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Una certa idea di Repubblica

Ezio Mauro annuncia che a gennaio lascerà la Repubblica. Vent'anni di direzione raccontati in un'intervista.

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Ezio Mauro è compatto, solido, con un taglio di capelli da marine, potrebbe essere un generale sabaudo ai tempi della guerra di Crimea, o un sommergibilista tipo Sean Connery nella Casa Russia: comunque un soldato. Ha condotto la più grande guerra fredda degli ultimi vent’anni, quella contro il berlusconismo, e adesso sembra guardare al passato, alle vecchie campagne, con soddisfazione, forse con qualche malinconia, come un americano con l’Unione Sovietica dissolta (e la Russia ritorna spesso nella biografia del direttore di Repubblica). Mauro, nato nel 1948, direttore di Repubblica dal 1996, appare nel suo ufficio al settimo piano di un torrione molto moderno sullo stradone della Cristoforo Colombo, a Roma. Poltroncine degli Eames, tante librerie, sulla scrivania due piccoli Adelphi di René Guenon, ritagli di giornale antichi, sotto un fermacarte che è un piccolo radiatore stilizzato Fiat («perché è pesante»). Ha un abito grigio scuro, quasi nero, una camicia bianca a righe molto larghe, blu, unica minima concessione a una specie di lontanissimo dandismo; un Rolex sobrio, con cinturino di pelle, al polso, una cravatta sempre blu.

È cortesissimo, si scusa del piccolo ritardo, addirittura sorride spesso, contro ogni previsione, perché si era stati messi in guardia: «Fa paura!»; «Mette soggezione!»; e anche «È di Dronero». Invece Mauro, sessantasei anni, sorride tanto, seppur piemontesemente; effettivamente è nato a Dronero («un posto di settemila abitanti, sul confine con la Liguria, un fondovalle verso la Francia, di una valle che però non ha uno sbocco, bisogna andarci a piedi se si vuole andare dall’altra parte. È l’unica valle italiana dove non c’è neanche un cartello pubblicitario, l’ho letto da qualche parte»).

Mauro è un militare di confine, che ha scelto di difendere una certa idea di Italia, come da celebre massima gobettiana che gli piace spesso citare, ma prima ancora una certa idea di Occidente. Siamo qui a fare questa intervista il giorno dopo l’attacco al giornale satirico parigino Charlie Hebdo, e il suo editoriale, con titolo vagamente conradiano, era “Il cuore dell’Occidente”. Un concetto caro al direttore, che dice: «L’Occidente è un’identità molto precisa, ho preteso che il riferimento ai valori occidentali fosse messo sempre nero su bianco nei miei contratti, prima alla Stampa poi a Repubblica. Fatico molto ad accettare che l’identità occidentale venga riconosciuta solo quando esiste il nemico, credo invece nel concetto dell’Ovest del mondo: la zona della democrazia dei diritti e della democrazia delle istituzioni, ed è triste che si riconosca questo concetto solo quando è minacciato».

Sarà solo suggestione, ma pare che parlando dell’Ovest Mauro parli soprattutto di Repubblica, forse neanche inconsciamente. Tanti si stupirono dell’enfasi guerrafondaia negli anni più duri della lotta contro Berlusconi, quelli del Noemi-gate, quelli dei post-it gialli sul giornale, quelli delle «dieci domande» – e Mauro quando ricorda quegli anni dice «quando eravamo nelle dieci domande», come a dire «nelle tre gloriose giornate». Però anche nel pezzo di oggi sui nuovi attentati jihadisti Mauro scrive di riarmo, seppur culturale, ma sempre riarmo è. Prima di dirigere l’armata di Repubblica, il generale Mauro ha guadagnato i gradi nella fanteria della cronaca di provincia.

