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13:09 martedì 17 febbraio 2026
C’è un libro che trascrive parola per parola le leggendarie puntate del Maurizio Costanzo Show con Carmelo Bene contro tutti A trent'anni dalla messa in onda di quelle due puntata del MCS, viene pubblicato «per la prima volta autorizzato, il testo integrale dei dialoghi».
È morto Frederick Wiseman, uno degli inventori del documentario moderno Premio Oscar alla carriera nel 2016, tra i suoi film più recenti e famosi c'era Ex Libris del 2017, dedicato alla New York Public Library.
L’attore che faceva Buffalo Bill nel Silenzio degli innocenti ha chiesto scusa alle persone trans per la pessima rappresentazione che il film faceva di loro «Ora ne sappiamo tutti di più, e capisco che ci sono battute nella sceneggiatura e nel film che sono infelici», ha detto.
La Cina abolirà i dazi sulle importazioni da tutti i Paesi africani (tranne uno) L’unico Stato escluso dall’accordo è l’Eswatini e ovviamente, come sempre con la Cina, c'entra il riconoscimento di Taiwan.
Per catturare Maduro l’esercito americano avrebbe usato anche l’intelligenza artificiale Claude Lo ha svelato un'inchiesta del Wall Street Journal, che ha citato fonti anonime «vicine al Pentagono».
Yuko Yamaguchi, la donna che ha “disegnato” Hello Kitty negli ultimi 46 anni, ha lasciato il suo ruolo Ringraziandola per il suo lavoro, Sanrio ha dichiarato che Yamaguchi ha «passato il testimone alla prossima generazione».
I protagonisti della nuova campagna di Zegna sono Mads Mikkelsen ma soprattutto i Giardini d’inverno di Pietro Porcinai Né serra né veranda, ma ponte ideale tra i luoghi dell'abitare e il paesaggio. Furono realizzati negli anni '60 e da allora sono rimasti invariati.
Il capo di Instagram ha detto che passare 16 ore al giorno sui social non significa avere una dipendenza dai social Secondo Adam Mosseri, passare tutto questo tempo su Instagram costituisce, nel peggiore dei casi, un «uso problematico» della piattaforma.

Perché portiamo i tacchi

Dagli studi dell'etologo olandese Tinberger al nuovo modello per uomo: smontaggio semi-serio della calzatura che produce la realtà aumentata della femminilità.

20 Luglio 2016

Qualcuno forse ricorderà il 2016 come l’anno in cui Gucci ha portato in passerella le ballerine da uomo. Quanto a me, che non m’intendo affatto di moda ma ho sempre guardato con una certa fascinazione le convenzioni delle calzature – quei codici non scritti che stabiliscono cosa è accettabile mettere ai nostri piedi e in quale situazione – mi piacerebbe ricordare questa stagione podo-fashionista come quella in cui è stata lanciata la prima linea di scarpe col tacco da uomini.

L’idea è arrivata da Solestruck, la società di e-commerce specializzata in scarpe edgy, perché «life is too short for boring shoes», che ha recentemente creato una linea, SYRO, di tacchi e zeppe per maschi. I più sofisticati potrebbero notare che fa parte di un trend, che i confini tra maschile e femminile sono in fase di ridefinizione, nella moda e non solo, che pure le fashion week uomo/donna stanno attraversando una fase fusionale, e poi ci sono le ballerina di Gucci e via dicendo. La mia prima reazione, devo confessare, è stata molto più banale, e cioè: ma chi è che glielo fa fare? Perché mai un uomo – edgy o non edgy, gay o etero, cis o trans o cetaceo – dovrebbe volere indossare i tacchi, quando è una tale tortura? I tacchi, specie quelli a spillo ma più in generale tutti, fanno un male cane. E le donne, che sono “costrette” a portarli da secoli, ne sanno qualcosa.

Naturalmente, la mia era una reazione errata superficiale. Perché la stessa domanda che nella mia testa avevo rivolto a ipotetici maschi desiderosi di mettersi i tacchi (dico ipotetici perché il successo di SYRO è tutto da dimostrarsi), potrebbe benissimo essere rivolta ai milioni, anzi ai miliardi, di donne che già li portano. E che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono affatto costrette. Allora, chi ce lo fa fare?

