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La realtà secondo YouTube

New York Times e Human Rights Watch: due modi di leggere un conflitto trasmesso su YouTube

La scorsa settimana sono emersi due video su You Tube che affermano di documentare l’utilizzo da parte del regime siriano di bombe a grappolo contro ribelli armati e civili. I gestori dell’account sostengono che il filmato proviene da Daraa, la città dove è esplosa la rivolta nel marzo del 2011. Se andate sul sito di Human Rights Watch, una delle organizzazioni non-governative internazionali più conosciute e rispettate, trovate questa dichiarazione:

“Questi video mostrano identificabili bombe a grappolo  e submunizioni”, ha dichiarato Steve Goose, direttore Divisione Armi di Human Rights Watch. “Se confermato, questo sarebbe il primo uso documentato di queste armi molto pericolose da parte delle forze armate siriane durante il conflitto.”

C’è qualcosa che non quadra: da un lato Hrw sostiene che l’ordigno ripreso dal video è “identificabile” come una bomba a grappolo, dall’altro l’esperto di armamenti della stessa Ong dichiara che la notizia deve essere confermata. E, soprattutto, da quando un’organizzazione della credibilità di Human Rights Watch commenta notizie “da confermare”?

Partiamo dalla questione dell’utilizzo delle bombe a grappolo da parte degli uomini di Assad. Non è la prima volta che accuse del genere vengono formulate: navigando su YouTube, si scopre che c’è un video caricato nel novembre del 2011 (piuttosto grafico, ma se proprio ci tenete potete vederlo qui) che mostra il corpo di un uomo martoriato sotto la dicitura “gli effetti delle bombe a grappolo”. La differenza però sta nel fatto che, nonostante la dicitura, il video del 2011 mostra solo un cadavere, chiaramente vittima di una morte violenta, e l’osservatore non ha elementi di capire se a ucciderlo sia stata realmente una bomba a grappolo o un ordigno di altra natura. Il video caricato recentemente, invece, mostra un ordigno, che parrebbe lanciato aria-terra e che poi si frammenta in varie submunizioni (guardare a partire dal minuto 0:35), cosa che farebbe pensare a prima vista a una bomba a grappolo.

Dunque il video mostra un bombardamento di cluster bombs su Daraa? Si aprono due questioni: 1) siamo sicuri che è davvero Daraa? e 2) siamo sicuri che sono bombe a grappolo?

Sorprendentemente, Human Rights Watch non si preoccupa di verificare né l’una né l’altra cosa, ma si limita a commentare la notizia come “da confermare”. La cosa stupisce, in particolare, perché la verifica degli armamenti e munizioni a partire da denunce di questo genere, un tempo ricadeva nelle competenze di Ong come Hrw… che proprio per questo contano nel loro staff esperti di questioni militari: qualcuno ricorderà la campagna di Human Rights Watch contro il fosforo bianco e, appunto, l’utilizzo delle bombe a grappolo nelle guerre in Libano (2006) e di Gaza (inverno 2009-2010).

E qui veniamo alla peculiarità del dossier siriano. Se la Guerra del Libano è ricordata come il conflitto più bloggato della storia, e i media ci hanno fatto una capa tanta con il refrain di Twitter e della rivoluzione egiziana, YouTube ha un ruolo fondamentale nella documentazione della guerra civile in Siria. La geografia disomogenea del conflitto, la difficoltà di accesso per la stampa internazionale, la diffusione e l’attivismo di citizen journalists e la disponibilità da parte dei grandi network a collaborare con loro (notevole il progetto di live-blogging da Baba Amr trasmesso da Al Jazeera) – tutti questi  sono fattori che contribuiscono a fare dei filmati caricati su YouTube una delle fonti di informazioni principali su quello che succede in Siria: credetemi, molte delle notizie che leggete sulla stampa mainstream provengono da scoop lanciati su YouTube e/o altri social media da fonti locali.

