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1913

Un libro di uno storico australiano racconta com'erano le principali città del mondo l'anno prima dell'esplosione della Prima Guerra Mondiale. L'Europa festante, in armonia, all'avanguardia e inconsapevole della catastrofe.

13 Luglio 2014

C’è un luogo e una data da cui prendono le mosse quasi tutti i saggi che raccontano la storia della Prima Guerra Mondiale. La data è il 1913. Il luogo è Ghent, la città fiamminga dove quell’anno si svolse l’Espoxition Universelle et Internationale, antenata dell’Expo che si terrà a Milano. È un “tropo” che torna utile per presentare al lettore l’istantanea di un’Europa festante, in armonia e all’avanguardia, ammirata dai propri e altrui progressi tecnologici, compiaciuta del proprio benessere ma soprattutto inconsapevole di trovarsi nei pressi di una catastrofe. Per uno storico, “Ghent 1913” è il prologo perfetto al dramma che si sta per mettere in scena, tanto più trattandosi di un dramma di cui qualunque lettore già conosce lo svolgimento.

Anche 1913saggio divulgativo dell’australiano Charles Emmerson – utilizza Ghent come sua prima ambientazione. Tuttavia non lo fa per proseguire lungo l’orologio della Storia in direzione dell’inevitabile, raccontando magari il triste destino della città, occupata appena un anno più tardi dalle armate tedesche. Lo fa invece per soffermarsi sull’anno 1913, da lì muoversi lateralmente lungo le coordinate della geografia e raccontare com’era «il mondo prima della Grande Guerra». E questo è proprio il sottotitolo del saggio di Emmerson, uscito in Inghilterra per Vintage nella primavera del 2013, una lettura particolarmente interessante ora che ci troviamo nei pressi del centesimo anniversario dell’inizio del conflitto.

Ma non è solo la sua tempestività a fare di 1913 un libro appassionante, lo è anche l’originalità della struttura scelta da Emmerson. Anziché scagliare addosso al lettore un solo saggio monolitico, lo storico decide di frammentarne la struttura in ventuno capitoli – che sono altrettanti piccoli saggi indipendenti – in cui racconta come si viveva, scriveva, pensava ma anche come ci si intratteneva in ventuno città del mondo agli inizi dello scorso secolo. Il tutto con il piglio da reporter con una macchina del tempo a disposizione più che quello del semplice storico.

Spostandosi da Londra a Tokyo, da Parigi a Teheran, da Roma a New York, da Detroit a Vienna, da Buenos Aires a San Pietroburgo e attingendo le proprie fonti dalla cultura alta a quella popolare, dai diari d’intellettuali alle colonne dei quotidiani, Emmerson ci introduce a un mondo che stava diventando “contemporaneo” e globale a ritmi vertiginosi.

Spostandosi da Londra a Tokyo, da Parigi a Teheran, da Roma a New York, da Detroit a Vienna, da Buenos Aires a San Pietroburgo e attingendo le proprie fonti dalla cultura alta a quella popolare, dai diari d’intellettuali alle colonne dei quotidiani, Emmerson ci introduce a un mondo che stava diventando globale e urbanizzato a ritmi vertiginosi. Un mondo che sembra volersi slanciare verso il presente da cui lo osserva il lettore, un mondo che non è solo l’anticamera di quello in cui viviamo ma che, per molti versi, lo ricorda in modo inquietante.

E la grande differenza tra 1913 e altri saggi storici che hanno provato a raccontare l’humus geopolitico da cui è germogliata la Grande Guerra sta proprio in questo. Il libro di Emmerson non è scritto con il senno di poi, alla ricerca di indizi dell’ineluttabilità del disastro incombente, bensì si limita a raccontare – in modo asciutto quanto il suo titolo – come si presentava il mondo in un anno carico di significato solo in relazione a quello che lo ha seguito. E anzi, a una lettura superficiale, dal libro di Emmerson la guerra pare tutto fuorché inevitabile. Il 1913 è, per esempio, infatti l’anno in cui, in occasione di un matrimonio reale, a Berlino si incontrarono e assicurarono mutua collaborazione e amicizia i tre più potenti regnanti (nonché lontani cugini) d’Europa, Giorgio V d’Inghilterra, lo Zar Nicola II e il Kaiser Guglielmo II. In quell’occasione, nei negozi di souvenir di Berlino, andarono a ruba ritratti del Re e della Regina inglesi così come riproduzioni della Union Jack sventolate dalla folla al loro passaggio.

