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Un reietto delle isole (Marshall)

La storia di José Salvador Alvarenga, il pescatore ritrovato in mezzo all'Oceano Pacifico dopo 13 mesi e 11.000 Km di deriva solitaria, e alcune riflessioni sul perché sta appassionando tutto il mondo.

Dopo pochi giorni dal ritrovamento di José Salvador Alvarenga, il pescatore di El Salvador scomparso più di un anno fa dal Chiapas e ricomparso in un atollo delle isole Marshall dopo 13 mesi di apparente navigazione solitaria e alla deriva, le notizie sulla sua avventura si sono moltiplicate, giorno per giorno. Come un puzzle, in cui i media mondiali continuano ad aggiungere pezzi, a incastrarli, a farli collimare, a scartare o rimandare quelli difettosi. Per ora la storia, la versione ufficiale, sembra chiara:

José Salvador Alvarenga ha trentasei, forse trentasette anni, è originario di Ahuachapán, una città di poco meno di 40.000 abitanti di El Salvador, al confine con il Guatemala. Si è trasferito poi in Messico, nel Chiapas, in un paese sulla costa pacifica chiamato Costa Azul. Nel dicembre 2012, o forse nel settembre, lui non ricorda, è uscito in mare con un compagno di lavoro, un ragazzo di 15 anni, a caccia di squali. José Alvarenga faceva il pescatore, di squali e gamberi, per una piccola azienda chiamata Camaroneros de la Costa. Il suo capo, ha detto José, si chiama Vilermo Rodriguez. Vilermo Rodriguez, cercato, trovato e intervistato, ha confermato di conoscere José, ha confermato che José era scomparso da più di un anno, e ha confermato che con lui c’era un ragazzo, Ezequiel Córdova. A questo punto i pezzi di puzzle iniziano a essere difficili da trovare e da far coincidere. Rintracciati dai media messicani, i familiari di Ezequiel dicono, tra le altre cose («vogliamo sapere la verità») che il ragazzo scomparso non ha 15 anni, ma 22. Poi: Men’s Journal ha intervistato Matt Riding, un cittadino americano residente sulle isole Marshall, che parla sia inglese che spagnolo e che per questo è stato il primo uomo ad avere uno scambio con José Alvarenga, dopo il suo ritrovamento sull’atollo. Dice, Riding, che nella prima versione di Alvarenga il ragazzo sembrava essere il figlio del proprietario dei Camaroneros de la Costa, ovvero il figlio di Vilerno Rodriguez. Ma è falso. A proposito: il ragazzo di 15 anni, o di 22, è morto dopo pochi mesi alla deriva, e il suo corpo è stato gettato in mare da Alvarenga. Si rifiutava di mangiare uccelli crudi, ha spiegato Alvarenga. Forse Alvarenga non conosceva nemmeno il nome di Ezequiel: un pescatore uscito in mare la stessa notte dei due, un collega poi rientrato in porto e sopravvissuto alla tempesta che ha fatto prendere il largo al salvadoreño, ha detto che il ragazzo era uno dei nuovi, che nessuno lo conosceva bene. Lo chiamavano Piñata, come il gioco per bambini.

All’interno della barca c’erano carcasse di tartaruga, di cui Alvarenga si è nutrito, bevendone il sangue per idratarsi. Oltre alle tartarughe, Alvarenga si è cibato di uccelli, catturati e consumati crudi.

José Salvador Alvarenga invece era chiamato La Chancha, il maiale, per la sua stazza. Anche le prime foto di Alvarenga portato in salvo fanno pensare a un uomo grasso, una condizione apparentemente difficile da accettare per un naufrago che per 13 mesi ha dovuto sopravvivere in pieno Oceano Pacifico senza toccare terra. Ma i medici che l’hanno visitato hanno parlato di gambe magrissime, e di un volto molto gonfio. Il centro del puzzle, però, è: come è sopravvissuto José La Chancha, e come ha attraversato 10.800 chilometri di Oceano?

