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L’Unione europea ha scorte di petrolio sufficienti per tre mesi e c’è chi inizia a essere seriamente preoccupato Con il petrolio che ha superato i 100 dollari al barile e lo Stretto di Hormuz chiuso, l'Europa inizia a guardare con una certa inquietudine alle sue riserve energetiche.
Un bambino di 9 nove anni ha presentato la sua collezione couture alla fashion week di Parigi Si chiama Max Alexander, ha quasi 6 milioni di follower su Instagram, Sharon Stone come cliente, e in sogno ha scoperto di essere la reincarnazione di Guccio Gucci.
Tutti i teatri dell’opera del mondo stanno massacrando Timothée Chalamet, compresa la Scala di Milano L'attore ha detto che «a nessuno importa del balletto e dell'opera». Il teatro ha risposto con un video piuttosto piccato.
L’Iran ha fatto un altro cortometraggio in stile Lego The Movie per dare tutta la colpa della guerra a Usa e Israele Era già successo nello scorso giugno, durante i precedenti attacchi di Usa e Israele. Anche in quel caso, i protagonisti era Trump, Netanyahu e Satana.
Il video del nuovo singolo di Olivia Rodrigo è un montaggio di video fatti dai bambini di Gaza, del Sudan, dell’Ucraina e dello Yemen Lo ha pubblicato su Instagram per promuover l'uscita del disco di beneficienza Help(2), per il quale ha realizzato una cover di "The Book of Love".
I creator assoldati per fare propaganda a favore di Israele stanno facendo causa a Israele perché non sono stati pagati Diversi enti governativi israeliani avrebbero debiti per milioni con studi di produzione e creator assunti per influenzare l'opinione pubblica.
Polymarket è stata costretta a chiudere la pagina in cui faceva scommettere sull’imminente apocalisse nucleare Si poteva fare una di due scelte: la bomba esploderà entro la fine di marzo? Oppure entro giugno dell'anno prossimo?
Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.

FIERAMENTE MADE IN ITALY

Inizia Pitti Uomo 84: che senso ha visitare una fiera di moda maschile nell'epoca del 2.0? Ne ha: tessuti, piccoli imprenditori, giovani brand. Tutti italiani.

18 Giugno 2013

Un tempo era l’Eurostar delle 15:15, Milano Centrale – Firenze Santa Maria Novella. Dodici carrozze, un’istituzione. Un rendez-vous più o meno volontario tra protagonisti di un sistema, quello della moda, che rappresenta una grossa fetta del Pil italiano. Un treno di addetti ai lavori – buyer, imprenditori e giornalisti – uniti dalla medesima destinazione: la più famosa quattro giorni dedicata alla moda maschile, Pitti Immagine Uomo, alla Fortezza da Basso di Firenze. Un tempo era così: ci si ritrovava al binario sorridenti, non ancora schiacciati dal peso della crisi economica, con in mano i biglietti cartacei timbrati e i cellulari non ancora smartphone con le loro suonerie un po’ metalliche e grossolane.

Oggi qualcosa è cambiato e non è solo la possibilità di scegliere tra Trenitalia e Italo, tra Stazione Garibaldi e Centrale, tra il mostrare al controllore il foglio A4 sul quale è stampata la ricevuta del proprio e-ticket oppure l’email di conferma, direttamente dallo schermo del proprio tablet. E allora, seduta al posto 18 di un treno che a 280km/h mi sta portando a seguire l’edizione numero 84 di Pitti Uomo – circondata non più da volti noti, ma da studenti di medicina, businessman che battono freneticamente sui tasti del proprio pc sfruttando il wifi gratuito e signori che sfogliano distrattamente il giornale – viene spontaneo chiedermi: ma a cosa serve visitare una fiera di moda maschile nell’epoca del 2.0?

