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Villaggio comico globale

Come è cambiato Vine in un anno di esistenza dal punto di vista dei contenuti e del messaggio. La nuova vita del medium più comico che ci sia, che sembrava il più noioso.

È passato un anno da quando Vine, l’applicazione per girare video di 6 secondi con un telefono o smartphone, è apparsa in questo mondo, e già in un solo anno Vine è cambiata moltissimo e ha contribuito a cambiare l’Internet, a modo suo. Sono andato indietro nel tempo a rileggere qualche articolo, sia italiano che internazionale, che dodici mesi fa annunciava l’avvento di Vine o riassumeva le – quasi sempre entusiastiche – impressioni della prima ora e del primo utilizzo. Un anno fa succedeva questo: dopo il successo di Twitter e Instagram, a modo loro e in modo diverso due piattaforme o programmi o app che puntano sul prefisso “insta”, istante, di conseguenza veloce, breve (una foto scattata per strada o al tacchino del Ringraziamento, una frase di 140 battute contenente un pensiero semplice, arguto, breve e spesso banale), nasceva anche Vine, prima indipendentemente e poi sotto l’ala di Twitter stesso. Vine è un Twitter applicato alla forma video, da un lato: funziona “istantaneamente” e fa della brevità la sua cifra fondamentale, permette di utilizzare hashtag, di avere followers, e di taggare altri utenti.

Nei primi due mesi di vita di Vine, a gennaio e febbraio 2013, ho aperto un account. Perché? Perché mi affascinava il medium, e anche il suo messaggio. Quest’ultimo, pensavo allora, avrebbe dovuto essere “la narrazione”. Sei secondi video, con la possibilità di inserire comodamente “tagli” e cambi scena, valgono molto più di 140 caratteri scritti, e non devono, soprattutto, necessariamente comunicare un’opinione, ma possono comunicare, in infiniti gradi sempre diversi, stati d’animo. Ho riguardato in occasione della scrittura di questo testo alcuni video che realizzai con Vine: c’è la redazione di Studio; il mio gatto che fa le fusa annusando l’iPhone; un frammento di una partita di Champions League, non ricordo quale, con l’inno della Champions League e i bambini, al centro del campo, che agitano il telo a forma di pallone; ancora una partita, probabilmente la stessa, in cui il mio vicino di posto dice «De Sciglio», e in un frame successivo un’altra voce urla «dai Mattia!»; un riassunto in pillole di mezzo secondo del quartiere in cui vivo in una giornata di sole, fino alle porte dell’ascensore, al pianerottolo, e ancora al mio gatto che mi guarda mentre entro in casa; ancora le vie intorno a casa mia, ma di notte, durante una nevicata. Sono momenti condivisi con un pubblico che non conosco, e sono momenti, mi rendo conto, per questo pubblico completamente inutili.

Negli stessi mesi in cui Vine muoveva i primi passi senza un’identità ben definita, nascevano canali aggregatori come Vinepeek e Vineroulette, che senza bisogno di iscriverti o di scaricare l’app sul tuo smartphone ti permettono di fruire, su un normale browser web, una rotazione casuale di video casuali. Su Studio, in quei mesi, pubblicammo un articolo di Daniele Manusia che era in realtà una specie di lista di momenti, istanti, frammenti di vite altrui fruiti in 24 ore su Vinepeek. Era un riassunto della precaria identità di Vine. Alcune cose che Daniele notò e registrò erano queste:

Carne appena comprata in macelleria.
Un cane con un pupazzo di pezza in bocca che guarda in camera con occhi supplichevoli.
Un video su come si prepara una caipirinha (i lime interi/tagliati/nel bicchiere/premuti col pestello).
Un uomo che guida in un paesaggio bianchissimo in cui l’orizzonte innevato si confonde col cielo.
Gente che gioca al videopoker. Sembrano americani di un qualche posto freddo, con giacconi enormi e berretti da baseball.
Un bar con un uomo orientale in canottiera (probabilmente il gestore) seduto a un tavolino davanti al riverbero di un tv col telecomando in mano e la figlia che disegna con una matita gigante.
Un uomo in camicia jeans che fa le flessioni con i piedi su una sedia da ufficio (didascalia: “Ryan beein’ badass”).
Una donna che stura un water con la didascalia “I HATE MY LIFE”.

E poi, continua Daniele, moltissimi paesaggi: Orizzonti con albe e tramonti, parchi immersi nel silenzio, laghi ghiacciati e spiagge esotiche (tutti con rumori diversi, persino le stagioni sembrano emettere suoni diversi tra loro) scorci di campagna dai finestrini dei treni, skyline con moschee, zone industriali, un cantiere nel deserto di #Dubai, New York, molta #Nyc, campi da golf, visti dalla soggettiva di una macchina da golf in corsa, con le anatre che si alzano in volo.

