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Il ritorno della barba

Da qualche tempo impazzano certe pubblicità piene di doppi sensi, perché il sesso vende sempre. Reclamizzano le virtù dei rasoi elettrici per il corpo maschile: quelli, per intenderci, che il vello non lo estirpano ma lo regolano, dando alla natura, anarchica, un tocco di passeggera perfezione che mal cela la nostra animale finitudine. Se il mercato scommette su un nuovo bisogno, qualcosa vorrà dire. In effetti, l’immaginario collettivo sembra aver riscoperto peli, barbe e via discorrendo: era da più di trent’anni che non si vedevano tanti uomini irsuti sui giornali, sulle passerelle e per strada. In auge ancora negli anni ’70 del libertinaggio bohémien, della contestazione e dell’esplosione disco, il pelo venne definitivamente bandito negli ’80 del corpo scolpito, dell’edonismo reaganiano e dell’incubo AIDS. Troppo bruto, bestiale, sessuale: roba da papponi, narcotrafficanti o terroni arrapati con la canottiera macchiata di sugo. Frigidi e iperstilosi, gli anni ’80 imposero al contrario contegno e autocontrollo, anche in tema di erotismo, pena la malattia e poi la morte.

Si affermò allora l’immagine del superuomo liscio e bionico, così vanitoso da fare della bellezza una forma di culto laico ed egoista. Oggi forse quell’uomo, diventato nel frattempo gallo e poi tronista, sopravvive ancora in TV, ma le cose, fuori dalla scatola catodica, stanno cambiando. Se gli anni Zero sono stati segnati in maniera indelebile dalle scorribande ultra-vanesie del metrosexual, il narciso imbellettato più di una donna, gli anni Dieci, figli di una crisi delle idee e dei portafogli, si annunciano ben diversi. La fiction ha stancato, così come i modelli assurdi proposti dai media. Si torna alle radici. L’uomo, non più metro-vanesio, riscopre vecchi valori e vecchi modi d’apparire, sicché c’è già chi parla di retrosexual.

Normale che in questo clima il pelo, tratto secondario e naturale di virilità, fosse sdoganato. Certo, il rischio è che, non più camuffamento prediletto di cavernicoli, mangiatori di bambini e bombaroli, barba & co. diventino solo accessori alla moda, ma lo slittamento è nondimeno significativo.
C’è dell’altro. La riscoperta del pelo e del machismo d’antan sembra arrivare al mondo etero, per uno di quei giochi di correnti convettive che da sempre caratterizzano la cultura pop, direttamente da quello gay.

Esattamente come quindici anni fa era successo per il metrosexual, che dal mondo gay aveva mutuato la vanità estrema e l’egocentrismo, adesso la riscoperta del vello generoso deve molto all’inatteso successo dei bear. Ovvero, gli orsi: quegli omosessuali che non riconoscendosi nel paradigma dominante hanno erotizzato l’opposto, celebrando in particolare il pelo, i muscoli e la panza. Da che erano una minoranza, invero anche antifashion, i bear sono diventati da ultimo un fenomeno, e l’influenza è subito spillata nella nicchia modaiola, per poi diffondersi. Due i macro-segnali: nel giugno 2009 Walter Van Beirendonck, l’unico designer belga immune dal pessimismo cosmico degli anversesi, manda in passerella una intera collezione su modelli XXL; nella primavera del 2010 Fantastic Man dedica un intero servizio a uomini “of quite marvelous shape”.

Ora, che la panza venga definitivamente accettata ci par difficile: senza aspirazione alla perfezione, anche minima, non ci sarebbe insicurezza, e senza l’insicurezza moda e indotto franerebbero. Che il pelo passi, invece, è assai più plausibile, anche se a giudicare dai manzi depilati con le sopracciglia ad ali di gabbiano visti in giro ogni giorno e in ogni città sembrerebbe che la massa non sia ancora pronta al cambiamento.

Piuttosto, il dilemma è un altro: cosa è che fa del mondo gay l’incubatore dell’estetica etero del futuro? Secondo il performer newyorkese Desi Santiago, che solo di recente è venuto a patti con il proprio bestiale irsutismo, “le sottoculture gay riflettono una ribellione continua al patriarcato rappresentato dal mainstream eterosessuale. Attraverso questi scontri, cui segue l’accettazione e poi una nuova ribellione, l’immaginario collettivo prende coscienza della diversità, arricchendosi”. Gli fanno eco Jeffrey Costello e Robert Tagliapietra, stilisti di successo e iconica coppia bear: “è l’idea della mascolinità che piace: la cultura bear offre agli uomini, etero o no, la fuga da certi oppressivi regimi di bellezza. Il fenomeno ha a nostro avviso più a che fare con una tendenza che con un cambiamento vero, ma è da registrare, in generale, una maggiore attenzione alla diversità fisica, riflesso dei tempi, della moda, dello stile e forse anche dell’economia”.

