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23:25 giovedì 10 settembre 2026
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.
Il crossover tra A24 e Dior sembra strano ma in realtà ha perfettamente senso sia per A24 che per Dior Per i prossimi due anni il brand diverrà main partner del Cherry Lane Theatre di New York, istituzione centenaria acquisita da A24 nel 2023
Il nuovo corto di Maison Margiela sembra il trailer di un film di Dario Argento Si chiama Anonymity e ricorda molto Suspiria, sia per alcune scene che per la colonna sonora che cita le musiche dei Goblin.
Mamdani ha reso pubbliche 170 mila pagine di report, dichiarazioni e indagini sulla qualità dell’aria dopo l’attentato alle Torri Gemelle Quattro amministrazioni comunali diverse hanno tenuto quelle carte fuori dalla portata del pubblico, del Congresso e del consiglio comunale, mentre i funzionari continuavano a definire l'aria sicura e accettabile. Ora sono consultabili online.
Per la prima volta un’AI ha progettato virus mai esistiti in natura e perfettamente replicabili in laboratorio Una scoperta potenzialmente molto utile per la medicina ma con dei lati inquietanti, per via delle possibili applicazioni dei virus come armi biologiche.
Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.

Il mito di Dries Van Noten

Un documentario celebra lo stilista belga che, a trentadue anni dal debutto con i Sei di Anversa, è ancora uno dei designer indipendenti più importanti al mondo.

20 Ottobre 2017

Ci sono delle figure ricorrenti nella rappresentazione sui giornali di un certo tipo di stilista. Trattandosi di quelli che rientrano nella categoria degli schivi (e lo “schivo designer”, si sa, è un prototipo dalle molte facce e infinite declinazioni) spesso lo si dipinge per teologia negativa. Non si vestirà in maniera eccentrica, non sarà amico dalle star, non si comporterà lui stesso, infine, da celebrity. Non è neanche un direttore artistico, qualsiasi cosa s’intenda oggi con quest’ultima espressione. In alternativa, c’è la reductio ad categoria commerciale: è un imprenditore, ma senza la parte dei completi farlocchi o della sbruffoneria provinciale, perché venderà anche vestiti, siamo d’accordo, ma meglio ricordare che prima li fa pur sempre sfilare in passerella. Nel caso specifico di Dries Van Noten, però, c’è un’altra metafora che ricorre in tutti i suoi ritratti, soprattutto in quelli bellissimi da leggere come quello recente di Hanya Yanagihara sull’ultimo numero del T Magazine o quello di Angelo Flaccavento sul secondo numero di Studio, ed è quella del giardino e del suo custode. È facile immaginare Van Noten, belga originario di Anversa e tuttora lì residente, coltivare le rose che compaiono sui suoi vestiti con uno sguardo e una cura sempre a metà tra lo scrupoloso e il malinconico, mentre taglia via i rami secchi, le mani eleganti come tutta la sua persona, rassicurante perché bella di quella bellezza che puoi ritrovare anche negli sconosciuti sul tram o nel metrò.

Dries Van Noten, poi, un appassionato di giardinaggio lo è per davvero e nell’intervista di Yanagihara scherza sul fatto che un giorno scriverà un libro a quattro mani con Patrick Vangheluwe, suo partner nella vita e nel business, e lo intitolerà proprio Il giardiniere depresso. «Parlerebbe di tutte le cose che possono andare storte in un giardino (…) Puoi programmare tutto nel minimo dettaglio ma qualcosa finisce sempre per andare male lo stesso. Il giardiniere depresso lo sa. Sa anche che questo è quello che succede quando cerchi di governare l’ingovernabile. Essere un giardiniere depresso significa vivere in un costante stato di umiltà».

FASHION-FRANCE-DRIES VAN NOTEN

Il nocciolo della filosofia Van Noten è tutto qui, nella sua serena nebbiosità centro-europea. È un po’ come il suo taglio di capelli, tagliati corti e nettamente divisi da un lato, appena spruzzati di grigio, altra caratteristica che ai cronisti piace riportare perché conforme all’idea dell’uomo creativo e riservato. Ed è proprio nella sua moda che l’apparente cortocircuito si risolve del tutto e, a trentadue anni dall’esordio con i Sei di Anversa, Dries Van Noten può certamente considerarsi ancora uno dei pochi designer indipendenti di successo dell’industria. Il suo tratto distintivo è sempre stato l’esotismo, quella curiosità insaziabile che non si appropria ma si nutre delle suggestioni di mondi altri fino a creare qualcosa di originale, lui che in una boutique ci è cresciuto, quella del padre, dove si vendevano i grandi marchi italiani e francesi, e che è degno erede della cosmopolita tradizione mercantile fiamminga. È il designer dei colori (del blu in particolare, che è blu Van Noten, ma esiste una sua specifica declinazione di giallo, di verde, di rosso e di viola) e delle fantasie, a fiori o geometriche che siano. È il designer degli abiti tattili, che scivolano senza costringere e sembrano pensati «più per la mente delle donne che per il loro corpo», come dice sempre Yanagihara.

FASHION-FRANCE-DRIES VAN NOTEN

Lo scorso marzo ha festeggiato il suo centesimo show a Parigi mandando in passerella le modelle che per lui hanno sfilato dal 1989 al 2016 e rielaborando alcuni tra le sue stampe più famose, da quella ispirata ai kimono giapponesi dell’Autunno-Inverno 2013 a quella con le rose inglesi della Primavera-Estate 1994. Ha pubblicato Dries Van Noten 1-100, un’enciclopedia in due volumi delle sue prime cento sfilate, raccontate da Tim Blanks e Susanne Frankel, ed è anche protagonista di un documentario, Dries, recentemente presentato a New York e in arrivo su Netflix a gennaio.

Diretto dal regista tedesco Reiner Holzemer, racconta un anno della sua vita nello spazio di quattro collezioni e promette un punto di vista intimo sul suo metodo di lavoro. Secondo i manuali della moda, Van Noten era il meno radicale tra i sei ragazzi arrivati a Londra da Anversa nel 1986, da Walter Van Beirendonck ad Ann Demeulemeester, che si sono inventati, insieme a Martin Margiela, un modo avanguardistico di pensare i vestiti ancora oggi insuperato. Radicale, in una sua certa, bilanciata misura, lo è sempre stato, e oggi può fregiarsi, con la compostezza che lo contraddistingue, di non fare pubblicità, di non avere un ufficio marketing a cui rispondere e di essere responsabile in prima persona delle persone che lavorano per lui. La coerenza del suo percorso artistico e i sudati risultati ottenuti risolleverebbe anche il più depresso dei giardinieri: alla fine solo i più diligenti, e ostinati, verranno premiati dalla fioritura.

Foto Getty
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