Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

La moda si scatta ancora per strada?

Sono al centro del dibattito sulle commistioni tra moda, marketing e web: chi sono, cosa fanno e quanto guadagnano i fotografi di street style. E cosa c'entrano con un ottantacinquenne che, instancabile, percorre le vie di New York in sella a una bici. Con una macchina fotografica.

Chi non si occupa di moda probabilmente non sa chi sia Bill Cunningham. Peccato, perché Bill – al secolo William – è un personaggio molto interessante, affascinante, curioso: curioso per chi, almeno una volta, si è imbattuto in lui – bicicletta; la sera gilet catarifrangente sempre indosso per evitare incidenti, saggiamente; macchina fotografica al collo – per le vie di New York; curioso lui stesso, che va in giro per le strade della Grande Mela con gli occhi puntati su ciò che gli sta intorno. Su cosa indossa chi gli sta intorno. E lo fa da più di 50 anni.

«Ho iniziato a fotografare le persone per strada durante la Seconda Guerra Mondiale – scrive di sé in un articolo intitolato “Bill on Bill” e pubblicato nel 2002 sul New York Times – e usavo una piccola macchina fotografica Brownie. Niente di troppo costoso. Il problema è che non sono un buon fotografo. Per essere completamente franco, sono troppo timido; non abbastanza aggressivo. Beh, io non sono per niente aggressivo. Solo, ho sempre amato, e amo tuttora, vedere donne vestite in modo magnifico».

Oggi che ha 85 anni – è nato il 13 marzo 1929 – è ufficialmente considerato il primo street photographer legato al mondo della moda: dopo l’esercito e un periodo ad Harvard (che ha mollato presto «Non faceva per me in assoluto», ha scritto), ha cominciato la propria carriera come giornalista e, in seguito, a scattare immagini a corollario dei propri articoli. Nella veste di fotografo, evidentemente, si è trovato a suo agio: per anni ha percorso la Fifth e la Madison Avenue alla ricerca di soggetti dal look interessante; oggi, mentre il pensiero della meritata pensione è ancora lontano anni luce, continua a fare più o meno la stessa cosa. Dalla fine degli anni Settanta lavora per il New York Times e oggi ha una rubrica fissa, che guarda caso si chiama “On the street” sia online sia offline, nella quale raccoglie scatti interessanti, look interessanti, persone interessanti. Il tutto con la città a fare da sfondo.

Bill è un tipo particolare, è una star-non star: è temuto dai fashionisti – prima tra tutti, Anna Wintour: «Bill c’è sempre: guarda, fa uno, due scatti. Oppure nessuno, che praticamente significa la morte. Tutti ci mettiamo in ghingheri per lui» dice in un intervista realizzata da Richard Press per il documentario Bill Cunningham New York (2011) – ma ha vissuto per anni, solitario, in un piccolissimo appartamento sopra la Carnegie Hall: una sorta di mini magazzino dove, al posto di armadi e fornelli, c’erano decine di classificatori da ufficio nei quali Cunningham custodisce l’estetica newyorkese degli ultimi cinque decenni. Un’estetica vibrante, intensa e ricca di colori, in netto contrasto con quegli archivi grigi e gelidi.

Parliamo di Bill Cunningham – cui la New York Historical Society dedica la mostra Bill Cunningham: Facades, in allestimento fino al 15 giugno – per un motivo ben preciso: ha in qualche modo inventato una branca della fotografia, la fotografia di moda scattata per strada, quindi molto più calata nella realtà rispetto ai servizi fotografici realizzati in studio, che negli ultimi anni ha fatto proseliti a destra e a manca. E non solo: il cosiddetto street style ha avuto un impatto significativo sull’industria della moda di cui ha contribuito a cambiare estetica e business, partendo dall’ispirazione creativa per finire alla comunicazione (e, quindi, ai ricavi economici).

Oggi i fotografi di street style sono per lo più freelance, ingaggiati dalle riviste per seguire la stagione delle sfilate oppure totalmente indipendenti: molti di loro vendono ai magazine il singolo scatto, specialmente se non sono famosissimi. Per capire un po’ come funziona il loro settore in termini di business, cito questo pezzo uscito sul sito americano Fashionista.com a firma di Alyssa Vingan. L’articolo parte da un assunto interessante (che poi è anche il titolo): “How street style photographers make money”. La prima notizia è che gli street photographer non guadagnano poco, ma nemmeno molto: un fotografo già noto nell’ambiente prende fino a 30mila dollari a stagione (costi di viaggio, alloggio, inclusi) per seguire le sfilate (ovviamente da fuori) per una testa di serie come Harper’s Bazaar Elle; il compenso per un fotografo con minore esperienza può invece arrivare fino a 12mila dollari al mese. Diversa la questione per chi vende le singole foto: un’intera pagina di scatti street pubblicata su un magazine cosiddetto A-list (dunque tra i più quotati) viene pagata fino a 1200 dollari mentre le singole foto possono essere vendute per una cifra che va dai 100 (per i fotografi meno noti) ai 600 dollari (per la carta stampata).

foto via maylovefashion.net

Il loro obiettivo – guadagno a parte – qual è? Lo chiedo a Elena Braghieri, una street photographer sui generis perché di lavoro non fa la fotografa di street style. Laureata in matematica, dipendente di una grossa società di assicurazioni, Elena è sempre stata una fotografa di moda per passione. Una passione talmente forte da spingerla a prendere qualche giorno di ferie non per andare al mare o a sciare, ma per immortalare persone fuori dalle sfilate di moda (per questa scelta, sbandierata col sorriso, quando l’ho conosciuta, nel 2010, ho pensato fosse pazza, ndr). «Una domenica di gennaio di cinque anni fa sono stata attirata dalla folla evidentemente legata al mondo della moda fuori dal Museo della Permanente: ero appassionata di fotografia, ho iniziato a scattare foto alle persone che uscivano dalla sfilata. A un certo punto è uscita anche una signora dai capelli rossi: era Vivienne Westwood». Aneddotica a parte, la domanda torna prepotente: a cosa serve lo street style? «Ad aiutare chi non si sa vestire bene, ma vorrebbe farlo. Dovrebbe servire da spunto, da ispirazione» dice Braghieri, le cui foto sono state per anni acquistate da Getty Images e hanno fatto il giro del mondo, finendo anche sulla Bibbia della moda, Vogue America.