Il 1913 è, per esempio, infatti l’anno in cui, in occasione di un matrimonio reale, a Berlino si incontrarono e assicurarono mutua collaborazione e amicizia i tre più potenti regnanti (nonché lontani cugini) d’Europa, Giorgio V d’Inghilterra, lo Zar Nicola II e il Kaiser Guglielmo II.

Ma non è solo attraverso i grandi avvenimenti storici che Emmerson ricostruisce i lineamenti del mondo prima della Grande Guerra. Sono semmai soprattutto le osservazioni apparentemente di seconda importanza, recuperate da Emmerson nei diari di viaggiatori più o meno illustri, che rivelano i dettagli più interessanti. È grazie a esse che ci si riesce a immedesimare nello stupore di un turista indiano, immerso per la prima volta nella varietà linguistica, etnica di una Londra che all’epoca era ancora il centro assoluto del mondo oltre che del suo Impero. Una città cresciuta così rapidamente e incontrollatamente da non essere riducibile a un’unica impressione coerente, «priva com’è di un punto culminante, un luogo in cui tutti i suoi differenti aspetti si ritrovavano insieme».

Se l’impressione prodotta dalla capitale inglese era, già un secolo fa, di una maestosità caotica, nel 1913, i visitatori di Berlino si trovavano di fronte, in modo non troppo dissimile da oggi, a una città tanto all’avanguarda quanto incapace di trovare una propria dimensione in cui convivevano palmo a palmo enormi contraddizioni. Una città rinomata in tutta Europa per la sua energia e le sue notti ma anche piagata da problemi sociali e sacche di povertà invisibili ai più, incontrati dal sociologo Werner Sombar all’alba dopo una «notte passata a ballare, quando si corre per prendere il primo treno del mattino e tornare a casa»:

A quel punto ci siamo trovati alla vista di un mondo del tutto alieno. Non sapevano dell’esistenza di queste centinaia, migliaia che “si recano al lavoro in file da due o tre col passo svelto, perlopiù senza parlare, affrettandosi verso il grande Moloch, la fabbrica il cui richiamo fischia alle 6 del mattino – mentre noi ci rotoliamo ancora una volta nel letto – e annuncia che la vita individuale dei suoi abitanti è finita per le 11 o 12 ore successive.

Se la Berlino del 1913 era la città in cui convivevano la vita notturna più intensa e democratica e il sottobosco socialista più turbolento d’Europa, a New York il Presidente Woodrow Wilson si trovava già alle prese con lo strapotere di banchieri e mercati difficili da regolamentare, mentre, a sorpresa,  i corrispondenti dei giornali internazionali a Buenos Aires si aspettavano che l’Argentina diventasse presto la guida assoluta del continente sudamericano, un paese di potenza e ricchezza pari agli Stati Uniti.

E l’Italia del 1913? Guardata con un misto di ammirazione per la sua bellezza e per i progressi compiuti dopo l’unificazione del paese ma anche con una certa superiorità per la sua relativa arretratezza, Roma era, già allora, una città in cui si rispecchiavano le contraddizioni di un paese scisso tra le spinte innovatrici e talora velleitarie di chi, su tutti ovviamente i futuristi, ammirava e agognava al progresso che si svolgeva altrove e le incrostazioni storiche di una società incapace di riformarsi dall’interno.

Immagine: il transatlantico Mauretania di fronte a Manhattan nel 1913

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