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Uno, nessuno e centomila fake

Come funzionano i profili fake su Internet, quando sono nati, e perché esistono? Da Tinder e Grindr a Facebook e Twitter, un lungo articolo sulla loro poetica, i loro inevitabili deficit, come riconoscerli e quando stare al loro gioco.

Ho un’amica che si è fatta Tinder. Dice che è fantastico. Dice che era stufa di frequentare solo sfigati presentati dalle amiche e che poi puntualmente non sapevano buttar lì quelle due parole per farti concedere senza sensi di colpa. Senza umiliarti per averla data a un incapace, insomma. Dice, ho trovato finalmente l’applicazione che fa per me, c’è un sacco di gente a Roma, uomini single interessantissimi. Le piace flirtare più di ogni cosa. Quando li incontra si accorge che non sono esattamente come se li era immaginati o come si erano descritti. In pratica, ora frequenta solo sfigati che ha scelto in base alle foto profilo. Poi non li rivede più.

Un giorno, mi mostra la foto in bianco e nero di un bell’uomo sui trentacinque. Senti ma guarda questo e dimmi se ti sembra interessato a incontrarmi, chiede. Ma è Accorsi, con la foto di un attore siam tutti più attraenti, dico, forse dovresti fargli presente che è scemo due volte: la prima perché crede di fregarti con una foto di un altro, la seconda perché ha scelto proprio Accorsi. Hai ragione tu, non me ne ero accorta, sicuramente lo ha deciso quando ha lasciato Letitia Casta, dice, sicuramente è una strategia per titillare la competizione tra donne. Sì, del tipo che suscita in te quel te la farò dimenticare io, Stefano. Comunque è un fake. E ci stavi cascando.

Ci guardiamo e lei fa la faccia sospesa nel vuoto di chi non osa chiedere. Mi rendo conto che non sa. Che non immagina neppure, la mia piccola Pollyanna, che esistono persone che sistematicamente, al limite del patologico, si fingono qualcun altro per diversi sordidi motivi. E siccome credo che non sia l’unica, ve ne parlerò per non essere raggirati, o per non farvi sentire soli. È successo a tutti. Serve chiarezza su uno dei fenomeni più diffusi e ignorati della rete: il fingersi deliberatamente qualcun altro per ottener qualcosa.

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Facciamo un passo indietro. Negli anni novanta, su Internet, nessuno poteva sapere se tu fossi o meno un cane. Era ciò che si dicevano due cani di fronte a un computer, nella celebre vignetta di Peter Steiner per il New Yorker. Vent’anni fa ci si immaginava Internet come un luogo altro, molto cyber e virtuale, dove regnava l’anonimato, o identità costruite con nickname assurdi. Nessuno si iscriveva a un forum dedicato ai fan di Buffy the vampire slayer utilizzando il proprio nome reale. Cioè si pensava a Internet nei termini di dualismo digitale, per usare le parole di Nathan Jurgenson: quando ti disconnettevi tornavi alla “vita vera”. Poi, le cose sono cambiate (non per tutti, ché ancora qualcuna feticizza la vita vera, il fruscio della carta, il profumo delle carrozze). Mark Zuckerberg ci ha convinto a usare il nostro nome (e a imbarazzarci ogni qual volta recitiamo a sconosciuti nickname adolescenziali nati più di quindici anni fa: ibridi tra canzoni e date di nascita), la NSA ha tracciato la nostra attività, e i big data ci hanno profilato fin nei minimi consumi per rifilarci, che lo vogliamo o no, pubblicità di prodotti commerciali a noi dedicate. Oggi, non solo su internet tutti sanno se siamo o meno dei cani, ma sanno anche a quale razza apparteniamo, cosa mangiamo e quando.

Il fake inizia a provare piacere solo quando viene creduto. Quando c’è un pubblico. È un gioco o una truffa, a seconda di come vogliamo vederla.