A nulla: la prima risposta, quella data a bruciapelo, sarebbe questa. Del resto ho la mail piena di messaggi e immagini che illustrano le collezioni per filo e per segno. E ho accesso – come qualunque appassionato di moda – a una serie di blog che quelle foto le hanno già pubblicate, instagrammate, twittate. Così come hanno fatto molti giornali, visto che la concorrenza tra carta e web ha ridefinito canoni e logiche del giornalismo portando a stringere i tempi, a condividere, ad anticipare. I buyer, poi, da tre anni a questa parte possono avere accesso ad una piattaforma digitale che trasferisce online – e più a lungo rispetto alla fiera “fisica” – le proposte dei marchi che sono tanto lungimiranti da aderire al progetto. La piattaforma si chiama e-Pitti ed è stata lanciata nel 2010: per crearla è stata fondata una società dedicata, FieraDigitale che nel 2013 dovebbe fatturare 2,5 milioni di euro; nelle sue prime quattro stagioni e-Pitti ha registrato (in riferimento alle fiere Pitti Uomo, Pitti W, Pitti Bimbo e Pitti Filati) ben 3 milioni di visitatori con una percentuale rilevante di compratori stranieri.

A cosa serve visitare una fiera di moda maschile nell’epoca del 2.0? La risposta sembra banale, ma risiede tutta in tre parole: made in Italy.

Perché affrontare il caldo di Firenze, immergersi tra gli stand, fare lunghe file ai punti taxi e mettere a budget una trasferta – per alcuni internazionale – quando si può fare tutto comodamente dal computer? La risposta sembra banale, ma risiede tutta in tre parole: made in Italy. A fare la differenza, quando si parla di moda italiana – e la moda uomo non fa eccezioni: anzi – è quel mix tra qualità dei materiali, lavorazioni artigianali e creatività che difficilmente, per ora, una visione digitale può restituire. Toccare un tessuto è fondamentale: chiedetelo a un buyer, ve lo confermerà. A questo vanno aggiunte le persone: gli imprenditori delle piccole imprese del territorio italiano che stanno cercando di portare nel futuro marchi, molti dei quali dall’impronta familiare, dalla storia radicata, ancora restii ad abbracciare la tecnologia (cosa che, invece, dovrebbero iniziare a fare almeno in maniera moderata) e ti raccontano i loro prodotti in un mix tra ottimismo e speranza. E poi, i giovani: appassionati, pieni di idee trasversali per target e categoria merceologica, che a Pitti trovano spazio in diverse modalità: nelle piattaforme ad hoc come Who is On Next?, concorso realizzato in collaborazione con Vogue Italia, oppure Pitti Italics, programma attraverso il quale la Fondazione Pitti Discovery promuove e supporta le nuove generazioni di fashion designer e i marchi più interessanti che progettano e producono in Italia.

L’edizione numero 84 di Pitti (insieme alla 12esima di Pitti W) riunisce 1.010 marchi da uomo e 70 brand da donna, il 60% dei quali sono italiani; i compratori registrati nell’ultima edizione, quella di gennaio 2013, sono stati 17.800 di cui il 14% stranieri: «Abbiamo calcolato che nel mondo ci siano circa un miliardo di nuovi consumatori, grazie al crescente benessere nei Paesi emergenti – aveva detto alla conferenza stampa di presentazione il presidente di Pitti Immagine Gaetano Marzotto –; circa 200 milioni di questi consumatori amano e aspirano a comprare made in Italy: i marchi del lusso sono attrezzati per questa sfida, mentre la sfida per Pitti e l’intero tessile-moda italiano è aiutare le nostre piccole e medie imprese a raggiungere questa nuova platea».

Il viaggio non è a vuoto, dunque: gli strumenti che il 2.0 ha portato nella nostra quotidianità ci permettono di scremare le proposte, condividere le belle idee e ampliare il bacino d’utenza di una fiera fino a poco tempo fa riservata solo agli addetti ai lavori. Che lo faranno con treni diversi, sì, e magari solo per un giorno, ma alla fine continueranno ad arrivare.

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