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Dark side of the bowl

Stanotte è andato in scena il Super Bowl. Tuttavia il football americano ha, specie in questo momento, qualche scheletro nell'armadio.

Tra una domanda sull’ingovernabilità del Congresso e un’altra sulla crisi siriana, a un certo punto dell’intervista che Obama ha di recente concesso a Franklin Foer e Chris Hughes, rispettivamente direttore ed editore del New Republic, se ne è infilata una che riguardava lo sport e per la precisione il football americano. Dato che Obama non è un ex presidente del Consiglio italiano, con una gloriosa squadra di calcio infilata nel taschino da tirare fuori quando più fa comodo, la ragione per porgli una domanda del genere non poteva certo essere troppo frivola e difatti non lo era. Non lo era affatto.

Nonostante, in ossequio a un rituale laico che va avanti da quasi cinquanta anni, ieri sera circa 110 milioni di americani si sono messi davanti alla televisione per scoprire chi vincerà tra i fratelli Harbaugh, allenatori consanguinei delle due squadre che si giocano il quarantasettesimo Super Bowl ribattezzato Harbowl per l’occasione; questo non è decisamente un buon momento per la principale lega professionistica di football americano, la NFL. Da qualche tempo infatti sta guadagnando sempre più spazio sui media (al punto che una delle più importanti riviste di attualità economica al mondo ci ha fatto la copertina di questa settimana) un segreto di Pulcinella che non è più/non è mai stato un segreto per nessuno: il football fa male alla salute di chi lo pratica. Ehi, questo sì che è sorprendente! E del resto chi lo avrebbe mai detto che uno sport che prescrive contatti fisici ad alta velocità tra centometristi dal peso di 120 chili potesse essere pericoloso? A quanto pare ci erano arrivati tutti, tutti tranne la stessa NFL, la quale per oltre venti anni ha più o meno sistematicamente “omertato” persino le prove più schiaccianti a sostegno di questa tesi. Finché una tragedia, solo pochi mesi fa, non ha  squarciato il velo delle ammissioni a mezza bocca.

Il 2 maggio 2012, a 43 anni, Junior Seau si è tolto la vita con un colpo di pistola al petto. Da tempo soffriva di gravi disturbi del sonno e profonde spirali di depressione che non rispondevano ai farmaci. Il suicidio di Seau, che si era ritirato da nemmeno tre anni, è stato solo l’ultimo di una lunga lista di casi simili tra ex giocatori di football. L’enorme differenza rispetto a chi lo aveva preceduto sta nel fatto che la carriera di Seau non era stata quella di un comprimario ma quella di una superstar, la carriera di uno dei più grandi linebacker di sempre. Sottoposto ad autopsia, il suo cervello ha rivelato che soffriva di encefalopatia traumatica cronica (ETC) , una patologia cerebrale tra i cui sintomi spiccano depressione, insonnia, irascibilità e stati di confusione. Alla lunga tende a degenerare in Parkinson o Alzheimer, proprio come un’altra malattia sportiva, la demenza pugilistica, con cui condivide molte se non tutte le caratteristiche. L’insorgenza di entrambe le sindromi è strettamente collegata al numero di commozioni cerebrali subite da un individuo nel corso della propria vita. In media un giocatore NFL, in una carriera che tra liceo, università e professionisti può anche durare venticinque anni, ne sperimenta tra le sette e le tredici.

Data la sua visibilità, il suicidio di Seau ha contribuito a ridare vigore alla causa contro la NFL intentata dai parenti di altre vittime della stessa sindrome (tra i quali ora c’è anche la moglie di Seau). Tutto questo mentre, già nel 2011, l’NFL, dopo anni di arrampicate sugli specchi e atteggiamenti che non è possibile definire diversamente che pilateschi (come a suo tempo denunciato dal documentario Blood Equity), muoveva passi più decisi per studiare riforme e modelli per arginare il problema, tra cui l’introduzione di norme pensate per ridurre gli impatti violenti e lo stanziamento di un fondo di 100 milioni di dollari, nell’arco di 10 anni, per la ricerca sull’ETC in favore dell’Harvard Medical School.

Tuttavia queste misure non sono state giudicate sufficienti dai parenti degli ex professionisti oggi affetti da varie forme di handicap mentale. L’obiettivo a cui mira la causa collettiva è l’istituzione di una maxi cassa previdenziale, per affetti da sindromi traumatiche connesse al football, dal valore complessivo di 5 miliardi di dollari per i prossimi 25 anni (una “sciocchezza”, detto senza ironia, da 6,5 milioni di $ a stagione per club), oltre all’introduzione di normative decisamente più severe per ridurre la violenza intrinseca a questo sport.