In qualche modo si può dire che creare un falso profilo in quest’epoca di micro-targeting e netiquette da Facebook, equivale a ritornare a quegli anni novanta, al principio, alla creazione di un’identità che non è la nostra. È un atto sovversivo alle regole attuali: dire tutto di te a sconosciuti. Regole alle quali ci siamo abituati più o meno senza combattere. Intendiamoci, ci miglioriamo continuamente, tacciamo le più sordide verità e assomigliamo pochissimo alle nostre foto profilo. Ma il fake non è un Noi-più-bello, è uno che proprio non ci somiglia affatto: è totalmente qualcun altro. È quello che vorremmo essere, è il personaggio che non ci appartiene e che non possiamo essere. Il fake inizia a provare piacere solo quando viene creduto. Quando c’è un pubblico, o per lo meno un interlocutore reale. È un gioco o una truffa, a seconda di come vogliamo vederla. È l’estensione del nostro desiderio (o necessità) di mentire, rende ogni cosa possibile. Puro teatro off.

Non tutti i profili fake nascono per lo stesso motivo e quindi non tutti sono uguali. Ne esistono diversi tipi che qui sistematizzeremo in tre grandi categorie: lo scammer, l’avatar mascherato e l’avatar mimetico.

Lo scammer è il wannamarchi della rete, ovvero la finzione per allocchi, la truffa monetaria, il raggiro in serie. Generalmente è un’operazione che al torto dell’inganno aggiunge il fastidio della sciatteria, e coinvolge un pubblico più ampio possibile, del tipo: ogni 1000 uno ci casca. A tutti sarà successo di ricevere una mail sgrammaticata in cui un dottore del Ghana ci chiede dei soldi per la sua ricerca medica; oppure, c’è una bambina in fin di vita, con una malattia rarissima, e l’indigenza non le consente di salvarsi ma, per fortuna, ha un conto aperto a suo nome. Conto a cui possiamo fare un veloce trasferimento con un link e i nostri dati. Generalmente, ma non sempre, gli scammer sono bot, cioè non esistono, non sono persone bensì il risultato di un codice che come obiettivo ha di inviare tot messaggi standard a più persone e scucir loro denaro. Non ne parleremo qui. Noi ci occuperemo di altri tipi di fake. Quelli in carne e ossa.

In carne e ossa come il secondo tipo di fake: l’avatar mascherato. Vale a dire colui che non solo costruisce un’identità online più o meno verosimile, ma lo fa con l’intenzione di interpretare un ruolo diverso da quello che ha nella sua vita. Lo fa principalmente per sedurci in siti d’incontro o sui social. Oltre all’avatar, cioè alla sua rappresentazione online, che già è una costruzione filtrata dalla soggettività, aggiunge una maschera. La quale può essere: sexy, intelligente, di status ecc. È un meccanismo d’evasione consapevole. Il successo dell’operazione dipende dal grado di accuratezza che intende metterci. Se è un uomo utilizzerà la foto di qualcuno con più capelli, con più muscoli, più alto, più dotato; e magari dirà di aver letto tutto Nabokov, di abitare a Milano anziché a Vimercate, e di avere una startup che lo sta facendo guadagnare bene. Mente, ma almeno che sappia farlo bene e si ricordi i dettagli del personaggio che interpreta (Ma non stavi a Milano, ti chiamavi Andrea e facevi l’avvocato trentenne? Perché ora dici di essere romano, di fare il dentista e di abitare a Venezia?). Peggio di scoprire un fake, scoprirlo troppo presto. Spesso il piacere dell’inganno è reciproco.

Ci sono alcune regole da seguire per capire se si sta parlando con un fake oppure no. La prima è chiedere sempre altre foto.

Ma l’avatar maschera non conosce confini di genere: puoi essere una donna e fingerti un uomo (raro) o un uomo e fingerti una donna (molto comune). Prendiamo ad esempio questo messaggio su Reddit, è di un tipo che chiede se altri oltre a lui hanno notato un aumento di profili fake su Tinder. E spiega che se ne è accorto perché principalmente i bot non sono in grado di tenere una conversazione verosimile (i programmatori di scammer non hanno investito molto), e continua a ricevere lo stesso messaggio da ragazze diverse o diversi messaggi dalla stessa ragazza a cui non dà risposta, e che poi presenta un link a un sito pieno di virus. Poi aggiunge:

«Poi c’è stata una ragazza molto attraente. Stava dicendo tutte le cazzate di rito su come lei è super porca e del suo “bisogno di un uomo per farla venire”. Sono stato tentato per un secondo, ma poi ho pensato che le tipe non sono così e che fosse troppo bello per essere vero. Quando siamo passati alla webcam mi ha bloccato haha Che cosa ne pensate ragazzi? Era una presa in giro o un tizio di 45 anni?»

