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Weekend con Il Fatto

Siamo stati alla festa romana del giornale diretto da Travaglio, dove si recitavano le intercettazioni di Mafia Capitale e si intervistava Sabrina Ferilli.

2012 International Book Fair of TorinoÈ sabato 29 agosto e sono fuori ai giardini di Castel Sant’Angelo. Vi si accede da un piccolo cancello verde situato a est del castello, fuori dal quale c’è un chitarrista che canta qualcosa che credo sia rock cristiano e un duo manouche. Ventinove gradi. Una coppia di anziani chiede a un ragazzo che assomiglia terribilmente a Gianluigi Paragone se è qui che si terrà la festa romana del Fatto Quotidiano. Lui annuisce e dice di aver appena visto Travaglio parcheggiare lì fuori. La coppia è attraversata da un sussulto. I giardini disegnano un pentagono intorno alle mura, e il basso palco allestito si trova al vertice alto del poligono. I posti a sedere sono pochini e già tutti occupati. Mi unisco alle persone in piedi, che formano una sorta di corona intorno alle sedie. Lo spazio è gremito. Sul muretto dietro al palco, e quindi di fronte a me, un uomo a torso nudo si asciuga il sudore appena dopo aver fatto jogging.

 

18.21 La prima persona a salire sul palco, con dieci minuti di anticipo rispetto alla scaletta, è Rossana Vano, la direttrice della rassegna che ospita la festa. Si accenna subito a uno dei topic della serata: il rifiuto degli organizzatori del festival “L’isola del cinema” (attualmente in corso sull’Isola Tiberina e che avrebbe dovuto ospitare questa quinta e dislocata Festa del Fatto Quotidiano) opposto alla lettura delle intercettazioni di “Mafia capitale”. Questo spiega (almeno in parte) perché è prevista in programma un’intervista di Travaglio alla Ferilli, e perché, tra oggi e domani, un po’ tutti gli incontri sembrano avere a che fare col cinema. Ringraziamenti e saluti vari.

 

18.25 Compare la moderatrice, la giornalista Silvia D’Onghia, tacchi alti e vestito nero sopra le ginocchia. Anche lei ce l’ha con quelli dell’Isola Tiberina. Il Fatto è un «giornale scomodo» e assolutamente «indipendente», come ci diranno un po’ tutti. Introduce una clip che non si vede per colpa del sole. Poi presenta gli attori che reciteranno le intercettazioni.

 

18.30 Anche Veronica Gentili è vestita di nero ma ha delle scarpe che sembrano più comode. Francesco Montanari porta una camicia beige su dei pantaloni blu e calza dei mocassini marroni. Claudio Santamaria ha una camicia bianca scollata con il collo alla coreana e delle scarpe che sembrerebbero un’imitazione delle Vans o qualcosa di simile alle Vans. Non mette i calzini. Sul palco sale anche Marco Travaglio, che attraversa gli applausi con la faccia scura di chi è costretto a vivere la celebrità suo malgrado.

 

18.30 e qualcosa Le cose funzionano più o meno così: i tre attori si alternano nei ruoli di Carminati, Bruggia, Guarnera, Buzzi etc., mentre Travaglio introduce le varie intercettazioni e lega insieme gli spezzoni, quasi fosse un cantastorie, o la voce fuori campo di un documentario.

 

18.47 Non sempre le telefonate che, reinterpretate, ascoltiamo sembrano rilevanti da un punto di vista strettamente contenutistico. Sembrano state scelte con un criterio che mira a mettere in risalto espressioni dialettali e basse. Siamo in pieno registro comico, insomma.

 

18.53 In realtà Travaglio è un narratore invadente, probabilmente a ragione, e si assume anche il compito di filtrare ironicamente ciò che viene detto e di, come dire, masticarlo per il pubblico (ad es.: Montanari/Carminati: «La menerei come n’omo. La lavorerei con lo scalo a zucchine [lo scuoia zucchine]». Travaglio: «Evangelico» o qualcosa di simile)

 

18.55 «Bona quella, bucio de culo».