Il nocciolo della questione, da qualunque parte lo si guardi, è lo stesso: farsi accettare, arginare le insicurezze.
Sono i mezzi che cambiano, non il fine. Se per i metrosexual la soluzione coincide con una ricerca spasmodica di perfezione fisica, per i retrosexual è invece il ritorno all’archetipo del maschio a fugare ogni angoscia di debolezza ed effeminatezza. Sempre che poi siano i peli o i caratteri fisici e vestimentari a definire un uomo. Il problema è complesso perché, senza falsi moralismi, le apparenze contano, e pure parecchio. Non a caso gli orsi hanno elevato a forma suprema di stile la normalità etero più trita e banale, quella delle camicie a quadri e dei jeans, dei calzini di spugna e dei tagli di capelli da militare. Il fotografo Christopher Shulz, autore dei collage in queste pagine e inventore del periodico Pinups, è molto critico sull’argomento: “Sovente gli orsi sono poco interessati a ciò che va oltre la superficie dell’essere uomo. Ogni volta che un modello fisico diventa un vettore di socializzazione, ci sono persone che aderiscono smettendo di pensare di testa propria. Mescolare il tipo bear con la moda, come ha fatto Van Beirendonck, invece, è brillante: cancella l’etero-normalità che in parte definisce l’identità bear. Più la moda si approprierà del look bear, più la cultura bear verrà costretta a trovare nuove vie d’espressione per non ridursi a costume. Gli orsi sono noiosi, é mescolare e rompere i modelli che è eccitante”.
Aggiunge Teddy Mark, creative director del trimestrale Bear: “La moda è uno specchio fantastico dello stato presente e futuro della società: oggi, à bello vedere così tante forme di espressione tutte insieme, peli inclusi”.

Perché, in effetti, il revival del pelo è solo la punta dell’iceberg. Anzi, è cominciata la deriva dei continenti, quanto a virilità. Ci sono gli emo sartoriali, orfani inconsolabili di Hedi Slimane e per questo etichettati sarcasticamente come Diorette: emaciati, senza un filo di carne, tesi ma carichi di testosterone, congelano la fisicità della giovinezza acerba facendone antidoto all’ansia del tempo che passa. Ci sono i manzi televisivi, versioni estreme, ignoranti e debordanti del metrosexual, ridotto a formula Bignami. Ci sono gli uomini normali, senza infamia né lode, frequentatori impiegatizi di palestre, per i quali il massimo dello stile e dell’eccentricità sono le Hogan e il Moncler. E ci sono, infine, gli uomini mutanti, che prefigurano già il futuro della specie, quello della totale androginia. Asceti, non travestiti, combattono il logorio della vita moderna con un purismo intransigente che è credo estetico e morale: nessun pelo, nessuna ciccia, nessun tratto secondario, maschile o femminile che sia. Nulla: rinuncia totale, solo stile. Identificano il proprio mondo con quello di designer come Rick Ownens e Rad Hourani, indossano sovente i tacchi e rappresentano la nicchia della nicchia: forse, visivamente, la più eccitante. Non li ama nessuno, perché sfuggire alle definizioni – etero, gay o quel che è – spiazza sempre. Spiega a tal proposito Elia Quadri, giovanissimo poster boy milanese della mascolinità sbieca: “Il modello genderless è legato al sistema moda. A differenza dei bear non si può parlare di tribù: si tratta più che altro di individui che adottano un certo tipo di immagine e che, osservati nel complesso, rappresentano un fenomeno. Il retrosexual ha dei punti di ritrovo e feste dedicate; il genderless no. La massa etero non ne farà mai un modello: non presentare chiare connotazioni sessuali, infatti, è un tabù per l’uomo medio”.

Per concludere, quindi, dove va l’uomo? Ovunque. Lo scenario è così cangiante che cercare la mappa non serve, e non rassicura nemmeno. Viviamo forse una delle fasi di maggiore apertura e democrazia estetica della storia. La libertà è magari solo virtuale, ma non di meno scatena energie. Il corpo, e tutto ciò che intorno a esso gira, non è solido, a conti fatti: membrana permeabile, si modella sempre sotto i colpi inesorabili dello Zeitgeist, oscillando da un estremo all’altro.

Perché il corpo, per citare Barbara Kruger,è un campo di battaglia. Lei, nel 1989, lo urlava a lettere bianche su campo rosso, femminista e incazzata, riferendosi alle donne. Oggi, non c’è più scampo per nessuno.

 

Dal numero 0 di Studio

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