Cercando sempre un’epica all’altezza delle aspettative e dei sacrifici compiuti. Prima alla Gazzetta del Popolo di Torino, «giornale che cercava di combattere una battaglia totalmente disuguale con La Stampa» (ancora un termine militare). La leggenda narra che a Torino si presentasse all’aeroporto di Caselle su informazioni riservatissime per cogliere i politici in arrivo da Roma. Che fosse soprannominato «Topolino» per la scaltrezza e velocità nel reperire le informazioni e trovare le fonti. «Credo che sia un’invenzione di Pansa, questa di Topolino», dice Mauro, con la bonarietà di un generale nei confronti di un disertore di valore. Il direttore però sembra rimpiangere la poesia della cronaca. «Un lavoro sfinente, fisico. Nessuno parla mai della fisicità del lavoro di cronista. Il cronista può passare ore a far parlare un politico, riempie un taccuino d’appunti, e sa che non ha la notizia, che non scriverà niente. E poi arriva il momento della stanchezza, il momento decisivo, e lui ti dice la cosa che non ti voleva dire, e lì illumina tutto, e tu gliel’hai tirata fuori».

Per il direttore di Repubblica gli anni della cronaca corrispondono con quelli del terrorismo, «con gli assessori comunali democristiani gambizzati davanti a noi, e i volantini delle Br che titolavano: abbiamo colpito i servitori delle multinazionali, e noi li avevamo davanti, coi loro paltò lisi insanguinati, questi pericolosi servitori delle multinazionali, colpiti mentre andavano magari alla sede del patronato della Cisl». «Erano anche gli anni in cui si diceva “né con lo Stato né con le Br”, e Sciascia diceva che “lo Stato è un guscio vuoto”, e noi però questo guscio lo volevamo difendere, se salta il guscio che cosa resta? Abbiamo passato ore e ore sotto i portici di Torino a ragionare sul fatto che questo Stato andasse difeso» (poi si scoprirà che anche Mauro, sulla sua Renault arancio, era un obiettivo delle Br).

«Erano gli anni in cui Sciascia diceva che “lo Stato è un guscio vuoto”, e noi però questo guscio lo volevamo difendere»

L’idea di Italia, direttamente trapiantata da Gobetti e dall’azionismo («azionismo torinese, alcuni lo dicono con spregio, io ne vado fiero, è il mio mondo») passa direttamente alla formazione del Mauro giornalista e poi direttore. In mezzo, anche parentesi meno cupe, pre-Zanzara: «Alla Gazzetta del Popolo era come essere al liceo, ci eravamo inventati una radio finta, intervistavamo i politici fingendo di farli partecipare a un dibattito su temi totalmente surreali, buttandoli giù dal letto a mezzanotte, e loro parlavano, parlavano…».  Poi a Roma, come inviato e poi caporedattore della Stampa, con una passione per i lirismi della prima Repubblica in fiore: «La vestizione di De Mita», prima dell’acclamazione al congresso del 1982, «nel momento in cui sale al Palasport e si affaccia alle televisioni, al pubblico. Un momento epico, come la vestizione del torero, quando è solo per l’ultima volta prima di affacciarsi sull’abisso». A volte però la cronaca non riesce a trasformarsi in epos. «Una volta, erano gli anni del terrorismo, ho provato a far dire a Pertini la frase “il peggio è passato”, sarebbe stato un bellissimo titolo, Pertini, due punti, il peggio è passato. Bastava solo che lui dicesse “sì”. Con un collega riusciamo a incastrarlo in un angolo, e gli domandiamo: presidente, il peggio è passato? Lui risponde: “E che ne so, io? Mica ho la sfera di cristallo”».

Il Bildungsroman del generale Mauro è però soprattutto russo. «1988, Scalfari, direttore di Repubblica, mi chiama e mi propone di fare il corrispondente da Mosca; il giorno dopo però mi chiama anche Ugo Stille, direttore all’epoca del Corriere della Sera, e mi propone New York. Io per correttezza chiamo Scalfari, e gli dico che andrò comunque a parlare con Stille. Scalfari si preoccupa, perché non ho ancora firmato con Repubblica. Gli rispondo: “Ho fatto di peggio: ho deciso” ». Seguono tre anni della Russia di Gorbaciov, la fine dell’Unione Sovietica in diretta.

