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Torino ad agosto, senza fingere

Più che una città vera, per chi ci vive venendo da fuori il capoluogo piemontese ne è una simulazione funzionale. Finché d'estate tutto cambia.

 
Il nuovo capitolo della nostra serie di reportage estivi dalle grandi città italiane. Potete recuperare le puntate precedenti: Roma, Milano e Napoli.

*

Soltanto adesso che sto scappando da Torino – è il pomeriggio del 13 agosto, la A4 sibila a 280 km/h oltre il finestrino, il wi-fi del treno sfarfalla – mi sento di poter dire qualcosa sull’estate lì, e cioè sulle due settimane che ho passato praticamente da solo in una città intersecata da viali larghi e torridi e silenziosi, in cui ho vissuto un anno e mezzo senza conoscerla quasi per niente.

Me ne sono reso conto leggendo il bellissimo racconto di Giulia Cavaliere sull’estate a Milano, che in qualche modo considero la mia città benché non ci sia nato né ci viva – e c’è qualcosa di molto milanese, credo, nel fatto che chiunque può legittimamente dirsi milanese, perché non significa niente, perché non otterrà sguardi complici né posti riservati in quota autoctona, mentre a Torino non è vero, i torinesi esistono e per esserlo ci sono requisiti molto chiari, ho sentito varie volte la parola “meridionale” riferita a gente nata qui da genitori calabresi o sardi o lucani, come mio padre.

Nel racconto di Milano si respira una conoscenza del luogo che paradossalmente assolve chi scrive dalla necessità di spiegarlo: parli del Parco Lambro o di viale Forlanini o (come ho fatto in un mio romanzo su Milano) di via Porro Lambertenghi e di piazzale Segrino, e dai per scontato che il lettore sappia cosa sono; ovviamente spesso non lo sa, ma non importa perché la cosa che ti preme comunicare al lettore non è che piazzale Segrino ha un’orrida scultura al centro della rotonda, né che questa scultura che commemorava i «partigiani» ora commemora dei generici «caduti»; la cosa che ti preme comunicare al lettore è che questi posti esistono davvero e tu glielo dimostri rendendogli noto che tu, nella vita vera, quei posti li conosci, e glielo rendi noto facendo sì che si accorga che lui no.

(Questa è una cosa che a Joan Didion riesce benissimo, e che rende la lettura dei suoi libri una vertigine di falso-e-vero; Mary McCarthy, scrivendo sul New York Times una fluviale recensione di Democracy che non ho ancora capito se è una stroncatura, ha detto che questo tratto, che Didion ha preso da Hemingway, consiste nella capacità di fare leva sui complessi d’inferiorità del lettore; forse è così, ma secondo me c’è dell’altro)

Ad ogni modo: io questa cosa con Torino non riesco a farla; potrei fingere, certo, ma nonostante tutta la semiologia che ho trangugiato a Lettere c’è una parte di me che ancora crede che, nella scrittura, quando fingi si vedeE infatti ogni volta che penso di scrivere di Torino mi viene da cominciare spiegandola ai milanesi: descrivendone la pianta stranamente asimmetrica, benché divisa a metà dal fiume: una metà è come ce la si aspetta – come Milano, come una sezione trasversale della crosta terrestre: un semicerchio di centro borghese e poi le fasce successive del gradiente della periferia, le vie con più corsie, le fermate dei mezzi più rade; l’altro semicerchio no, l’altra metà si chiama «la collina» ed è verde, direttamente: pochi isolati dopo il ponte di piazza Vittorio, che è pieno centro, la città scompare, finisce, basta!, e cominciano case circondate da boschi e tenute con lunghi recinti di ferro battuto, in posti di nome San Vito e Superga e Pino Torinese, il comune col reddito pro capite più alto d’Italia, benché i domestici che vivono in casa abbassino di molto la media.

È interessante considerare che questa divisione geografica collina/centro/periferia ricalca i confini di classe sotto due distinti ordinamenti sociali – nobiltà/borghesia/popolo, dirigenti/quadri/operai – che qui si sono susseguiti senza rivoluzione, sfumando dolcemente l’uno nell’altro con una stretta di mano, come in un subentro d’immobile; ed è interessante considerare che le linee di questa spartizione (alternative con metafore politiche: confini, argini, trincee) corrispondono ad altre diversità, ad esempio in architettura: i quartieri periferici sono semi-recenti, degli anni del boom, ‘40-’70; il centro borghese, come si conviene, è in larga parte dell’Ottocento; e la collina si divide fra palazzi antichi e costruzioni moderne, nuove o comunque diversamente novecentesche rispetto ai casermoni (è la stessa differenza che c’è fra seconda mano e vintage).

Volevo cominciare con questa immagine il mio racconto dell’estate a Torino, perché questa spartizione corrisponde anche a un diverso set di sintomi in seguito all’inoculazione del virus dell’estate. La collina si spegne, chiude per ferie, si serrano le serrande delle grandi finestre, appassiscono gli ombrelloni sulle terrazze, i supporti ad arco delle amache di Unopiù vengono ritratti in veranda, si annulla il traffico delle auto che fanno la spola con la città nelle ore di punta, come lance cariche di bottino fra un’isola e il vascello che l’ha conquistata.

(Il mio osteopata dice che è per questo che resta a Torino fino a metà agosto, perché così può sfrecciare in moto per quegli splendidi tornanti che di solito sono troppo trafficati; sono nel suo studio in Crocetta, sdraiato sul lettino conto le vertebre di plastica del modellino appeso al soffitto mentre la calura entra a spiragli dalle imposte del pianterreno; l’osteopata mi dice che visto che io vado in vacanza sta per farmi molto male; è perché non mi potrà visitare per un mese intero, o così spiega poi.)