Una delle ultime e più controverse reazioni prodotte dall’intero dibattito all’interno di un mondo intrinsecamente e schiettamente machista come quello del football, è venuta da Ed Reed, eccezionale safety dei Baltimore Ravens, la squadra che ieri sera ha vinto il Super Bowl contro i San Francisco 49ers. In una conferenza stampa tenuta qualche giorno fa, a proposito del suicidio di Seau, Reed ha dichiarato: “Aveva accettato tutto questo? Certo che aveva accettato tutto questo pur di giocare a football. Junior ha dato tutto quello che aveva per il football. Sono sicuro che ci guarda dall’alto senza rimpianti”.

Paradossalmente, per quanto  queste frasi possano suonare spigolose, non sono poi così distanti da alcuni dei contenuti della risposta data da Obama alla domanda che citavo in apertura. In particolare quando il P.O.T.U.S. dice, ponendo fortemente l’accento su libero arbitrio e responsabilità individuale in modo non troppo diverso da Reed: “I giocatori professionisti hanno un sindacato che li tutela, sono degli adulti, in grado di prendere delle decisioni da soli, inoltre sono ben remunerati per la violenza che subiscono”.

Il dilemma sta però tutto nella parte finale della risposta di Obama: “Ma a volte si leggono certe storie su giocatori di college che affrontano gli stessi problemi di commozioni cerebrali e così via senza avere nessuna rete su cui cadere. Mi piacerebbe che la NCAA se ne preoccupasse maggiormente”.

Lo definisco un dilemma perché, come sa chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il funzionamento dello sport americano, la pratica a livello universitario e ancor prima liceale, è un’anticamera indispensabile per chiunque voglia accedere poi a una carriera professionistica. Un’anticamera in cui si sperimenta però quasi lo stesso livello di stress agonistico e quindi di rischio per la salute che esiste tra i professionisti. Non a caso, nella vertenza in corso, uno degli argomenti più forti utilizzati a propria discolpa dalla NFL, riguarda proprio l’impossibilità di distinguere con assoluta certezza in che punto della sua carriera un giocatore ha subito le commozioni decisive per l’insorgere di una qualche grave sindrome cerebrale. Tra i pro? Al college? Al liceo o magari addirittura ancora prima? Il quadro viene poi ulteriormente complicato e aggravato dal fatto che, come ha raccontato di recente un bellissimo pezzo del New York Times Magazine, tutto quello che vedranno molti di questi atleti in erba del dorato mondo dello sport milionario è appunto l’anticamera. Per una stella che guadagna 20 milioni di dollari a stagione, esistono venti comparse che spendono i migliori anni della loro gioventù con un salario minimo di 2.000 dollari, macerandosi nella squadra delle riserve, nella speranza di avere la loro grande occasione di essere la prossima “cinderalla story” di Sports Illustrated, di diventare il nuovo James Harrison o il nuovo Kurt Warner.

Per concludere, da osservatore europeo e dunque distante dalla mentalità che lo sottintende, ma anche da appassionato di questo sport senza averlo mai praticato, personalmente mi sono fatto l’idea che finora il principale torto della NFL e di qualunque altra realtà che organizza e promuove il football negli Usa, sia stato quello di negare l’evidenza dei fatti e di non promuovere un’adeguata informazione in merito all’argomento e di non aver investito adeguatamente in ricerca medica. Questi atteggiamenti vanno corretti dopodiché, come nel caso dell’industria del tabacco, ritengo che una volta messo al corrente dei rischi di una pratica, ogni individuo debba essere lasciato libero, secondo  la propria coscienza ed educazione, di fare le proprie scelte assumendosi responsabilità e conseguenze. Qualunque altra strada comporterebbe o la messa in fuorilegge del football a tutti i livelli o una sua modifica così profonda da snaturarlo e – è inutile discutere in astratto se sia accettabile o meno tanta violenza in uno sport – semplicemente e molto materialmente, non penso che 110 milioni di americani e l’industria da 9,5 miliardi di dollari annui che alimentano, sarebbero felici di nessuna di queste due soluzioni.

“Se avessi un figlio maschio, ci dovrei pensare a lungo e molto seriamente prima di lasciarlo giocare a football”,  iniziava in questo modo la risposta del Presidente degli Stati Uniti d’America. Secondo la sua coscienza ed educazione, è evidente che Obama, un’indicazione di scelta l’ha data. In qualche casa, alla periferia di Baltimora o San Francisco, però, davanti alla TV ieri sera secondo la sua coscienza e la sua educazione, più di un ragazzino ha fatto la sua scelta: inseguire il sogno di diventare il prossimo Ray Lewis o il prossimo Patrick Willis – costi quel che costi. Così va il mondo e nessuno ha mai detto che fosse un bel posto.

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