«Gaetano Scardocchia, grande direttore della Stampa, saputa la mia scelta mi trascina a colazione al Bernini e non mangiamo niente, perché i camerieri non osano avvicinarsi, abbiamo urlato tutto il tempo. Poi, anni dopo, però, mi ha dato ragione». Sì, però, perché Mosca? Per studiare da direttore? Per dimostrare di essere il più bravo? Per semplice masochismo? «Era l’idea di poter trarre di più da un lavoro più complicato, fuori dai luoghi comuni, fuori da un mercato comune delle notizie come quello americano. Poter scoprire delle cose più tue, dove la vita di metteva più alla prova. E poi la possibilità di studiare, e poi vedere i risultati. Io ho preso un cartoncino, l’ho diviso in quattro, ho scritto politica, economia, cultura, società; ho scritto tutto quello che dovevo imparare e leggere. Per tre mesi ho studiato giorno e notte, la mattina il russo e il pomeriggio cose russe. Ce le ho ancora tutte quelle carte, ce l’ho qui l’archivio russo, anche se adesso ormai sarà inservibile». A Mosca, anche, matura sempre più quella certa idea identitaria: «Quando sei a Roma ti senti torinese, quando sei a Parigi ti senti italiano, quando sei a New York ti senti europeo, quando sei a Mosca ti senti occidentale». A Mosca, anche, «regole di comportamento, dovevi stare molto attento a chi frequentavi, a chi vedevi». E sembra che parli di Roma.

Insieme al presidente del Consiglio Renzi, Mauro è noto per essere il più grande evitatore di salotti della città. «È di Dronero» mi ha detto una dama sconsolata, ormai desolata per gli inviti declinati. E infatti: «Non mi piace, non sono capace, non mi diverto all’idea. Sono molto piemontese in questa cosa. Poi magari quelle poche volte mi son trovato anche bene, fai anche delle conversazioni interessanti. Però non sono tagliato, e fortunatamente anche mia moglie odia le mondanità, e io torno quasi sempre tardissimo dal giornale. Ah, e a casa dei colleghi, mai, me la sono data come regola, per non dare adito a pensieri, voci. Dunque, alla fine sto praticamente quasi sempre da solo». Roma però gli piace, «è facile», dice, «vorrei continuare a vivere qui anche quando smetterò di fare questo lavoro», parlandone un po’ come di una città turistica (dopo non farà «assolutamente niente, bisogna togliersi di mezzo, con una ragionevole soddisfazione di quello che si è fatto, sapersi accontentare, e non rompere le scatole»).

In fondo Mauro, come un militare o un corrispondente, è un po’ apolide, come il suo giornale: «Repubblica ha questa doppia vocazione di essere un giornale che non è di Roma, non è di Milano, non ha una capitale sua propria, ha una sua dimensione nazionale, è l’unico, se ci pensi». Sì, però, cosa vuol dire in definitiva fare il direttore di Repubblica? «Ci hanno detto che siamo un giornale-partito; una cosa che mi ha sempre irritato molto, è allo stesso tempo di meno e di più, perché sicuramente c’è questo rapporto coi lettori che altri giornali non hanno, però poi succede anche che ti scrivono delle cose tremende; c’è un legame fortissimo coi lettori che quando arrivi da altri giornali avverti come differente. L’altro giorno mi ha scritto qualcuno che mi aveva visto nella riunione di redazione in streaming, mi dice “ah, che abbronzatura, si è fatto una bella vacanza, bravo Mauro, invece che stare al giornale”, e io gli stavo rispondendo “guardi che son stato a giocare a calcetto con mio figlio”, poi mi sono reso conto che non era il caso, non ero tenuto».

E però: «Noi e voi abbiamo in comune uno sguardo – mi ha detto il direttore del País» e forse solo il País, più che il Monde, hanno in comune quest’aria di famiglia con i propri lettori, non certo il Corriere, non La Stampa; per i lettori, al netto di feticismi (il sito Pazzo per Repubblica) quella di Largo Fochetti è una famiglia un po’ disfunzionale, con dei personaggi precisi che sono un po’ parenti a cui si è affezionati, che si chiamano per nome: i Fondatori, il Principe, l’Ingegnere, Barbapapà; e poi lui, Eziomauro tutto attaccato, anche gli addetti alla sicurezza, sotto il torrione di Largo Fochetti, dicono così, «accompagna il dottore da Eziomauro»; non succede in altri giornali, no? Ci si accoppia in famiglia, ci sono dei piccoli riti… Ogni tanto muore qualcuno dei fondatori, e a Roma dai necrologi annunciano al tempio laico del Verano un funerale dove tutta la famiglia è riunita…