Ci sono alcune regole da seguire per capire se si sta parlando con un fake oppure no. La prima è chiedere sempre altre foto. Di solito i faker non sono abbastanza svegli da premunirsi di foto amatoriali prese da un profilo facebook qualsiasi, e quindi colti alla sprovvista risponderanno che non ne hanno. Se siete ragazzi e vi trovate di fronte a donne troppo disinibite potete avere dei dubbi. La seconda è ricordarsi le informazioni che ricevete, farsi dare informazioni e confrontarle dopo giorni. È utile anche parlare direttamente (se è un uomo e dice di chiamarsi Alice vi accorgerete dell’incongruenza). Esistono anche siti come questo che collezionano i fake.

Chiunque abbia familiarità con i siti d’incontro, da PlanetRomeo a Tinder, da Grindr a Badoo, ha imparato a riconoscerli. Foto inverosimili di modelli e modelle, descrizioni di sé che cominciano con l’involontaria subliminale ammissione di colpevolezza: «Le foto sono le mie, veramente!», incongruenze nelle informazioni, gente che non dà il numero di cellulare, che rimanda all’infinito l’incontro ché mica vuole conoscerti sul serio, vuole che tutto rimanga virtuale.

E se non ha imparato a riconoscerli, quei siti mettono a disposizione pagine che ti insegnano a farlo. Su PlanetRomeo ne troviamo una descrizione: «I profili falsi sono profili che creano deliberatamente false impressioni, i quali creatori non risultano essere le stesse persone rappresentate al loro interno. Le ragioni che portano questi user a creare falsi profili possono essere svariate: noia, ricerca di sesso virtuale, intenzione di importunare un altro user in maniera diretta o diffamandolo con altri utenti, desiderio di venire apprezzati da altri utenti per chi non si è etc… Il piacere che queste persone traggono nell’impersonare qualcun altro è assolutamente anche la ragione per la quale essi creano questi profili fittizi, e purtroppo internet offre questa “imperdibile” opportunità di far trasformare per magia nella persona che si è sempre desiderato essere». Come purtroppo? È una possibilità enorme provare piacere nell’interpretare un ruolo. Occorre fantasia e talento anche per immaginarsi migliori.

Facebook non sa con certezza quanti profili falsi esistano, ma se ne stimano attorno ai 140 milioni. Il cui identikit è il seguente: si fingono donne per il 97%, hanno molti amici, hanno pochi interessi e aggiornano poco lo status.

C’è una sezione su Tinder provvista di domande metafisiche: perché questi profili esistono (ma poi esistono? qual è l’ontologia del fake?), ed è interessante notare che nella prospettiva eterosessuale si faccia riferimento al fake solamente in quanto scammer. Lasciando così inattrezzati gli sventurati che si troveranno a comunicare con un avatar mascherato. Fortunatamente su Reddit o Huffington Post nascono discussioni e manuali per riconoscere gli impostori. Non esiste altro ambito in cui la sospensione di incredulità raggiunga vette tali come nei siti d’incontro. Quando cerchi di rimorchiare, tutto sembra verosimile.

È vero, creare un profilo falso è facilissimo. Oggi più che mai. Le foto, i messaggi, le opinioni e le informazioni che diffondiamo, su Facebook o altri social, consentono a chiunque di ricreare una versione di noi stessi. (Facebook non sa con certezza quanti profili falsi esistano, ma se ne stimano attorno ai 140 milioni. Il cui identikit è il seguente: si fingono donne per il 97%, hanno molti amici, hanno pochi interessi e aggiornano poco lo status). Ma c’è da aggiungere che se la tua identità è facilmente replicabile, o si risolve in un nome e cognome, allora forse non sei così interessante come credi. Per saper riconoscere cos’è falso bisogna anzitutto imparare a riconoscere l’autentico.