Tutto questo è la vita nella sua più deprimente verità, è la realizzazione pratica del’ambizione del realismo letterario che, finché rimaneva letterario, rimaneva anche impossibile. Sono gli istanti senza alcun peso o valore, se non strettamente individuale, che ogni essere umano vive. È tutto, anche, molto triste, forse perché molto banale. Il 2 luglio, in un articolo su Grantland, ci si chiedeva, a proposito di Vine, questo: «[It] makes us wonder if the Internet has afforded the non-creative class too many opportunities for self expression».

È vero che la nostra società è già, da anni, satura di scene intime e spesso insignificanti sotto forma di fotografia. Ma la questione con la fotografia è diversa. Il pudore verso l’immagine fotografata è qualcosa che l’Occidente ha perso da tempo, quello verso la forma video esisteva ancora. Il video riusciva ancora a convincerti che ci vuole del professionismo per girare delle scene, anziché fotografarle e basta. Vine, all’inizio, rischiava di trasformarsi in un gigantesco, inutile, Flickr della regia amatoriale. Nonostante i toni entusiastici di Mashable, che il 29 gennaio scriveva: «Vine [is] raw footage, cinéma vérité», e «all human (and non-human) life is here. It’s the now, in its purest form».

Alcuni avevano visto anche sviluppi più pratici. Il sito Poynter, ad esempio, il 25 gennaio 2013: «Think of the impact Twitter has made so far on real-time reporting – making everyone, everywhere, a potential instant eyewitness who can share text or a photo with the world. Now think of how that effect is amplified when the public can easily start sharing videos of the same events».

A un certo punto, un punto non netto come una frattura, ma graduale come l’inizio di un tornado, qualcosa è cambiato in Vine. I pochi granelli di sabbia sollevati all’inizio, che si sono trasformati nel tornado che a sua volta ha trasformato Vine, sono quelli della comicità. Non so esattamente come né perché, ma qualcuno, a un certo punto, deve aver capito che 6 secondi sono un tempo perfetto per creare un nuovo genere di comicità, e che il modo di registrare “stop and go” tipico di Vine (premi sullo schermo=REC / non premi=PAUSE) fosse il modo migliore per farlo. Eppure è successo. Sono tornato su Vinepeek, e invece di prati del Wisconsin, anonimi anziani che fanno la spesa da Tesco, segmenti dell’autostrada A12, piedi che camminano sulla spiaggia e via dicendo, ci sono soltanto video studiati per suscitare risate. Spesso non le suscitano, anzi suscitano un po’ di tristezza, una tristezza diversa da quella che si provava inizialmente di fronte alla catastrofe della banalità umana nella sua più realistica rappresentazione, una tristezza che è quasi compassione. Ma non importa, il punto è un altro, ed è: sono video studiati. Cioè con una sceneggiatura. Con una regia. Con degli attori.

Vine è una community piuttosto chiusa, nell’ambito dei social network. Non è fruibile via web, ma soltanto da un’app – nel senso che soltanto da uno smartphone, con un’applicazione apposita, è possibile sfogliare categorie e utenti e preferiti. Per questo c’è Vinepeek, o Vineroulette. Per questo, soprattutto, c’è Twitter con i suoi utenti/pagine dedicate a uno specifico argomento, e ancora di più c’è Facebook, con gruppi come Best VinesBest Vines conta, mentre scrivo questo, più di 18.000.000 (diciotto milioni) di like, cioè, per fare due esempi, due milioni in più dei like dell’Arsenal, e meno della metà di quelli di Barack Obama. Ogni giorno su BV vengono pubblicati decine di video con un comune denominatore: la comicità. Tra i 18 milioni di persone che seguono BV ci sono anche io (e ci sono molti “amici” di Facebook appartenenti alla cosiddetta classe creativa, che non rinunciano al divertimento), e ho imparato, nel tempo e con certi margini di errore, a distinguere tra i vari tipi di comicità che meglio si applica a Vine.