«Qui c’è un senso del gruppo, del club» (pronuncia club come Berlusconi, e la sua parlata è simile a quella del Cavaliere, forse per suggestione o per piccola nemesi); «l’altra sera siamo stati due ore dopo la riunione di redazione a parlare con Stefano Folli, Claudio Tito e Francesco Merlo, del Quirinale, a parlare di Gronchi, di De Mita. Di roba politica vecchia. Mi piace molto stare con loro, con i miei». Ma nella grande famiglia di Repubblica, dove c’è già un papà, tu chi sei? Lo zio saggio? «Saggio non me l’ha mai detto nessuno. Eugenio è certamente il padre. Lì c’è stata la fortuna che è nato un rapporto di amicizia, che non era scritto nel contratto. Nei tre anni di Mosca ci siamo sentiti al telefono zero volte in totale. Io mi ero dato la regola: il direttore è una persona impegnata, io non lo disturbo. Se mi doveva dire qualcosa mi telefonava lui. E non mi ha mai telefonato». Ma in definitiva ti piace di più fare il direttore o scrivere? «Scrivere». E cosa odi di più del lavoro di direttore? «Ecco, non mi piace telefonare. Una volta quando ero inviato alzavo volentieri il telefono, adesso spesso quando suona, ecco, proprio non risponderei. Parlo molto meno coi politici. Renzi non lo sento da tre mesi. Con Bersani ci siamo mandati degli sms per Natale. Con D’Alema sono cinque anni che non ci sentiamo. Una volta un vicedirettore è venuto a riferirmi che D’Alema voleva che lo chiamassi, e io lo stavo anche facendo, ma poi ho pensato: ma se mi vuole sentire, perché non mi chiama lui?».

«La mattina guardo prima il Corriere, poi sbrigo quelli di destra… perché hanno meno pagine… quindi Il GiornaleLiberoIl Fatto…»

Che giornale legge per primo il direttore di Repubblica? «Mah, li metto tutti su un tavolo, la mattina. Repubblica praticamente non la leggo, perché essendo uscito dal giornale alle undici la sera prima quasi l’ho già letto tutto. Guardo prima il Corriere, poi sbrigo quelli di destra… perché hanno meno pagine, ci metto poco tempo… quindi Il Giornale, Libero, Il Fatto…». Il Fatto? «Sì, quelli di destra hanno anche meno pagine» (Mauro sorride impercettibilmente), «ci metto meno tempo. Poi, dopo, gli altri, La Stampa e Il Foglio…». E se non ci fosse questa tremenda crisi dei giornali, cosa faresti, se avessi un budget illimitato? «Aprirei degli uffici di corrispondenza nel mondo. Un corrispondente in India, per esempio, subito».

Per civetteria, si era deciso di non nominare mai una volta al direttore in questa intervista il nome di Berlusconi. Però poi ci si accorge che lui è lì, aleggia nell’aria, forse è l’Est contro cui Mauro ha combattuto in tutti questi vent’anni, vincendo forse una guerra, sentendo adesso forse la mancanza del nemico, al cui solo nome si rianima. «Vedi tutti i primi ripiani di quella libreria lì? Sono frutto di questa mia ossessione; ho cercato di studiarlo, non l’ho preso sottogamba. Ho studiato testi indiani, sono arrivato fino allo sciamanesimo». Mauro ha studiato diligentemente il suo Est, e forse i tre anni di Mosca hanno fatto di lui un uomo della guerra fredda, e un mondo multipolare non gli dà la stessa soddisfazione degli imperi contrapposti. «Ci siamo lasciati ossessionare da lui, ma ci sono due cose da aggiungere, se si vuole essere onesti: che in quell’ossessione abitava anche lui; e se stai dentro quell’ossessione capisci tutto, capisci anche lui…». E poi, sempre su Berlusconi: «È stato un fenomeno giornalisticamente interessante. Credo che Repubblica abbia giocato una buona partita». Parla al passato. «Beh, la partita era bella quando lui era potentissimo (e al «potentissimo» al generale Mauro brillano gli occhi), «quando lo squilibrio di forze era notevole, quando lui presidente del Consiglio denuncia in tribunale le domande di un giornale. Quello è stato un momento… fantastico». Uscendo dall’ufficio del direttore di Repubblica viene in mente la vecchia massima del Duca di Wellington: «A parte una sconfitta, niente di più malinconico di una vittoria».

Dal numero 22 di Studio
Fotografie di Andy Massaccesi
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