e sicura, e allora io ci inserisco il caos. Abbiamo questa necessità di creare qualcosa che duri nel tempo, ma siamo tutti interconnessi e invadiamo gli spazi degli altri, non c’è niente di stabile e sicuro, e allora perché non metterlo nella letteratura?

Pensi che quello che fai nella tua scrittura sia un atto di costruzione o distruzione?
Mi piace catturare quel disordine che trovo divertente, quando scrivo i dialoghi penso sempre a quanto faccia ridere sentire due persone che comunicano due idee completamente diverse, e quindi scrivere una conversazione frastagliata, creare uno scenario di caos. Una delle cose che mi fanno stare bene è descrivere la stranezza delle cose. La vita è un processo che tende ad abituarti, a farti sentire meno sensibile al mondo: quante volte bevo acqua e quante volte ne sono consapevole? Non siamo più in grado di notare quello che facciamo perché lo facciamo in automatico. Uno degli obiettivi della scrittura di questo libro era cercare di rendere strana l’azione di bere acqua. Nel mio primo libro il pensiero era quello di farci riflettere sul cibo che ingurgitiamo. È un mondo così strano eppure troviamo più facile e desiderabile uscirne e non pensarci troppo.

Allo stesso tempo nei tuoi libri c’è un’attenzione morbosa verso il corpo, quello che ci entra e il modo in cui si trasforma.
Per molto tempo ho preso consapevolezza del mio corpo solo da fuori, quando vedevo le mie foto online. Non avevo una vera percezione di come fosse il mio corpo, così nel mio primo romanzo ho scritto di quella confusione. Quello che ho fatto stavolta è riconoscere il rapporto tra il mio corpo e il momento che stiamo vivendo. Ad esempio: la scorsa estate ero nel Pacific Northwest, che come clima dovrebbe assomigliare alla Svizzera, è un posto verde, di montagna, umido e fresco, eppure c’erano 41 gradi. In questi casi il tuo corpo riconosce che c’è qualcosa di sbagliato, senti come se tutto il paesaggio ti si stesse rivoltando contro. Puoi accantonare il problema e ignorarlo accendendo l’aria condizionata, ma si può fare anche mettere il corpo al centro e riconoscere quello che sta succedendo.

Che è proprio la sensazione che ha ispirato AQVA, l’acqua artificiale, l’idea che tutti questi personaggi, come noi, cerchino di incerottare i problemi ma non di risolverli per davvero.
Abito in Colorado e sono cresciuta in California, uno Stato che da quando esiste si dice abbia finito l’acqua e che ha fatto di tutto per risolvere almeno temporaneamente la cosa. Hai presente il film Chinatown? Oltre alla detective story c’è la storia di una città che ruba un fiume da un’altra contea. Nessuno si chiede come fare a usare meno acqua, ma tutti sono sempre alla ricerca di un modo di trovarne altra. Non dico che qualcuno creerà dell’acqua sintetica ma se si potesse sono convinta che lo farebbero.

Credi che scrivere delle cose possa cambiarle?
Credo di sì, devi credere di essere in grado di combinare qualcosa nel mondo, anche se solo a livello di rappresentazione nella mente, nel pensiero di qualcuno. Quello a cui punto nei miei libri è fare in modo che quando le persone finiscono di leggerli, guardino il mondo attorno in modo diverso, che le cose che sembravano normali inizino a sembrare strane, che li tormentino, perché penso che è quando non siamo a nostro agio, quando siamo agitati, che possiamo realmente fare qualcosa di buono.