Il problema, naturalmente, è che spesso si tratta di immagini da verificare. Ci ha dedicato una riflessione interessante (anche se, a modesto avviso di chi scrive, un po’ troppo critica) Margherita Paolini sul quaderno di Limes dedicato interamente al tema “Media come Armi”. Paolini parte dal fatto – peraltro appurato – che sulla Siria circolano un sacco di web-bufale: a cominciare dal blog “a gay girl in Damascus” (che, poi si rivelò un uomo etero in Scozia) e Danny Siria, il finto attivista che si faceva intervistare via Skype sostenendo di essere a Homs ma in realtà stava in Europa. Due montature che meritano di entrare nei manuali, non tanto per merito dei due citizen journalist farlocchi, quanto per la fiducia quasi cieca (se non addirittura complice) accordatagli dai media professionisti.

La conclusione di Paolini è che la diffusione di immagini, dati e notizie sui social media è concepita e sfruttata dall’opposizione come un’arma a tutti gli effetti contro il regime e che, di conseguenza, non è una vera informazione. Le bufale sono troppe, i numeri delle stragi esagerati, gli attivisti sono addestrati e finanziati da Soros e dal Qatar, ergo di loro non c’è da fidarsi, perché il loro obiettivo è tirare il pubblico dalla loro parte, non informarli: questa, almeno, è l’opinione della coordinatrice scientifica di Limes. Onestamente un po’ drastica, anche se (a mio personalissimo parere) contiene degli elementi di verità.

Seguendo da un po’ la copertura mediatica e il lavoro delle Ong sulla Siria, ho avuto spesso l’impressione di un rapporto immaturo con la rappresentazione del conflitto nei video caricati su YouTube. Talvolta vengono presi per buoni tout court, senza la minima verifica, più spesso vengono classificati come “da confermare,” nell’attesa che qualcun altro lo faccia. Cosa che, poi, raramente qualcuno si prende la briga di fare. Già, perché a chi spetta la responsabilità di verificare/analizzare le informazioni? Ai media? Alle Ong? Ai proverbiali “esperti”?

Un esperimento interessante (seppure sotto alcuni aspetti embrionale) è stato concepito dal New York Times. Che ha lanciato sul suo sito il progetto “Watching Syria“, diretto da J. David Goodman: in pratica, un giornalista che passa la giornata a guardare i video siriani su YouTube e a cercare, nel limite delle sue possibilità, di verificarli, o se non altro di analizzarne luci ed ombre, usando le sue conoscenze personali, alzando il telefono, ma anche interpellando la comunità online.

Prendiamo il caso del video sulle bombe a grappolo. Goodman (@jdavidgoodman su Twitter) nota la segnalazione su Brown Moses (@Brown_Moses), un blogger anonimo molto attivo sulla Siria e, cerca immediatamente volontari in grado di fornire ulteriori informazioni. Le due domande, appunto, erano: è veramente Deraa? E: sono veramente bombe a grappolo?

In breve arrivano i contributi: in breve Malachy Browne (@malachybrowne), news editor di Storyful riesce a identificare l’edificio bombardato e conferma “tramite fonte siriana” che l’accento corrisponde a quello di Daraa. J C Chivers (@cjchivers), giornalista del New York Times esperto di armi e autore di una storia delle armi automatiche, dice che potrebbe trattarsi di bombe a grappolo ma non è certo, e spiega sul suo blog perché. Altri utenti suggeriscono armi che da lontano potrebbero somigliare a bombe a grappolo, ma non lo sono.

Ogni giorno, Goodman seleziona un video siriano e lo commenta in base a quattro categorie: cosa sappiamo (ad esempio: è Deraa?), cosa non sappiamo (es. sono bombe a grappolo?), altri video correlati e domande poste ai fruitori (sezione “talk to us”, es. “qualcuno sostiene di avere visto video simili ma precedenti, potete segnalarceli?). Certo, così si finisce per offrire più domande che risposte e Watching Syria non è certo la soluzione definitiva all’interazione tra stampa e social media. Però se non altro dimostra che una grande testata mainstream, se vuole, è in grado di interagire in modo non passivo con la realtà secondo You Tube. Che è già un passo avanti, e una conferma che, specie in situazioni come questa, non c’è più spazio per un giornalismo impigrito.

 

 

 

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