Il motore della barca di José Alvarenga si è rotto dopo un solo giorno, dopo una tempesta. Da lì è iniziata la deriva. La barca, arrivata nell’atollo Ebon, a 22 ore di navigazione dalla capitale delle Marshall, Majuro, ha lo scafo incrostato di cirripedi. All’interno della barca c’erano carcasse di tartaruga, di cui Alvarenga si è nutrito, bevendone il sangue per idratarsi. Oltre alle tartarughe, Alvarenga si è cibato di uccelli, catturati e consumati crudi. C’era anche una ghiacciaia, originariamente destinata al pesce, in cui José si nascondeva durante il giorno, per proteggersi dai raggi del sole. Probabilmente la ghiacciaia è servita anche come contenitore e raccoglitore per l’acqua piovana. Per quanto riguarda il tragitto le cose sono meno misteriose: Judson Jones, di Cnn Weather, ha spiegato che le correnti pacifiche hanno una direzione e un percorso molto simile a quello che si crede abbia percorso la barca di Alvarenga, e che possono portare trascinare una barca per 42 chilometri al giorno. L’operazione dà come risultato 208 giorni, ma possiamo facilmente postulare che le correnti non siano un tapis roulant regolare e diritto, e che quindi 13 mesi di navigazione per raggiungere Ebon siano un risultato più che plausibile.

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Il naufragio è uno dei topos più classici della storia letteraria, e quindi della storia umana o occidentale. E con naufragio intendo sia l’arrivo su un’isola deserta e la conseguente necessità di tentare una difficilissima sopravvivenza in solitudine, sia, anche se più raro, il bisogno di sopravvivere in una mare piatto, senza terra in vista, su una superficie limitata – una barca – e con un’orizzonte di possibilità inesistente o quasi. Ho trovato curioso il fatto che la maggior parte degli articoli citassero come riferimento il Cast Away con protagonista Tom Hanks, anziché La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge, ovvero la storia di come un uomo, dopo aver ucciso un albatros in navigazione, rimanga per sette giorni e sette notti in bilico tra vita e morte (life-in-death, nel libro) a cavallo dell’Equatore, in acque maledette e stagnanti, come punizione per l’assassinio dell’uccello. So che nel libro c’è una carica allegorica impossibile da trasferire nella storia di José Alvarenga, ma il fatto che i primi dettagli che la stampa ha riportato dopo il ritrovamento del pescatore siano stati i suoi metodi per rifocillarsi (uccidere uccelli) mi ha fatto pensare a Coleridge, piuttosto che a Hanks.

La storia di José Salvador Alvarenga si inserisce in una corrente letteraria definita, che va da Ulisse, il naufrago per antonomasia, al protagonista di Vita di Pi di Ang Lee, passando per Tom Hanks e per Robinson Crusoe, per gli ammutinati del Bounty e per Gordon Pym.

I dettagli sono un altro capitolo a cui ho pensato molto. Mi sono chiesto perché questa storia avesse un potenziale di fascino così grande, non solo su di me ma sui mezzi di informazione di tutto il mondo, dall’Inghilterra, una delle nazioni i cui media stanno “coprendo” con la maggior mole di notizie l’evento, credo per lo stretto rapporto tra il Regno Unito e il mare, la navigazione e quindi la mitologia del naufragio, alle nazioni del Centro America, per ovvie motivazioni geografiche, all’Australia. In primo luogo la storia di José Salvador Alvarenga si inserisce in una corrente letteraria definita, che va da Ulisse, il naufrago per antonomasia, al protagonista di Vita di Pi di Ang Lee, passando per Tom Hanks e per Robinson Crusoe, per gli ammutinati del Bounty e per Gordon Pym. Ci affascina perché contiene un potenziale di avventura romanzesco scomparso, quasi o del tutto, nella maggior parte delle vite urbanizzate e occidentali. Martedì 4 febbraio è anche apparsa la voce Wikipedia di Alvarenga, sulla versione inglese dell’enciclopedia.