 

19.01 La gente inizia a divertirsi molto. Il clima sul palco è informale. Gli attori spesso smettono di leggere per ridere e scherzare. Nei momenti più seri molte persone fra il pubblico iniziano ad annuire per far vedere che sanno tutti i particolari di ciò di cui si parla. Qualcuno si guarda intorno. Un ragazzo con gli occhiali da sole ride sguaiatamente. I supplici in piedi sudano e iniziano a sentire dolore ai talloni o alla pianta del piede. Molti si proteggono dal sole con una copia-omaggio del Fatto e l’effetto complessivo è quasi gradevole da un punto di vista estetico.

 

19.07 Le metafore di Carminati & co. attingono quasi esclusivamente dall’ambito animale o gastronomico. Si toccano punte espressionistiche che riecheggiano i pezzi migliori della nostra letteratura regionale. L’ilarità è arrivata a quel punto in cui il pubblico ride anche quando non ce n’è motivo. Ovviamente lo faccio anche io.

 

19.13 «Nun me cacà er cazzo. Sei stato magnato, ricacato, e mò coccolato».

 

Bulgari Presents Isabella Ferrari Forma/Luce - Cocktail19.28 Ora: mi fa strano che degli attori professionisti leggano, alla festa di un quotidiano, alcune fra le prove di un processo che inizierà soltanto a novembre. Insomma, dà da pensare. Non capisco se quelli del Fatto, così facendo, intendano semplicemente veicolare meglio l’informazione, spettacolarizzandola e rendendola attraente (il famoso topos del miele che va mischiato all’amaro della medicina) o ci sia dell’altro. Come se ridere pubblicamente di cose così inquietanti, avesse un effetto catartico, e creasse tra i presenti uno strano senso di comunità: siamo qui, siamo tutti insieme e siamo dalla parte giusta. Travaglio sarebbe allora come il coro nel teatro greco.

 

19.33 «Mò me faccio ‘na pippa e me butto pure nel Tevere».

 

19.35 Se a qualcuno interessa, Carminati afferma di preferire (come molti) il film alla serie di Romanzo Criminale. Ma, a livello filologico, trova affidabile soltanto il documentario di History Channel.

 

19.42 Applausi calorosi. Gli attori escono. Silvia D’Onghia ricorda che il dibattito seguente sarà sull’Italicum. Chiama sul palco una giornalista del Fatto. Riassunto: 1) Il Fatto è un giornale indipendente. 2) Il Pd ha le contraddizioni che tutti sappiamo. 3) Renzi, al meeting di Comunione e Liberazione, ha equiparato berlusconismo e antiberlusconismo.

«Mi piace molto Il Fatto. È l’ultimo vero giornale indipendente. Ma sono qui per Rodotà».


19.49 Con un po’ di anticipo la D’Onghia invita gli ospiti (Rodotà, Di Maio, Giacchetti, Civati) a salire sul palco. Intrattiene goffamente il pubblico mentre questi vengono microfonati. Giacchetti è in ritardo.È proprio Pippo Civati il primo a salire sul palco. Qualcuno lo applaude. Qualcuno dice qualcosa di sgarbato che non riesco a sentire. La moderatrice (che misteriosamente non è più la D’Onghia, che ora si riposa dietro le quinte vicino a un signore stempiato, ma una donna che le assomiglia molto e di cui è stato pronunciato così rapidamente il nome da rendere vano ogni tentativo di riporlo nella memoria) ammonisce subito il pubblico, ma si capisce che sarà un’ora e mezza turbolenta. Quando viene introdotto Luigi Di Maio il pubblico si unisce in applauso lungo e sovraccarico, scandiscono il suo nome di battesimo, lo incoraggiano. La signora alle mie spalle dice alla figlia (che avrà avuto, boh, sette anni): «applaudi, così capiscono con chi semo schierati». Di Maio sorride contento, ha dei denti bianchissimi, il suo sguardo emoziona le donne più sensibili.

 

19.53 Civati parla delle 500.000 firme che vuole raccogliere per indire un referendum prima che la nuova legge elettorale entri in vigore.

