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LuisaViaRoma, una delle storiche mete dello shopping italiano, è in grave crisi L'azienda ha chiesto al Tribunale 60 giorni di tempo per presentare un piano di risanamento e ripagare i debiti. Nel frattempo i dipendenti hanno scioperato e i sindacati parlano di «scelte manageriali non adeguate».
A Seoul c’è un club del libro in cui si leggono i libri mentre si ascolta la techno «Ritmi ripetitivi e suoni minimali aiutano a immergersi più a fondo nella lettura», dicono gli organizzatori di questo curioso club del libro.
Sui profili social della Casa Bianca sono apparsi degli inquietanti post di cui nessuno sta capendo né il senso né lo scopo Foto sgranatissime, video incomprensibili, una musica che se ascoltata al contrario riproduce il messaggio «exciting announcement tomorrow».
Sta per arrivare un musical di Trainspotting con canzoni scritte da Irvine Welsh La prima è prevista per luglio al Theatre Royal Haymarket di Londra, giusto il tempo di far finire a Welsh tutte le canzoni a cui sta lavorando.
Nella guerra in Iran, per la prima volta nella storia i data center privati sono stati attaccati in quanto obiettivi militari legittimi I Pasdaran hanno iniziato a colpire i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, sostenendo che gli attacchi di Usa e Israele passano anche da quelle strutture.
Per la sorpresa di nessuno, la persona più contenta della decisione del CIO di escludere le donne trans dalle gare olimpiche femminili è J.K. Rowling La decisione del Cio l'ha talmente entusiasmata che si è persino dimenticata di commentare il trailer della nuova serie di Harry Potter.
Gregory Bovino, il famigerato capo dell’operazione anti immigrazione di Minneapolis, è andato in pensione e ha detto che il suo unico rimpianto è non aver espulso più immigrati Dopo la disastrosa operazione nelle Twin Cities, Bovino era stato declassato e rinnegato dall'amministrazione Trump. Ora va in pensione, rivendicando tutto.

Ricky Gervais è proprio quello di cui abbiamo bisogno adesso

È arrivata su Netflix la terza e ultima stagione di After Life, sei episodi di dark humour che non lasciano spazio all'autocommiserazione.

17 Gennaio 2022

Ci vuole una quantità di tempo libero bestiale, per stare dietro a tutto questo intrattenimento video. Non facciamo in tempo ad appassionarci a Squid Game, azzardare paragoni con Parasite, googlare il ristorante coreano più vicino a noi, tutto inutile: pochissimi giorni dopo aver imparato cos’è un kimchi stufato arriva il momento di Zerocalcare, l’Ultimo Intellettuale Italiano, e allora annamose tutti a pija’ un gelato. Suggerisco una nuova ossessione: è uscita venerdì scorso su Netflix la terza e ultima stagione di After Life, sei episodi di dark humour scritti e interpretati da Ricky Gervais (forse vi ricorderete di lui per quella volta in cui ha sbertucciato mezza Hollywood, sorseggiando una pinta di lager, con il suo discorso introduttivo ai Golden Globe del 2020, per i suoi spettacoli di stand-up comedy e per aver creato The Office). Le prime due stagioni hanno collezionato decine di milioni di spettatori e una manciata di award che, insieme a una chitarra e a qualche bottiglia di champagne vuota, stanno sullo sfondo in tutte le interviste zoom che Ricky Gervais ha concesso da casa sua negli ultimi mesi, spesso in postumi di sbronza ma sempre di ottimo umore.

After Life 3 riparte da dove eravamo rimasti: Ricky Gervais interpreta Tony, giornalista della Tambury Gazette, un quotidiano gratuito di un paesino inglese immaginario dove – curiosamente – c’è sempre bel tempo e non passa mai una macchina. Tony ha perso la moglie per una brutta malattia, e non l’ha presa benissimo. Alle sette e mezza di sera è già alla seconda bottiglia di vino (di solito Casillero del Diablo con tappo svitabile in plastica), non mangia niente che sia più complicato da cucinare di un chili con carne in lattina, ha un cane uguale a quello di Luca Bizzarri, indossa perennemente una maglietta color topo e tiene quasi sempre le mani nelle tasche di un giubbino slavato durante le visite quotidiane, con le spalle incassate e il passo strascicato, alla tomba di sua moglie.

C’è un articolo del New Yoker di qualche settimana fa, “The case against the trauma plot“, dove si analizza una tendenza in corso: l’innamoramento di scrittori e sceneggiatori per i personaggi la cui personalità è completamente definita da un trauma. Questo genere di intrecci spostano la nostra curiosità sul passato. Che cosa è successo per ridurre il protagonista in questo stato? In un mondo permeato di vittimismo, si chiede l’articolo di Parul Sehgal, il trauma è diventato la medaglia al valore dei coraggiosi? Il distubo post-traumatico da stress è il quarto disturbo psichiatrico più diagnosticato dai dottori negli Stati Uniti e viene definito in psicoterapia come “qualsiasi cosa che il corpo percepisce come troppo, troppo in fretta o troppo presto”. Forse una definizione un tantino generica, a tal punto che 633mila e 120 sintomi possono essere attribuiti a un PTSD.

Per ognuno di questi traumi, sembrerebbe, c’è una trama da scrivere. E quindi abbiamo avuto il Joker tormentato di Joaquin Phoenix e i daddy issues del giovane J.R. Moehringer in Tender Bar, l’ultimo film di George Clooney da regista, disponibile su Amazon da qualche settimana. Non parliamo nemmeno del povero Jude di Una vita come tante e della sua infanzia maledetta. La pornografia del dolore si è fatta strada anche nella musica: non c’è una canzone dove Ghali non ci ricordi che da bambino andava a trovare suo padre in carcere e tutto il marketing dell’ultimo singolo di Stromae è incentrato sui pensieri suicidi del cantante belga.

Be’, nell’ultima stagione di After Life non c’è grande spazio per l’autocommiserazione. Tony è vedovo, come non manca di ricordare a chiunque gli rivolga la parola, e non ha nessuna voglia di ritornare sul mercato dei single. Ma il suo trauma non è un’identità totalizzante. Tony non si piange addosso, è scettico, cinico, ironico e non pensa che il mondo intero gli debba un risarcimento. La sua filosofia è “just fuck off, life goes on”. Forse quando una storia è scritta da chi ha buone idee, non serve il ricatto del trauma per spiegare tutte le sfaccettatture del protagonista. Perciò il ritmo lento e l’ironia british di After Life 3 sono un alprazolam naturale contro il logorio della vita moderna, nell’attesa di un bonus psicologo.

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