Corso Unione Sovietica
Corso Unione Sovietica

Se la collina si spegne il centro entra in modalità provvisoria, sospendendo ogni funzione non finalizzata al sostegno vitale; chiudono gli alimentari e le pompe di benzina ma non le poste e qualche banca, i portoni di legno restano socchiusi per tenere fuori l’afa e permettere al custode senza ferie di sonnecchiare in guardiola; c’è così poca gente in giro che quando spendo un giorno intero con due amici che vivono in un negozio su strada, con la cler alzata per far trapelare la brezza dal Po (ma cler si dice solo a Milano), non passa nessuno, nessuno entra a chiedere informazioni sulla tipografia; appare solo un signore alto dei testimoni di Geova, con un bambino adottivo al seguito e un completo scintillante color argento, ed è costretto a chiamarci a gran voce dall’ingresso perché noi stiamo sul retro a spruzzarci col nebulizzatore della pompa, giocando svogliatamente a un gioco di strategia tedesco; resta attiva solo via Garibaldi, le piadinerie e i negozi di scarpe, ma il flusso di turisti riempie solo metà strada: la destra il pomeriggio e la sinistra la mattina, per l’ombra; dopo due settimane chiuso in casa a stringere il condizionatore decido di sfruttare la frescura portata dal temporale notturno per fare colazione fuori, e giro per un’ora trovando solo serrande abbassate; quando in lontananza vedo una porta aperta non ci credo, e infatti è perché stanno ristrutturando il bar.

Ma in periferia, oltre i vialoni a sei corsie con le rotonde precanalizzate e nomi geografici che a me, senza auto, paiono tutti uguali (Svizzera, Stati Uniti, Unione Sovietica), agosto non c’è, o è solo un giugno più caldo; i panifici sfornano come prima («cuoce anche la panettiera», dice la panettiera di San Paolo quando si rompe il ventilatore); crocchie di anziani giocano a carte nelle bocciofile dopo il ponte di Sassi, ruotando intorno al platano per seguirne l’ombra, come una meridiana; ci sono ancora quasi tutte le bancarelle nel mercato all’aperto di Porta Palazzo – che in realtà è dietro casa mia ma funzionalmente conta come periferia perché, come ha detto il portinaio incontrandomi lì, i signori non ci vanno; c’è coda ai benzinai di corso Casale; la pizzeria d’asporto di San Mauro ha un cartello stampato al computer che dice «NOI CI SIAMO TUTTO AGOSTO»; le guardie all’ingresso del Carrefour 24h, stazionate sotto il gonfalone che annuncia «SUSHI FRESCO GIORNO E NOTTE», dicono che nelle ore di punta del turno di notte c’è tanta gente come prima, ma non vogliono specificare che ora è, non so se sia perché temono il reportage gonzo-LOL che a volte ho pensato di fare (“Ho passato 24 ore di seguito a mangiare sushi in un gigamercato vuoto”), o perché diffidano di quello sconosciuto che chiede come incontrare gente alle 3 del mattino in un supermercato.

Ma, appunto, non avrei saputo come raccontare tutto questo fingendo di conoscere davvero Torino e di non fermarmi alla superficie delle cose, le scritte sui monumenti, l’odore della via dove c’è la fabbrica di merendine; di sapere realmente cosa significa percorrere ogni mattina quei viali a sei corsie, e quale è la rotonda dove c’è sempre un ciocco, e se Sassi era il posto dove si andava a fumare i cilum a quindici anni dopo i cortei, e se quel Carrefour quando ci andavi il sabato coi tuoi si chiamava GS o Esselunga, e come si dice cler; invece a me viene da iniziare così, Torino divisa est in partes tres, ed è chiaro che vengo da fuori, perché quella spiegazione, naturalmente, è rivolta prima di tutto a me, che vago per Torino senza sapere dove sto andando.

La realtà è che durante l’anno, da adulti, la città si riduce in larga misura a una rete di punti in cui trovi soddisfazione ai tuoi bisogni, e questi punti sono sorprendentemente pochi: un ufficio, le case di alcuni amici, colleghi, o amici/colleghi; ferramenta, stazione, libreria, tre bar, due ristoranti, il cinese d’asporto, lo spacciatore, il percorso del jogging, il supermercato grande e quello della domenica; questa non è davvero una città ma ne è una simulazione funzionale, e da dentro questa rete non puoi capire che non è davvero identica alla città in cui ti trovi, un po’ come in una realtà bidimensionale il tuo quadrato ti sembra un cubo.

E poi è estate e la tua rete scompare, e ti rendi conto che i tuoi punti di riferimento erano poche isole a galla nel vuoto; e quel vuoto è la città, che non conosci, in cui ora ti trovi a girare cercando un francobollo o una brioche; un po’ come sto cercando (con un artificio stilistico antiquato ma a modo suo adatto, mi pare, alla spossatezza estiva, al lassismo, al restare in boxer tutto il giorno) una struttura unificante nell’agosto in città, un filo narrativo fra momenti disarticolati, giorni che si succedono senza costrutto, tradizioni che attecchiscono nel vuoto come amicizie al campo estivo; il ghiaccio nel bicchiere finito d’un sorso, l’odore dell’asfalto che si scioglie, il fiume che ronza immobile nell’afa, i piccioni che sguazzano sul tetto del palazzo di fronte allagato dalla grandine, i vicini che scopano con la porta aperta per fare corrente. Poi è sera, e arriva un po’ di tregua per tutti; e poi è settembre; e poi è estate.

 

 

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