Pare su richiesta diretta dalla Casa Bianca. Risultato: 4 morti "in meno" e circa 600 feriti in più.
Le ondate di caldo potrebbero far aumentare il prezzo del cibo più della guerra in Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz
Addirittura un punto percentuale di inflazione alimentare in più, un aumento del costo del cibo che nel 2027 rischia di arrivare al 3 per cento.
Il conto della spesa, per una volta, sembrava aver smesso di crescere. L’inflazione alimentare nell’eurozona è scesa dal 2,5 per cento di dicembre al 1,6 per cento di giugno, il livello più basso da metà 2021, merito di un abbondante raccolto di grano nel 2025 e di un surplus di latte crudo che ha fatto scendere i prezzi dei latticini. Ma secondo un’analisi riportata da Euronews, la tregua rischia di essere breve. Stavolta, però, non sarà la guerra in Iran né la crisi nello Stretto di Hormuz a far risalire i prezzi al supermercato nel 2027, ma le ondate di caldo di questa estate.
All’inizio dell’anno il timore era che il rincaro di petrolio e fertilizzanti innescato dal conflitto tra Israele e Iran si sarebbe manifestato negli scaffali dei supermercati entro un anno, il tempo con cui di solito gli shock nel mercato delle materie prime arrivano al consumatore finale. Quell’effetto, secondo le stime di Oxford Economics e Deutsche Bank, potrebbe aggiungere fino a 0,5 punti percentuali all’inflazione alimentare dell’eurozona, ma è già stato ampiamente superato, nei modelli degli economisti, da un fattore molto più difficile da prevedere: il clima. «Pensiamo che le ondate di caldo di quest’estate saranno un motore di crescita dei prezzi alimentari più forte della guerra», ha dichiarato Tomas Dvorak, senior economist di Oxford Economics, in un report citato da Euronews. Il caldo estremo, unito a un El Niño particolarmente intenso, potrebbe aggiungere fino a un punto percentuale all’inflazione alimentare del prossimo anno, portando la stima complessiva per il 2027 attorno al 3 per cento, con un picco atteso nella prima metà dell’anno.
I danni ai raccolti sono considerati ormai inevitabili, anche a prescindere da nuove ondate di calore. Un paper della BCE del 2023, citato nell’articolo, calcola che il caldo estremo del 2022 avesse già spinto l’inflazione alimentare europea di 0,78 punti percentuali verso l’alto, con gli effetti più marcati verificatisi nel Sud del continente. Lo stesso paper riportava che, alle condizioni climatiche attese per il 2035, un’ondata di calore paragonabile a quella del 2022 in futuro avrebbe pesato fino a un punto percentuale intero nell’aumento dell’inflazione alimentare. La ragione è semplice e inquietante: più il clima si scalda, più le colture diventano vulnerabili allo stress termico, e più lo stesso evento meteorologico produce danni maggiori. Il caro-spesa, insomma, non dipende più solo da guerre e mercati: dipende sempre più dal termometro.