In secondo luogo c’è la questione mediatica, che si divide a sua volta in due rami. Da un lato c’è il mistero: per quanto i media internazionali stiano trattando approfonditamente la storia di José Salvador Alvarenga, le notizie che emergono o che vengono diffuse sono incerte: la stessa data della scomparsa di Alvarenga e di Ezequiel Córdova è ancora incerta, e il suo datore di lavoro non sa nemmeno se sia accaduto a settembre, a novembre o a dicembre. Inizialmente era incerta anche l’identità stessa di Alvarenga. Il Guardian ha contattato Jaime Marroquín, guardia costiera del Chiapas, che ha documentato la scomparsa e la denuncia della scomparsa di un’imbarcazione il 17 novembre. Le due persone sull’imbarcazione dispersa sono state identificate come Ezequiel Córdova e Cirilo Vargas. C’è l’incognita della sopravvivenza, ovviamente, ed è l’incognita con il maggior potenziale di fascino, quella che contiene in sé tutta la storia dell’ingegno dell’uomo e della sua capacità di sopravvivere nelle condizioni naturali più difficili. Ma le incognite sono anche più piccole, e tutte insieme formano un grosso punto interrogativo. Come: il Telegraph dice che a bordo della barca è stato trovato un coltello, ma Nbc News dice di no. La figlia di José ha, a seconda delle versioni, dodici o quattordici anni, e secondo alcune notizie non conosce il padre, secondo altre sì e non vede l’ora di rivederlo. E via dicendo. È sorprendente che nell’informazione di oggi ci siano notizie così contrastanti, o così incerte. Non c’è sicurezza, e il mistero appassiona naturalmente, o almeno intrattiene, e intrattiene in un modo più genuinamente romanzesco rispetto ai delitti mediaticamente famosi, perché nella storia di Alvarenga sembra, per ora, esserci un happy ending.

Ogni giorno si aggiunge un particolare in più. È il format di una serie Tv, la storia si srotola lentamente, giorno per giorno, non soltanto minuto per minuto, e di certo non è stata consegnata in un pacchetto completo.

Dall’altro lato c’è la serialità. Le notizie trapelano (che parola brutta) a poco a poco. Le fotografie anche. La barca di José, per esempio, non è stata fotografata da subito. Una foto di José da giovane, mostrata dalla madre, rintracciata a El Salvador, è apparsa quasi una settimana dopo il ritrovamento del figlio, del naufrago. Le sue condizioni fisiche, se all’inizio erano state trovate buone, stanno peggiorando. Ogni giorno si aggiunge un particolare in più. È il format di una serie Tv, la storia si srotola lentamente, giorno per giorno, non soltanto minuto per minuto, e di certo non è stata consegnata in un pacchetto completo.

Se José Salvador Alvarenga dice la verità, e ha passato tredici mesi da solo nell’Oceano Pacifico, sarà la più grande storia di sopravvivenza in mare di sempre. Forse dovrà rispondere a domande molto poco letterarie, di esperti di sopravvivenza e di pubblici ministeri che gli chiederanno conto del corpo di Ezequiel Córdova. Se José Salvador Alvarenga non dice la verità ma è e sarà abbastanza bravo da mantenere in vita la sua creazione di verità, per noi sarà come se fosse la verità. E in qualunque caso non avremo, molto probabilmente, le prove che siamo abituati ad avere oggi, non avremo i fatti, non avremo testimoni. Rimarrà il fascino dell’avventura, e il mistero di un messicano ritrovato a diecimila chilometri di distanza. Quello che c’è in mezzo è una gran bella storia.

 

Nell’immagine, la distanza tra la partenza e l’arrivo di José Salvador Alvarenga.

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