Personalmente guardo spesso gli street photographer con un mix tra divertimento e fastidio: indipendentemente dalle condizioni atmosferiche, sono appostati a decine – intralciando spesso chi deve uscire/entrare/attraversare la strada – fuori dall’ingresso delle principali sfilate, in attesa di catturare qualche modaiolo/buyer/fashion editor vestito in modo curioso e spesso surreale. Durante la settimana della moda sono protagonisti di scene al limite del verosimile con tanto di quasi-risse con gli automobilisti o, in alternativa, i vigili urbani: ho visto coi miei occhi fotografi immortalare donne issate su tacchi vertiginosi sui binari del tram, con il suddetto tram in arrivo. Sono parte integrante di quel circo della moda che Suzy Menkes, ex firma dell’International New York Times da poco passata alla Condé Nast, descriveva in un suo articolo (diventato molto popolare) nel febbraio dello scorso anno: «Si fa fatica a salire i gradini del Lincoln Center, a New York, o a camminare lungo i giardini delle Tuileries a Parigi per via di tutti i fotografi che scattano immagini a chi si mette in posa. Le macchine fotografiche puntano alle loro prede così selvaggiamente come quelle dei paparazzi nella Dolce Vita di Fellini. Ma ora i soggetti sono pronti per diventare oggetti e vogliono esserlo, non sono braccati dai paparazzi ma, piuttosto, intenti a guadagnarsi la loro attenzione».

foto via smilingchic.com

La fotografia di strada, negli ultimi due-tre anni, ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della comunicazione di moda. Un processo di trasformazione che ha visto in campo tre attori principali: i blogger/fashion icon, le case di moda e, appunto, i fotografi. È andata più o meno così: alcuni personaggi, complici le immagini scattate dagli street photographer per le vie delle grandi metropoli (uno su tutti: Scott Schuman, creatore del popolarissimo blog The Sartorialist) sono diventati vere e proprie icone fashion. La loro popolarità, ovviamente, è stata moltiplicata esponenzialmente dalla Rete. Da qui il proliferare dei blog di street style con ritratti e autoritratti modaioli. Le case di moda, messe di fronte alla necessità di svecchiarsi e rendere più fruibili i propri messaggi ampliando il proprio target di riferimento, almeno sul piano dell’immagine, hanno cominciato a fare delle icone fashion un mezzo in carne ed ossa per promuovere i propri prodotti. Così quando le immagini di Anna Dello Russo, fashion icon e consulente di Vogue Japan, immortalata fuori da una sfilata con abito e scarpe di un determinato marchio fanno il giro del mondo grazie al web (e agli scatti dei fotografi di street style) il marchio in questione aumenta la propria popolarità in modo trasversale.

Un meccanismo che si è trasformato ben presto in un circolo vizioso minando l’essenza stessa dello street style: «Onestamente quello che oggi chiamiamo street style ha soffocato il vero stile – scrive Max Berlinger nell’articolo “What happened to street style”, pubblicato su Business of Fashion – ; mentre i lettori più avveduti hanno sempre saputo che i contenuti editoriali che compaiono sui loro mensili preferiti sono influenzati da esigenze pubblicitarie, lo street style era un tempo esente da questo tipo di compromessi. Non lo è più». Berlinger scrive senza freni: «La maggior parte delle immagini di street style – ha scritto – è diventata patinate tanto quanto i servizi di moda di molti magazine. C’era un tempo in cui le passerelle e le riviste di moda riflettevano il mondo della fantasia e la vita reale era, beh, reale. Il che non vuol dire che uno si dovesse vestire in modo noioso, ma certamente non prendeva in prestito i propri abiti da uno showroom». Questo ragionamento è nato dalla penna acuta di un giornalista newyorkese come Berlinger, ma trova d’accordo anche chi sta dietro la macchina fotografica: «Il product placement c’è sempre stato – dice Elena Braghieri –, ma non era così sfacciato. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’estremizzazione del fenomeno: non c’è nessuno sforzo creativo nello styling; il look viene fornito interamente da un brand; il risultato è davvero troppo poco spontaneo».

foto via nothingtoamend.blogspot.com

La responsabilità è condivisa: «Non attribuiamola alle case di moda o alle blogger e basta – chiosa Braghieri – i colpevoli siamo anche noi fotografi: c’è una proliferazione di persone che si spacciano per street photographer senza avere un minimo di cultura di moda; il risultato è che chiunque sfoggi un look fuori dal comune – spesso ridicolo – viene immortalato, senza alcun tipo di riflessione a monte».

La conclusione del pezzo è in realtà un ritorno alle origini – della storia della fotografia di strada, ma anche del pezzo –, in una citazione di Bill Cunningham:«Non sono interessato alle celebrity che indossano gli abiti che sono stati dati loro gratis: a me interessano i vestiti». Touché.

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg