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Vietnam, reduci e scrittori

Il Vietnam è tornato in libreria e nelle classifiche. Un excursus su titoli e autori principali di questo ritorno

Come sempre c’è chi dice che la ragione sia da ricercare nelle similitudini tra le epoche. Oggi come quarant’anni fa i giovani scendono in piazza, oggi come quarant’anni fa gli Stati Uniti sono intrappolati in una guerra non convenzionale, impopolare, ambigua, in un sentiero lastricato di promesse non mantenute. Lo scrivono i recensori e lo scrivono gli editori su bandelle e fascette: se la guerra del Vietnam è tornata a occupare gli scaffali delle librerie e, perlomeno in America, le classifiche dei libri più venduti lo si deve al ben noto meccanismo per cui si rilegge il passato per interpretare il presente.

È una teoria, anzi, nemmeno, un’ipotesi che torna comoda a chi deve vendere i libri ma che non spiega poi molto di questa new wave letteraria legata al Vietnam che probabilmente è più interessante da prendere e da leggere così com’è venuta piuttosto che spendendo troppo tempo a farsi domande sulle sue ragioni.

Il tutto è iniziato grossomodo 3 anni fa con la stampa di Tree of Smoke (Albero di Fumo, Mondadori 2009), romanzo colossale di Denis Johnson; testo biblico per prosa, temi e dimensioni che sembrava poter essere la resa dei conti letteraria definitiva con la guerra del Mekong e che invece paradossalmente, in Italia e non solo, ha aperto la strada a una serie di nuove uscite, ristampe, traduzioni di vecchi inediti finora ignorati dai nostri editori. Parlare di Tree of Smoke in poche righe è un po’ come cercare di riassumere Guerra e Pace in un bigino. La quantità di personaggi, ambientazioni, tematiche, trame e sottotrame rende l’impresa più impossibile che disperata. Basti sapere che Denis Johnson è probabilmente lo scrittore americano più completo e versatile tra i contemporanei – capace di condensare nella stessa pagina la potenza evocativa di Vollmann, il misticismo di De Lillo, la magia di Cheever, l’ira di McCarthy e il controllo sulla narrazione di Franzen (che una volta ha dichiarato: «Il Dio in cui mi piacerebbe credere ha la voce di Denis Johnson») – e che Albero di Fumo (vincitore del National Book Award e finalista del Pulitzer) non è solo un romanzo sul Vietnam inteso come “La guerra che si è combattuta in Indocina tra il 1960 e il 1975″ ma è anche un meta-romanzo che diluisce al suo interno tutto il corredo immaginario successivo a quella guerra, rielaborando materiali e personaggi pescati dal cinema (Apocalypse Now su tutti) e da altra letteratura di genere (per esempio alcuni dei libri di cui si parla poco sotto). In questo senso merita di essere definito il libro totale sul ‘Nam, anche se, un po’ paradossalmente (o magari proprio per quello), è anche l’unico – tra quelli che compaiono nel seguito di questo articolo – scritto da un autore che quella guerra non l’ha vista con i propri occhi.

Quasi contemporaneamente all’uscita italiana di Albero di Fumo, la stessa Mondadori decise di ristampare, con una prefazione inedita di Roberto Saviano (peraltro molto bella), Dispatches di Michael Herr, un reporter che seguì il conflitto principalmente per il magazine Esquire, traendone, anni dopo, un libro che è uno dei grandi capolavori nella storia del giornalismo narrativo e che, in buona sostanza, ha contribuito a fissare in modo definitivo il canone con cui l’occidente si è rappresentato il conflitto negli anni a venire, anche per via del non sottovalutabile apporto dato da Herr alle sceneggiature di Apocalypse Now e Full Metal Jacket. Per una sorta di cortocircuito storico/letterario, quel che Herr ha visto e scritto sul campo quarant’anni prima – una visione del Vietnam iconizzata per sempre – una volta filtrata e amplificata attraverso la lente del cinema, è diventata, quasi quarant’anni più tardi, la mitologia fondamentale con cui Denis Johnson ingaggia un corpo a corpo per tutta la durata del suo romanzo, decostruendola e rielaborandola nel tentativo di giungere al nucleo “religioso” di quell’esperienza.

Se Johnson nel Vietnam è in cerca di Dio o quantomeno delle radici del bene e del male ; Tim O’ Brien – un reduce, un giovane intellettuale che una volta lasciato il Vietnam si è laureato ad Harvard e ha insegnato scrittura creativa nelle università – era in cerca di una ragione laica per spiegare  il conflitto alla propria coscienza. In If i die in a combat zone, zip me up and ship me home (Mettimi in un sacco e spediscimi a casa, Piemme 2011), scritto a caldo a partire dai propri appunti di guerra, O’Brien non smette mai di interrogarsi sullo sgretolarsi della razionalità sotto i colpi dell’insensatezza della guerra. A un certo punto, in seguito a un’azione particolarmente ardita di un suo superiore conduce una lunga e strepitosa digressione intorno al significato del termine “coraggio” che si conclude con un dialogo platonico piuttosto minore, il Lachete, e con un interrogativo che rappresenta un nulla di fatto della ragione:

SOCRATE: Allora allo stesso modo, Lachete, prova a dirmi cos’è quella comune qualità che chiamiamo coraggio, e che include tutti i vari usi del termine applicati sia al piacere sia al dolore, e tutti gli altri casi a cui mi stavo riferendo.
LACHETE: Direi che il coraggio è una forma di perserveranza dell’anima, se vogliamo parlare della natura universale che li pervade tutti.
SOCRATE: Ma è questo che dobbiamo fare se vogliamo rispondere alla nostra domanda. E tuttavia non posso dire che, a mio parere, ogni tipo di perseveranza sia da considerare coraggio. Ascolta il mio ragionamento. Sono certo che tu, Lachete, ritieni il coraggio una qualità molto nobile.
LACHETE: Tra le più nobili,senz’altro.
SOCRATE: E diresti che una saggia perseveranza è anch’essa buona e nobile?
LACHETE: Molto nobile.
SOCRATE: Ma cosa diresti di una stolta perseveranza? Non sarebbe da considerarsi, al contrario, nociva e dannosa?
LACHETE: Vero…
SOCRATE: Dunque secondo te solo la saggia perseveranza è coraggio?
LACHETE: Così sembra.

Cos’era dunque sotto l’indifferente luna del Vietnam – nel silenzio degli uccelli e degli insetti la saggia perseveranza?

O’ Brien – che è anche lo scrittore della raccolta The things they carried in cui rielabora in chiave auto-finzionale le stesse esperienze di combattimento di cui scrive in If I Die… – è però più noto per essere l’autore di Inseguendo Cacciato (Feltrinelli, 2007) che è il più “fiabesco” e vonnegutiano dei romanzi usciti dal Vietnam. Racconta la storia di Cacciato un soldato che in sogno scappa dalle umidi paludi dell’Indocina per trasferirsi a Parigi, alla stessa maniera in cui Billy Pilgrim, protagonista di Mattatoio 5 di Vonnegut, evade dal bombardamento di Dresda andando avanti e indietro nel tempo e nello spazio.

Pur avendo dato vita a opere molto diverse tra loro, i nomi che ho citato finora sono tutti accomunati dalla relativa semplicità con cui sono riusciti ad accedere al mercato editoriale, in quanto scrittori puri come Johnson, giornalisti come Herr o scrittori-reduci come O’ Brien. A Karl Marlantes però non è andata altrettanto bene. Per lui non è stato così semplice trovare qualcuno che corresse il rischio di pubblicare il romanzo fiume di 1.200 pagine che stava accudendo da 35 anni, cioè all’incirca da 10 anni dopo essere tornato dal Vietnam con una Navy Cross appuntata sul petto. Alla fine però qualcuno, e per l’esattezza l’editor di una piccola casa editrice (la El Leon Literary Arts), nel 2009 si è deciso a investire su Marlantes, lo ha convinto a dimezzare il volume delle pagine e ha pubblicato Matterhorn in poche copie che, forse proprio per il rudimentale meccanismo di cui si diceva a inizio pezzo, sono andate a ruba nel giro di poche settimane spingendo la Atlantic Monthly Press ad acquistare i diritti del libro, stamparlo su larga scala e così via… finché Matterhorn non è entrato nella Top 10 dei Bestseller 2010 del New York Times coronando il sogno americano fuori tempo massimo di un reduce, autore di un libro epico, bellissimo, verosimile e completo che Rizzoli ha tradotto e pubblicato la scorsa primavera.

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