 

20.00 È arrivato Giacchetti, che qui è considerato come una specie di significante di Renzi, quindi l’ipostasi del male sulla terra. Lo fischiano. Lo insultano. La cosa più carina che gli dicono è di andarsene a quel paese. Un marito al mio fianco lo googla e scopre con imbarazzo che è il vicepresidente del Senato per il PD.

Un’altra questione è: chi va alla festa del Fatto Quotidiano? Le pensionate perbene di Prati, gli annuitori, i giovani impegnati, i redentori, e poi? Chi partecipava ai girotondi di Nanni Moretti ora è qui? Devo dire che c’è un pubblico abbastanza eteroclite, anche se ci sono pochi giovani. Molti insegnanti e gente apparentemente priva di una denotazione politica.


20.08 Luigi Di Maio entra in scena e spacca il dibattito. Dice che per lui la legge elettorale non è il problema principale del paese. Dice apertamente che vuole dirottare il tema della discussione, che gli italiani hanno altro a cui pensare che alla elettività o non elettività del Senato.

 

20.10 Rodotà concorda: la non-elettività o meno del Senato non è in effetti un argomento pregnante, ma  non basta buttare i sassi nell’acqua e poi non dire niente come fa Di Maio. Il problema è lo stato della democrazia in Italia, il fatto che di recente il Ministero del lavoro abbia falsificato i dati sull’occupazione, lo sfascio della cultura politica del paese.

 

20.16 Giacchetti sfiora il masochismo quando prende parola dicendo che parlerà non a suo nome ma per il partito che rappresenta, che l’unità del partito viene prima di tutto. Lo fischiano in così tanti che è costretto a fermarsi. Si sente dire che è una vergogna. Quando dopo poco accenna tangenzialmente all’accordo tra PD e Berlusconi sull’Italicum la gente fischia ancora più forte e chi è seduto si alza in piedi per manifestare meglio il suo dissenso. Si è andati un po’ oltre. Qualcuno alla mia destra grida: «Hai fatto l’accordo con il macellaro!». La moderatrice non ha polso, ed è costretto ad intervenire Travaglio per recuperare la situazione in pochi secondi.

Ci sono anche un paio di intellettuali in camice a quadri e occhiali d’osso che si accompagnano a ragazze carine che sventolano le loro gonne larghe e lunghe come un tappeto di sogni.

 

20.28 Di Maio: «Sono un nerd di questo tema [elettività non-elettività del Senato e argomenti affini] ma il punto è che le imprese sono in recessione!». Conclude parlando di presidenzialismo e dicendo che il prossimo premier sarà «il presidente degli Stati Uniti D’Italia», stupefacendo per la banalità e insieme icasticità della definizione.

I tecnici del suono sembrano totalmente indipendenti dal contesto. Uno è grosso e pelato e indossa una maglia dei Radio Birdman. Sembra appena uscito da una sessione di hard-listening in uno spazio anarchico. L’altro è magro e tatuato e sembra più tipo da drone music. Si alzano più volte per parlare con uno dei fotografi ma non so cosa si dicano.

«Siamo qui perché leggiamo Il Fatto. Crediamo che sia l’unico giornale davvero indipendente. In questo paese non si può vivere e dobbiamo assumerci la nostra responsabilità. A parte i 5 Stelle abbiamo un parlamento di 890 tangentari. Rimaniamo per la Ferilli? Non lo so».


20.35 Il dibattito procede sulla stessa falsa riga. Fondamentalmente ogni politico continua ad affermare quanto detto nel primo intervento. Di Maio si gioca le ultime skills ricordando che il M5S non ha indagati: il pubblico lo applaude, unito emotivamente e razionalmente. Rodotà, con i suoi occhi scavati e la fisionomia segaligna, sembra sempre più torvo e preoccupato. Ripete che in Italia c’è un deficit di spirito critico che ha impoverito fortemente la cultura politica. Lo dice più volte, con voce calma e ponderata, quasi evangelica: «quando si abbassa la soglia dell’attenzione critica non sappiamo cosa può succedere».

