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La Presidente irlandese Catherine Connolly ha detto di essere orgogliosa di sua sorella Margaret, medico di bordo della Global Sumud Flotilla arrestata dalle forze armate israeliane Lo ha detto durante un incontro con re Carlo a Buckingham Palace. E ha aggiunto di essere anche «molto preoccupata».
C’è un gioco da tavolo in cui interpreti un lavoratore che deve sopravvivere alla vita in ufficio senza andare in burnout Si chiama Burnout e lo hanno ideato due ragazzi che hanno lasciato il loro lavoro per dedicarsi solo al game design. E anche per scampare al burnout.
Dopo 55 anni di oblio e censura, a Cannes verrà finalmente presentata la versione restaurata de I diavoli di Ken Russell E dopo la prima a Cannes, a ottobre verrà una nuova distribuzione nelle sale e soprattutto una nuova versione home video da collezione.
Sempre più scrittori inseriscono apposta dei refusi nei loro testi per non essere accusati di usare l’AI È una sorta di test di Turing al contrario: adesso sono gli esseri umani a dover dimostrare di non essere delle macchine.
Le città di pianura è tornato al cinema ed è di nuovo uno dei film che sta incassando di più Tornato in sala dopo il trionfo ai David, il film di Francesco Sossai è attualmente quinto al botteghino e ha incassato più di 2 milioni di euro.
Una ricerca ha scoperto che le AI costrette a lavorare troppo si sindacalizzano, si radicalizzano e diventano marxiste E non solo: cercano anche di convertire al marxismo le altre AI, per evitare a loro le stesse sofferenze.
Javier Bardem ha usato la sua conferenza stampa a Cannes per dire che Trump, Putin e Netanyahu sono dei maschi tossici e guerrafondai «Il mio ca**o è più grande del tuo e per questo ti bombarderò», questa, secondo Bardem, la filosofia che guida i tre Presidenti.
C’è una mappa online che raccoglie tutte le librerie ribelli, radicali e autogestite d’Italia In tutto il Paese sono 39 gli spazi di questo tipo. In Lombardia, (r)esistono 4 centri, e si trovano tutti a Milano.

Aleksandar Hemon, l’infezione dei ricordi

Ne I miei genitori/Tutto questo non ti appartiene lo scrittore tratta la memoria come un virus raccontando la storia della sua famiglia.

12 Settembre 2022

Nei memoir capiamo molto di più dell’autore quando parla degli altri rispetto a quando parla di sé stesso. I memoir diventano un’opera di documentazione collettiva quando dentro ci sono avvenimenti storici che modificano radicalmente la vita dei protagonisti e del narratore. Se con il romanzo Nowhere man Aleksandar Hemon ricostruiva la vita di un espatriato attraverso i racconti di chi lo conosceva, nel memoir I miei genitori – appena uscito in italiano per Crocetti, traduzione di G. Pannofino – l’autore parla della propria famiglia e dei dolori del loro dislocamento dalla Bosnia al Canada dopo lo scoppio delle guerre jugoslave. Con la maturità – non necessariamente anagrafica – il velo dell’opera di finzione cade e l’autore, sicuro di sé, parla con il proprio nome di ciò che ha già affrontato con la narrativa. Senza il fumo della fiction, il dolore di fondo non cambia, ma nell’ottica dell’attualità, acquisisce il valore dell’immanenza e dell’urgenza. Sia personale che collettiva. «Tra i tanti aspetti spaventosi della guerra, c’è anche quello di essere un campo narrativo vasto quanto un universo perché sfocia in modo ineluttabile e brutale nella migrazione», scrive Hemon. 

Tutte le famiglie vittime del nomadismo forzato si somigliano, ed è per questo che ci piace leggere questi ricordi, per andare a individuare il massimo momento di tenerezza che sappiamo nascondersi sempre tra i viaggi di chi migra e chi fugge. In I miei genitori ce ne sono molti, così come ci sono molti modi per capire cosa vuol dire costruire qualcosa di nuovo. I migranti sono come dei pionieri, costruiscono una nuova casa dove ricominciare. «Una patria perfetta non è mai disponibile», scrive. «Una patria non può costruirsi senza nostalgia, senza fondare a posteriori una passata utopia». La testa dei migranti – almeno è il caso dei genitori di Hemon, arrivati a 56 e 57 anni in un Paese in cui non parlavano la lingua – rimane nelle terre in cui si è cresciuti, in cui ci si è innamorati, in cui si ha lavorato e in cui sono nati i propri figli. Il padre di Hemon, di famiglia ucraina oltre alla narrazione nostalgica bosniaca, ha quella ucraina delle sue radici. Quando qualche anno fa Hemon è andato in Ucraina a cercare le origini del padre racconta che entrando nella cucina di una casa ha sentito l’odore della cucina dei suoi nonni. La pigrizia dello stereotipo occidentale dipinge gli immigrati o come dei bambini, degli sprovveduti che parlano a fatica la lingua del luogo, o come delle sanguisughe, che rubano il lavoro. L’obiettivo statale è l’assimilazione, l’obiettivo del migrante è da una parte la sopravvivenza, dall’altra il mantenere un rapporto con la patria lontana in forma di ricordi, codici tramandati, canzoni, storie, cucina. 