Infine gli avatar mimetici. Quelli svelati. Quelli che non ci provano neanche a imbrogliarci, ma anzi piazzano un «profilo parodico» o «fake» vicino al nome, per i più impressionabili, con cui intendono sottotitolare l’operazione umoristica con un «stiamo scherzando». Gli avatar mimetici sono il brutto nome con cui possiamo definire tutti quei profili di persone, note o meno, la cui identità è replicata più o meno fedelmente.

Quelli di maggior successo sono i faker parodici. C’è Darth Vader, la cui bio basta a introdurre il personaggio: «Vi giudico tutti da un tempo lontano, in una remota galassia. Non sono associato con Lucasfilm o Disney. DepressedDarth@gmail.com», e pensa con malinconia alla giornata della mamma: «Quel momento imbarazzante in cui ti rendi conto che non puoi festeggiare il giorno della mamma perché tua mamma è stata uccisa dai Sabbipodi». C’è l’incontenibile falso Casaleggio, la cui bio recita: «Essere @casalegglo – fine del mondo in tre, due, uno minuti», che fa continue proposte su leggi e riforme irrealizzabili e a un passo dalla follia: «Interni, rinominare Intelligence in Nonsiapplicance». C’è il geniale eterno nemico del giovane e del nuovo, L’Apparato. C’è stata persino la vera Serena Grandi che litigava con la finta Moira Orfei. C’è persino il falso figlio di Michele Serra.

Hanno un successo incredibile dovuto principalmente al medium di riferimento, Twitter, il quale è fatto apposta per dire, come sostiene Henry Jenkins: «io ci sono, io dico». Quando twittiamo una citazione, e ci dimentichiamo di fornire l’autore, può sembrare che siamo noi a pronunciarla. È nella natura del medium poter interpretare facilmente identità altrui (motivo per il quale esistono gli account verificati). Per questo hanno successo gli account della regina Elisabetta o di Dart Vader, perché sono verosimili a quelli che potrebbero aprire gli autentici nell’ecosistema di Twitter, che si presta alla nostra sospensione di incredulità.

I fake parodizzano ciò che già è eccentrico.

Un’altra spiegazione del successo dei profili fake parodici su Twitter l’ha data Louis Menand nel New Yorker, ipotizzando che parte del piacere è dovuto al sentirsi intelligente. Twittare in tempo reale sull’attualità richiede la conoscenza del contesto di riferimento. Inoltre, per godere della parodia occorre conoscere l’autentico, e quindi decodificare gli inside joke è un piacere per un gruppo sociale, per una community di aggiornati che ridono dei multipli livelli di lettura. Un gioco nel gioco.

Un esempio è Cippo Pivati che twitta: «Ho letto il libro di Cerasa, dice che non dobbiamo per forza giocare a scala 40 con Rodotà per essere di sinistra e io boh, non capisco», e fa evidentemente riferimento a Le catene della Sinistra, libro che critica la sinistra, di Claudio Cerasa, e della recensione che Pippo Civati ne ha scritto su Il Foglio. Oppure: «Dopo le violente dichiarazioni di Grillo, ho fatto avere la scorta a Dudù». È uno dei Moniti di Re Giorgio, il profilo fake di Giorgio Napolitano, che si presenta come «Custode delle larghe intese, indefesso generatore di moniti con viva e vibrante soddisfazione», e che evidentemente commenta le frasi reali di Beppe Grillo sulla vivisezione del cane di Silvio Berlusconi. I fake parodizzano ciò che già è eccentrico.

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La mia amica ha imparato a riconoscere i fake ma ora non li evita più. Dice che a conti fatti le tengono compagnia e le piace il modo in cui la cercano. Sono sempre disponibili. Sa che nonostante non ci sarà alcun incontro loro la trattano sempre bene e non la deludono mai come gli uomini che incontra. Dice che quando ne riconosce uno inizia a cambiarsi nome. Si finge a contatto con politici. A volte si inventa gossip con ministri importantissimi.

Speriamo che non flirti con un giornalista impreparato.

 

Nell’immagine, Heath Ledger nei panni di Joker, nel film Batman – Il Cavaliere Oscuro

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