Un altro aspetto a cui sembri interessata nella scrittura è la ricerca dell’autenticità dei personaggi. I tuoi sembrano sempre mettere in dubbio il fatto di essere veri, reali. Per esempio Cassidy, un’attrice del film della quale tutti continuano a chiedersi se sia effettivamente credibile. Oppure, nel primo romanzo, penso ad A e B che iniziano ad assomigliarsi sempre di più finché diventano indistinguibili e quindi irreali.
Come dicevamo, negli anni di Obama, il tema dell’autenticità era fondamentale. Lo è ancora, ma in maniera diversa: la posta in gioco si è alzata, non si tratta più di capire chi siamo veramente, ma cosa sta effettivamente succedendo. Cassidy è ispirata a quello che vedevo quand’ero piccola: Lindsey Lohan, Britney Spears, che tra l’altro in questo momento stanno avendo il loro gran ritorno. Solo ora ci guardiamo indietro e vediamo come trattavamo queste ragazze, quanto i media siano stati ingiusti nei loro confronti e insensibili nei confronti dei loro problemi mentali. Solamente ora capiamo il costo della nostra attenzione e della pressione che esercitava il nostro appetito per queste celebrità, che se non erano abbastanza disciplinate poi finivano per essere sempre più derise. Sono sempre stata affascinata dalle loro vite, anche perché ho la stessa età di Lindsay Lohan e quindi ogni tanto penso “e lei come sta? Sto meglio di lei?”. Cassidy volevo raccontarla come quel tipo di persona che pensiamo di conoscere in base alla rappresentazione che ne vediamo nei film e nei media, per poi rimuovere gli strati fino a far scoprire una persona che non si pensava esistesse. E che nemmeno lei, la persona in questione, pensava esistesse.

Infatti i tuoi personaggi subiscono sempre disvelamenti, non cambiamenti.
Alle scuole di scrittura in America siamo ossessionati dall’idea del cambiamento del personaggio, ma io sono un po’ cinica a riguardo, perché non credo che le persone possano cambiare per davvero. Al massimo a cambiare è la percezione, nostra o altrui. In America ci piace la narrazione della conversione, qualcuno che viene battezzato, rinasce. Ma io non sono d’accordo, siamo incastrati con quello che abbiamo, ma possiamo sempre farne qualcosa di diverso.

Questa più che una domanda è una curiosità. Anche tuo marito Alex Gilvarry è uno scrittore e insegnante di scrittura: come funziona una coppia di scrittori da un punto di vista della routine?
Quando stiamo a Staten Island abitiamo in un open space, l’unica porta che c’è è quella del bagno. Le nostre scrivanie sono ai due lati opposti dell’open space, ma sento perfettamente quando sbuffa. Invece quando lavoriamo in uffici con ambienti separati, è strano perché ci sembra di non vederci più. A rendere complicato il lavoro creativo è che nonostante tu ci impieghi tempo e sforzo, può succedere che alla fine della giornata non hai combinato niente, non hai scritto nemmeno una riga, ed è la cosa più deprimente. È bello perché un altro scrittore capisce perfettamente questa sensazione che ti opprime quando non hai scritto niente. Allo stesso tempo dobbiamo essere gentili con l’altro e consapevoli di come i nostri umori nei confronti della scrittura non sono gli umori che abbiamo per l’altro, e devi lasciare lo spazio perché l’altro li sfoghi. Però è bello perché Alex è il mio primo lettore, farei fatica a chiedere a un amico di leggere qualcosa che è ancora una bozza, invece con lui sono tranquilla: sa che c’è solo margine di miglioramento.

L’ultima domanda la vorrei dedicare al libro al quale stai lavorando ora. Alla presentazione parlavi come di un romanzo dilatato nel tempo, e mi chiedevo se fosse stato influenzato in qualche modo dal tuo soggiorno a Roma [Alexandra Kleeman ha vinto una borsa di studio presso l’Accademia americana, nda]:
Il mio soggiorno a Roma è stato prima di tutto una meditazione sul tempo, perché ovviamente negli Stati Uniti è difficile trovarsi in un posto che esiste da molto tempo, e la terra conserva questa memoria. A Roma il senso del tempo è spesso e riflessivo. E un’altra differenza riguarda le cose in rovina. In America è normale che le cose si rompano perché non sono state create per durare, è naturale che una scala di cemento si sbricioli, mentre a Roma diventa un avvallamento, il tempo passa con grazia e trasforma le cose in qualcosa di ancora più bello, in qualche modo catastrofico.

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