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03:42 sabato 7 marzo 2026
Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

Zuidas

Il quartiere Zuidas di Amsterdam e l'estetica del business. Progettare spazio pubblico per il "privato"

27 Dicembre 2011

C’è una foto del 1932 dove si vedono degli operai in pausa pranzo, seduti su una trave d’acciaio sospesa su Manhattan, parte di quello che sarebbe diventato il Rockefeller Center. A parte il coraggio e le doti compositive del fotografo (Charles C. Ebbets), nonché l’invidiabile noncuranza dei soggetti, questa vertiginosa immagine colpisce per motivi simbolici. Gli spavaldi grattacieli della Grande Mela rappresentavano il vertice dello sviluppo urbano e capitalistico occidentale, una conquista architettonica ed economica capace anche di elevare uomini dall’aria semplice e polverosa come quegli operai a simbolo immortale dei raggiungimenti tecnici umani. E, sia per gli speculatori che per i terroristi, i grattacieli tutt’ora conservano un forte appeal simbolico.

Ma cambiamo scenario, spostandoci in una città che sicuramente non è famosa per la sua verticalità: Amsterdam. Nell’ultimo decennio, a sud del centro cittadino (ma abbastanza lontano dalla caratteristica “cipolla” dei canali, per non stonare troppo) si è andato sviluppando lo Zuidas, un nuovo business district dove banche e corporation internazionali (come RBS e Accenture) hanno fatto il loro spettacolare nido. Usciti dalla metro, appena sotto il World Trade Center locale, ci si confronta subito con l’estetica dell’opulenza riscontrabile in altre zone della città: i palazzi delle compagnie con le loro trovate architettoniche accattivanti (tipo l‘astronave ING), i blocchi residenziali essenzialmente pratici (per ottimizzare le superfici affittabili), ma rivestiti di texture e colori più vivaci (il condominio della Django).

Ispirato alla Défense parigina e al Canary Wharf londinese, il masterplan dello Zuidas (anche conosciuto come “Financial Mile”) è stato commissionato nel 1998 dal Comune allo studio De Architekten CIE, ma sarà portato completamente a termine solo nel 2023. Il tutto è stato progettato e realizzato secondo le norme di ecosostenibilità europee (assicurandosi che ci siano abbastanza spazi pubblici e verdi) e, visto il risultato che gli stessi architetti hanno ottenuto con altri spettacolari progetti residenziali nella rinascente zona nord-est della città, tutto ciò fa ben sperare.

A camminarci nello Zuidas, però, l’effetto è un po’ straniante. Così come in altre zone recentemente risviluppate, la bellezza dell’architettura distrae dalla mancanza di un tessuto urbano, di una quotidianità indipendente dalle illustri compagnie che vi si sono trasferite. I palazzi residenziali sembrano semivuoti, le attività commerciali a livello di strada sono ridotte a pochi bar. Eppure, lo Zuidas si sta già attrezzando per provvedere a ogni bisogno che i suoi nuovi abitanti potranno avere. Tra questi, si affaccia curiosamente anche l’arte.

Un paio di anni fa ho intervistato l’artista israeliano Tom Tlalim, ospite di un programma di residenze dello Zuidas Virtueel Museum, un’istituzione locale che già si interroga creativamente sull’identità del nuovo quartiere. Secondo lui, nello Zuidas salta più che mai all’occhio il ruolo dell’artista come guardiano di un suolo che sembra pubblico, ma in realtà è privatizzato dalle banche (a questo proposito il critico Jeroen Boomgaard ha curato addirittura un libro su questo caso specifico). Se lo spirito del quartiere non esiste, l’arte può essere un fattore importante nel dare alla scatola vuota quel calore che può renderla più umana e attraente. Oltre al Virtueel Museum, infatti, nella zona stanno sbocciando una serie di altre attività (ad esempio l’iniziativa di urban screens CASZuidas) e si possono già vedere vetrine vacanti con su colorati adesivi che promettono spazi riservati all’arte. E poi c’è Hello Zuidas, una fondazione che mira a influenzare la vivacità culturale della zona per aiutarne il marketing e favorire l’affluenza di business e cittadini cosmopoliti.

Ovviamente perché un ambiente così giovane possa sviluppare un senso di quartiere e comunità ci vorrà del tempo, ma il coinvolgimento di iniziative artistiche già in questo stadio è indicativo. Tradizionalmente gli artisti sono soliti migrare verso ambienti urbani eterogenei, vibranti, dove ci sia già un’atmosfera socialmente e culturalmente vivace. O se no, al limite, verso location postindustriali dove gli scheletri del fordismo facciano da romantico monito per un futuro all’insegna dell’economia creativa. Nel caso dello Zuidas, invece, questa creatività è stata presente programmaticamente e fin da subito, un’inseminazione culturale artificiale che sdogana quello che normalmente avremmo considerato in antitesi con lo spirito artistico. Un’estetica del business.

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