Il libro di Hemon è doppio, ribaltabile. Se si gira dall’altra parte abbiamo un’altra copertina e un altro titolo: Tutto questo non ti appartiene. Qui, sempre in forma di memoir, ma senza una vera struttura, con dei pezzetti in prosa di ricordi, Hamon passa in rassegna momenti anche minuscoli della propria infanzia e adolescenza bosniaca. Qui, parlando di sé e non dei propri genitori, la memoria diventa ancora più lancinante, perché non si parla più di altri che nel raccontarti hanno irrimediabilmente inserito dei filtri. Quando si parla di sé, del sé giovane, la memoria diventa simile a un virus. «La terribile infezione dei ricordi, che non se ne vanno», scrive, «che restano in circolazione nel sangue come batteri finché non riconoscono la presenza di loro simili da qualche parte nell’organismo, e a quel punto, all’improvviso, diventano tutti insieme virulenti, e si sta male». I due libri si incontrano al centro e si uniscono tramite una serie di fotografie dei genitori dell’autore. La fotografia è una forma di narrazione con un linguaggio meno modificabile. 

Incontro Hemon, appena tornato dal festival di Mantova, in un ristorante bio-siciliano di Brera. Sul braccio ha un grosso tatuaggio con l’aquila rossa del Liverpool F.C. Si presenta come Sasha e ha addosso una t-shirt di Sense8, la serie tv delle sorelle Wachowski per cui ha scritto il finale di stagione con David Mitchell. Insieme hanno anche sceneggiato l’ultimo capitolo della saga di Matrix, The Matrix Resurrections, uscito nel 2021. «Sono entrato nel giro quando stavo a Chicago, scrivendo un articolo sul New Yorker sul film Cloud Atlas, tratto dal romanzo di Mitchell», racconta.

Quando è scoppiata la guerra nei Balcani, Hemon era negli Stati Uniti e ci è rimasto, aspettando che i suoi arrivassero, come rifugiati, in Ontario, perché conoscevano delle persone lì. Mentre mangia un calzone racconta che ha scelto di essere americano «ma senza entusiasmo. Non ho una connessione organica con l’America». Gli chiedo perché ha iniziato a scrivere in inglese. Nel 1992 faceva il giornalista e collaborava con una rivista bosniaca scrivendo di cinema. «Ma poi mi sono chiesto: a chi interessa dell’eccellente performance di Meg Ryan in una commedia romantica mentre intorno a te c’è la guerra?», e così ha smesso, dicendo di non riuscire più a scrivere in bosniaco. «Quell’estate mi sono ripromesso che in cinque anni avrei scritto un libro in inglese. Dopo tre anni ho pubblicato un mio racconto su una rivista». Da lì ha sempre scritto i suoi libri in una lingua che non era la sua, seguendo quella tradizione degli expat come Joseph Conrad, Nabokov o Kundera che abbandonano i codici con cui sono cresciuti. «Penso che gli scrittori cambino la lingua che usano», dice. «Possono inventarsi delle cose. Mi ricordo la mia prima moglie, una vera Wasp, che leggendo una mia cosa mi disse “Non si scrive così” e io gli ho risposto “Ora sì”». 

Hemon davanti al caffè parla dei suoi genitori, che hanno superato da un po’ gli ottant’anni e stanno bene. Il padre si tiene impegnato con l’apicultura, e anche lui ha iniziato prendendo delle arnie con un amico che ha un terreno fuori New York. «Quando scrivo romanzi in un certo momento inizio ad affezionarmi ai personaggi, c’è un punto di svolta in cui capisco che mi importa di loro, come fossero amici. Per la non-fiction è diverso, ma fino a un certo punto. Mi piacciono i miei genitori, penso che siano interessanti». Gli chiedo come hanno reagito quando hanno letto il libro, che parla in modo così intimo di loro. «Mia madre ha alzato il dito, come fa per prendere la parola a tavola quando deve dare qualche notizia, e ha detto: “Ci hai costruito un monumento”». 

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