 

20.39 La presentatrice, in chiusura, chiede agli ospiti cosa ne pensano dell’equazione proposta da Renzi berlusconismo = antiberlusconismo. Civati dice che il premier è confuso e che in fondo mira solo al risultato, tira in ballo Freud e usa l’espressione «paludone centrista». Di Maio dice che se antiberlusconismo è PD allora è d’accordo (applausi). Giacchetti invece che è sbagliato paragonare Renzi a Berlusconi, ma non lo lasciano parlare. Rodotà spiega che secondo lui quest’equiparazione ha il solo fine di delegittimare chi si oppone al potere e di continuare ad abbassare lo spirito critico.

 

'Il Venditore Di Medicine' Premiere - The 8th Rome Film Festival20.45 Fine. Ora sta per salire la Ferilli sul palco. Concederà una lunga intervista a Travaglio. Intanto si è alzata una luna bianca come un dente e gli astanti cominciano a diradarsi. Trovo perfino posto a sedere. Iniziano ad arrivare curiosi e coppiette di adolescenti. È sabato sera.

«Siamo qui perché questo è l’unico giornale veramente libero».


21.10 Travaglio ricostruisce la biografia dell’attrice e lei dice cose simpatiche e pertinenti, ad ogni modo dignitose. Scopro che il padre era un capogruppo del PC e un caro amico del papà di Giuliano Ferrara. Un ragazzo con i capelli rasati ai lati riprende l’intervista da un iPhone poggiato su un bastone da selfie.

 

21.19 Sabrina su una vecchia polemica con Grasso: «un notaio pedofilo è meno grave di un prete pedofilo. Così come un panettiere fazioso è meno grave di un giornalista fazioso». Le domande di Travaglio sembrano alternarsi secondo lo schema Seria – Seria – Pettegolezzo/Curiosità.

 

21.21 Sabrina Ferilli non ha mai fumato una canna.

 

21.25 Il momento più alto della serata, da una prospettiva semiotica e storico-culturale, è sicuramente il trailer del nuovo film di Maria Sole Tognazzi, in cui la Ferilli e la Buy recitano la parte di una coppia lesbo.

«So’ venuta qua perché m’ha indignato ‘sto fatto de’ l’isola Tiberina. Macché, stamo a scherzà? Ho pensato fosse giusto venire. Ma la Ferilli non me interessa. Non la sento. È questione di audience. Dopo Civati ci devi mette per forza la Ferilli»

 

21.44 Si parla e si è parlato di Jerry Calà, Marco Ferreri e Berlusconi. Di cosa significa aver partecipato a La grande bellezza. E poi ancora De Sica, Virzì, i litigi con Signorini, Fazio, la Mussolini…

 

22.10 Non lo so, sono esausto. Hanno appena proiettato una clip da La bella e la bestia, un programma Rai con Dalla e la Ferilli, e ho iniziato a pensare che tutta questa intervista non sia tanto un omaggio alla di lei carriera ma all’autostima dei lettori del Fatto. È come se, a partire dalle Grandi Personalità che hanno collaborato con l’attrice (soprattutto quelle su cui Travaglio si è soffermato di più: Servillo, Ferreri, Virzì, appunto Dalla), si fosse voluto ricostruire una sorta di galleria di italiani di pregio, collegandola, proprio tramite la Ferilli, al Fatto. Come a dire: questi sono italiani per bene che hanno fatto e fanno del bene al paese, e noi siamo dalla loro parte, siamo l’Italia che vuole funzionare. Siamo dalla parte del bene, come tutti dovrebbero.

 

22.22 C’è aria di stanca.

 

22.30 La serata si conclude con un breve scritto di Gigi Proietti, altro amico di vecchia data del Fatto, letto da Sabrina Ferilli. Travaglio parla di esempio del più autentico gusto satirico. Io ho ripercorso a ritroso la stesso mezzo pentagono dell’andata e sono finalmente uscito sulla strada.

«Non lo so, ho accompagnato ‘sto mio amico. Luì perché siamo qui? Pe facce un giro, vedé che succede. Poi ce magnamo ‘na cosa. A dire la verità ‘a Ferilli non è che me piace tanto. Preferisco la Fenech».

 

Fotografie Getty Images

 

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