C’è il filone che chiamerò “Girls be like” (in alternativa, ma più raramente: “Boys be like”): solitamente è un settore occupato da attori di sesso maschile che, con una parrucca e una voce femminile, creano iperboliche imitazioni di comportamenti “tipici” del sesso femminile. C’è un grosso filone – tra i più divertenti, secondo me – di umorismo auto-ironico fatto da afro-americani. Ovvero: afro-americani che ricostruiscono, ancora iperbolicamente, stilemi o cliché di comportamento afro-americano, scimmiottandoli. C’è il filone “prank”, fatto di scherzi a un’inconsapevole vittima. C’è il filone che chiamerò “situazionista”, pur senza nessun riferimento artistico passato: è quello che ha decretato il successo di Tumblr come How do I put this gently, o Gays of South London, che vuole descrivere situazioni di vita quotidiana, comuni sia al narratore sia al fruitore e quindi capaci di creare empatia, con toni esagerati e grotteschi e che inevitabilmente sfociano nel ridicolo (esempio di titolo: “quando sto chattando e le amiche mi chiedono se è il ragazzo conosciuto l’altra sera” – segue reazione esagerata o pittoresca). Ci sono mash-up tra scene famose di film famosi e canzoni famose, che creano un effetto assurdo e straniante ma infine comico. Ci sono altri filoni, molti dei quali personali, ovvero creati come format da utenti singoli che si specializzano su quelli: tale Jordan Burt ha inventato la storia di un nerd, da lui impersonato, che viene perseguitato da un manichino.

Ci sono vere e proprie Vine Stars, ovvero persone diventate Vine-famous, e poi “famous” davvero, in quella che chiamiamo la vita reale. Una di loro è Brittany Furlan, oppure Max Burlingame, oppure Logan Paul. Logan è il mio preferito. Alcuni tra i suoi Vine più belli sono un mix di pura stupidità, auto-ironia, non-sense che sfiora il surrealismo. Un esempio: l’inquadratura è ferma su un Mc Drive, sullo sportello in cui un commesso è in attesa di servire. Arriva Logan Paul, e lo si inquadra in primissimo piano sul volto. È molto in alto rispetto allo sportello, e dice più o meno: «So che questo è un Mc Drive e io non ho una macchina, ma sono sulle spalle del mio amico e vorrei un panino». L’inquadratura si allarga, mostra Logan sulle spalle di un amico. Il commesso urla di andarsene. Fine. Detto così fa schifo, ma in realtà fa ridere. In un altro video Logan è in una corsia di un supermercato, cammina, all’improvviso si strappa i vestiti, o se li sfila, e si mostra infilato in una tutina da lottatore di lotta greco-romana, si avventa su una cliente urlando «c’mon let’s wrestle! Gimme some! Gimme some!». Compare anche un attore-arbitro, vestito con la classica maglietta bianca e nera. La donna urla di spavento, il video finisce. Oppure, ancora: telecamera fissa alla cassa di un supermercato; Logan Paul compare da lontano correndo e scivolando, urla «they’re coming! Lock the doors!» ed esce dall’inquadratura, sempre correndo o scappando. Mezzo secondo dopo attraversa lo schermo, inseguendolo, una dozzina di nani. Le persone in coda alla cassa sono scioccate. Il video finisce. Fa molto ridere, e soprattutto fa pensare: «Logan Paul ha assunto dodici nani per girare un Vine?». Sì.

Le star di Vine hanno milioni di follower, e spesso un canale Twitter e Youtube in cui mettono a disposizione degli utenti non iscritti a Vine i loro ultimi girati. Alcuni di loro sono stati già scritturati per la televisione. Credo sia lo sbocco aspirazionale di ognuno di loro, in fondo. E in fondo, al di là dell’ilarità suscitata in alcuni casi, l’effetto collaterale della visione eccessiva di questo tipo di video è di segno opposto, in un certo senso deprimente. Lo è come gli insignificanti istanti di vita quotidiana, soltanto che qui li si tenta di esorcizzare con l’umorismo. Ma in fondo c’è sempre quell’insignificanza. La mancanza di finzione. L’umorismo tipico di Vine è forzato: l’attore si sforza di farti ridere. Non può fare altrimenti, con 6 secondi a disposizione. In molti non riescono. Forse allora erano meglio i paesaggi, i prati con le anatre che si alzano in volo e i cieli neri di notte in cui si vedono i fiocchi di neve scendere, e i materassi abbandonati e le capre che pascolano. Quello era l’esempio più tangibile, più immaginifico e meno astratto, della definizione di villaggio globale.

Una delle ultime frasi dell’articolo-cronaca di Daniele Manusia era: se un campione di Vinepeek (che so, una settimana) venisse registrato e inviato nello spazio, che figura ci farebbe l’umanità con gli alieni? Si riferiva ai paesaggi e alla banalità quotidiana. Che ci farebbe comunque fare una figura migliore di quella che ci farebbe fare Logan Paul.

 

Nell’immagine, Logan Paul psichedelico.

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