Hype ↓
13:29 martedì 18 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

Abu Dhabi: la “newyorchizzazione” del deserto

27 Aprile 2011

Greg Giraldo la metteva così: niente dimostra lo spirito americano e l’attitudine occidentale verso la libertà come un addio al nubilato a New York, a pochi giorni dalla tragedia dell’11 settembre. Ci hanno provato a spaventarci, ma se le rovine di ground zero ancora fumanti non fanno passare la voglia ad un branco di giovani sgallettate di schiamazzare in un club, “Cosmo” in una mano e dildo nell’altra, allora i terroristi hanno perso.

Sex and the City 2 , seconda protesi cinematografica dell’iconica saga newyorchese, esprime grossomodo lo stesso concetto. Nonostante il messaggio, però, il film paga un tributo decisamente ambiguo all’ambiente che critica – nella fattispecie, gli Emirati.

Senza dilungarmi troppo sulla trama, comincerei dall’inizio, che è esattamente come te l’aspetti. New York City, grattacieli, Empire State of Minddi Jay-Z in sottofondo, pure un matrimonio gay per stabilire che, effettivamente, “there’s nothing you can’t do”. Delle quattro protagoniste, che per anni hanno rappresentato lo stile di vita (più inarrivabile che site-specific) della donna in carriera single, tre sono ormai accasate. Tra infanti piagnoni e mariti pantofolai, quello che ci vuole è una bella gita in un posto esotico, ma che non faccia rimpiangere i cocktail e le boutique della Grande Mela. E così scatta – in circostanze poco realistiche nella vita reale – il viaggio all inclusive negli Emirati, nella culturalmente avanzata e ridicolmente lussuosa Abu Dhabi.

Nel corso delle sue interminabili due ore e mezza (con gag che fanno rimpiangere il peggior Vanzina), le incautamente scollate protagoniste si renderanno conto però che il fascino esotico ma addomesticato dell’emirato è solo una maschera, dietro alla quale si affaccia una realtà retrograda e misogina. Le stanche batterie matrimoniali alla fine si ricaricano e, dopo che Samantha – la più libertina del gruppo – rischia l’arresto per una pomiciata in pubblico, il ritorno alla civiltà newyorchese diventa addirittura imperativo.

A giustificare il metraggio – di solito riservato a film come Transformers o Harry Potter, per fare spazio alle inevitabili mezz’ore di CGI – bisogna dire che nel suo piccolo Sex and the City 2 degli effetti speciali ce li ha. Per dirne una, la produzione è riuscita a trasformare Marrakech nella decisamente più “hot” Abu Dhabi, preferita alla spavalda sorella Dubai più per ripicca che per altro (“Dubai is over. Abu Dhabi is the future”, dice un tizio dall’accento arabo ad un certo punto del film). Questo trick cinematografico, spesso giustificato da banali motivi di budget, è in realtà il risultato di un gioco di rimbalzi e scaricabarile che merita una breve cronologia.

Fase 1: Al principio la sceneggiatura ambientava il film a Dubai. Nota per la sua boria costruttiva ed i suoi affari internazionali scavezzacollo, la città è decisamente più Las Vegas che New York. Perfetta, quindi, come esempio di resort desertica e sfrenata, da spot CNN.

Fase 2: Proposto il film a chi di dovere, Dubai rifiuta. A partire dal nome, le autorità cittadine non ci tengono ad essere associate alla gita debosciata della cricca di Carrie & co.

Fase 3: Si ripiega su Abu Dhabi. Sempre ricca, sempre araba. Senonché, su pressioni di Dubai, pure loro dicono di no.

Fase 4: Soluzione Marocco. Marrakesh ci sta, ma non vuole che la città sia identificabile nel film. Piuttosto che tornare alla scortese Dubai e dargli visibilità gratuita, si decide per Abu Dhabi – che tanto è sempre cool.

Quello che mi affascina della decisione della produzione è la ripicca finale. Nelle parole di un non meglio identificato filmmaker intervistato da ABCNews, infatti, sarebbe stato troppo comodo per Dubai fare la voce grossa e beccarsi lo stesso l’impennata turistica che un film iconico come Sex and the City 2 si porta dietro. Sulla carta la trama non è che renda sto gran servigio alla location ospite, ma anche il Guardian sembra non essere entusiasta della scelta di Carrie e comari, ricordando la condizione decisamente poco rosea dei diritti femminili nell’emirato.

Il fattore mitologico associato alla serie come macchina del glamour è quindi decisamente più potente degli elementi di denuncia sparsi per il plot. La potenza iconografica dei grattacieli di New York, lo stile di vita delle protagoniste e tutto il relativo apparato immaginario vanno ad investire i grattacieli ed il prestigio culturale dell’ultima ora di Abu Dhabi. Una newyorchizzazione, questa, tutto sommato in linea con i tentativi dell’amministrazione cittadina di iniettare prestigio culturale ed immobiliare in un terreno desertico.

Apparentemente senza volerlo, Sex and the City 2 gioca di fatto lo stesso ruolo dei nuovi landmark museali e delle propaggini residenziali di cui la città punta a fregiarsi nei prossimi anni: dal Guggenheim di Frank Gehry al Louvre di Jean Nouvel (costato all’emirato mezzo miliardo di dollari solo per il brand), fino all’eco-sobborgo di Saadiyat Island (impreziosita dalle chicche architettoniche di Norman Foster e Tadao Ando). E tutto questo senza farne vedere nessuno.

Si tratta di un tributo ambiguo, come dicevo prima, e forse inevitabile – considerato lo status di cui già gode la città. Ma se non altro, si spera, l’ondata turistica che seguirà il film saprà come regolarsi in quanto a scollature.

Articoli Suggeriti