Thousands Of Runners Compete In World's Largest High Heel Race Record Attempt

Circa mezzo secolo fa l’etologo olandese Nikolaas Tinberger provò a mettere di soppiatto qualche gabbianella di plastica in mezzo a una nidiata di gabbiani. Così, per vedere l’effetto che faceva. Ben presto scoprì che le mamma gabbiane dedicavano più attenzioni, e soprattutto più cibo, agli uccellini di plastica – più grandi e più colorati dei loro fratelli in carne e piume – rispetto a quelli veri. Nikolaas, che per questa e altre scoperte avrebbe poi vinto il premio Nobel nel 1973, giunse alla conclusione che noi esseri viventi tendiamo a essere attratti da una versione esagerata della realtà molto più che dalla realtà stessa. La sua teoria sugli “stimoli supernormali” è poi tornata in auge di recente applicata ai consumi umani. Aiuta a capire perché ci piacciono le foto con i filtri di Instagram (o photoshoppate) più di quelle al naturale; aiutano a capire perché un Big Mac dà più soddisfazione del cibo cui erano abituati i nostri antenati; e aiuta a capire perché certe attrici porno (e non solo loro) hanno delle tette rifatte che mai esisterebbero in natura, e ci sta bene così.

Soprattutto, aiutano a capire perché le donne portano i tacchi. E cioè: perché esagerano la postura femminile, «incoraggiano la rotazione pelvica, il movimento verticale dell’anca, falcate più brevi e un numero più alto di passi per minuto», come notava uno psicologo americano, Paul Morris dell’Università di Portsmouth, un un recente studio sugli “stimoli supernormali”. Tradotto: grazie al bacino che ondeggia di più e ai passi che diventano passetti, i tacchi producono una realtà aumentata della femminilità.  E visto che noi mammiferi siamo programmati per preferire la realtà aumentata alla realtà, beh, normale, le donne coi tacchi piacciono di più. Messa così, sembra semplice: mettere i tacchi è un po’ come mettere un rossetto. Forse però le cose sono un po’ più complicate.

Di tacchi s’è discusso molto, e in modo animato, a causa di due fatti di cronaca dei mesi scorsi. Lo scorso maggio in Australia, una cameriera costretta per regolamento a portare scarpe col tacco ha postato su Facebook la foto dei suoi piedi indolenziti e persino sanguinanti, raccontando di aver provato a chiedere il permesso di cambiare calzature al manager del ristorante in cui lavorava ricevendo però un secco no per risposta: lo scatto è diventato virale, suscitando una cascata di articoli che davano dello stronzo, del maschilista o entrambe le cose al suo capo. A distanza di poche settimane, anche in Inghilterra si è verificato un caso simile: una giovane che lavorava come hostess ha provato a ribellarsi a un dresscode che imponeva i tacchi, sostenendo che le facessero male ai piedi: «Poi non è giusto, agli uomini mica chiedete di portare i tacchi», ha fatto notare. Risultato? L’hanno rimandata a casa. Anche qui la notizia è diventata virale, e inoltre è anche stata lanciata una petizione per proibire ai datori di lavoro di obbligare le donne a portare i tacchi. L’ultima volta che l’ho vista aveva già raccolto 150 mila firme.

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È evidente che i tacchi sono un argomento molto più polarizzante del rossetto. Beh, certo qualcuno ha provato a ridurla a una questione di bell’aspetto: costringere le donne a portare i tacchi è sbagliato perché la professionalità va al di là della bellezza, oppure no, è giusto perché curare l’aspetto fisico fa parte della professionalità. Ma, banalità a parte, non ci vuole molto a capire che il punto qui è un altro: a differenza di un lucidalabbra, di un fondotinta, di una data pettinatura o di un qualunque altro aspetto del dresscode, i tacchi fanno male. Fanno male nel senso che provocano dolore (non a tutte, certo, ma a molte). E fanno male, beh, alla salute. Uno studio pubblicato nel 2014 dall’Associazione dei medici podologi americani stabiliva che i tacchi erano la causa principale dei disturbi dei piedi femminili, mentre altre ricerche riconducono all’uso frequente di scarpe alte problemi come l’alluce valgo e l’accorciamento dei tendini, o addirittura problematiche posturali.

Chiunque appartenga al genere femminile e abbia avuto una zia, una mamma o una nonna si sarà sentita dire almeno una volta nella vita che “chi bello vuole apparire un pochino deve soffrire”, e non si capisce bene se sia un consiglio o una minaccia. La versione anglosassone di questo adagio è se possibile ancora più brutale: “Beauty is pain”.

Un secolo fa le nostre bis bisnonne hanno sofferto portando i bustini con stecche di balena per sembrare più belle, prima che qualcuno si accorgesse del fatto che non ne valeva la pena. Fino a tempi più recenti, le donne cinesi hanno pagato un prezzo ben più alto fasciandosi i piedi. Certo, i tacchi non sono una cosa paragonabile, con buona pace dei podologi non sono altrettanto dannosi e personalmente non so se riuscirei a farne a meno. Ma se tra duecento anni il mio fantasma dovesse scoprire che i tacchi sono stati archiviati come pratica medievale perché a un certo punto ci si è accorti che il gioco non valeva la candela, non mi stupirei più di tanto.

Immagini di Scott Barbour/Getty Images.
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