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Sunday Assembly

Partecipare alla "messa" di una "chiesa senza Dio" e scoprire che ci sono atei che non vogliono rinunciare all'aspetto sociale della religione senza il bisogno di credere in una divinità.

A febbraio 2013, un organismo ossimorico è nato a Londra nord: una chiesa senza Dio. Due comici, Sanderson Jones e Pippa Evans, fondano la Sunday Assembly, «metà chiesa atea, metà foot-stomping show», al grido di «Live better. Help often. Wonder more». Partecipo a una delle prime messe, in una chiesa sconsacrata di Highbury. In modo accidentalmente metaforico, cade a pezzi. Benché sia il secondo servizio della giornata, contiene centinaia di persone, di cui molte in piedi.

Il tema è la solidarietà. Dopo il sermone, tenuto dal rappresentante di un’associazione che finanzia studenti poco abbienti, l’orchestra attacca Lean on me di Bill Withers, guidata dalla voce genuina di Pippa. La folla ondeggia e si accoda. Molti chiudono gli occhi, scuotendo la testa con entusiasmo protestante. Sanderson salta sul palco come un predicatore presbiteriano, in frugale maglione beige e barba da Gesù medievale, dichiarandosi pronto a dispensare «un sacco di positività su all’incirca tutto» e presentando Pippa, che riesce a far ridere la platea con la storia di una rissa fra tossicodipendenti alla mensa dei poveri. Segue minuto di silenzio, per riflettere sull’altruismo. Facce serie, occhi chiusi, menti allo sterno, piano struggente e saggia voce senile in sottofondo. Interrotto da una battuta di Sanderson, a cui seguono le offerte, e un invito a parlare con il proprio vicino.

Il mio vicino è un parroco anglicano. Mi racconta di aver preso un caffè con Jones, e nega differenze teologiche: «Usiamo solo parole diverse», dice, «la stampa ha il vizio di polarizzare».

Pochissimi se ne vanno, o restano in disparte. Si alzano chiacchiere fra sconosciuti. La maggior parte è fra i 25 e i 35, più qualcuno due generazioni più in là. Il mio vicino è un parroco anglicano. Mi racconta di aver preso un caffè con Jones, e nega differenze teologiche: «Usiamo solo parole diverse», dice, «la stampa ha il vizio di polarizzare». Era stato anche a messa da lui una settimana prima: «Immagino questo non esca, sui giornali», gongola. La funzione finisce in tè, torte e We need a hero, versione collettiva di I need a hero di Bonnie Tyler. Servizi simili si susseguono nei mesi, metastatizzando il resto del Paese. A Pasqua, gli ospiti sono un prete e uno storico. La presentazione recita: «Ci sono stati festeggiamenti primaverili dall’inizio dei tempi, e non sarebbe un peccato perdere 1400 anni di storia britannica per una marginale divergenza teologica? Sì. Lo sarebbe. E poi, amiamo le uova di cioccolato!». L’ultima assemblea a cui vado, a inizio dicembre, è quasi elegante, in una sala eventi a Holborn, con marchio ufficiale e una Sunday school laica, dove i bambini giocano durante la messa. Si raccolgono iscrizioni alle attività organizzate dai membri: una banca del tempo, volontariato con i senzatetto, un club di lettura, un gruppo filosofico, il coro.

Pochi giorni dopo prendo un tè con Pippa Evans, sempre amichevole e sorridente. È famosa per il personaggio di Loretta Maine, una cantante depressa in eyeliner sbavato che canta canzoni rabbiose contro ex fidanzati, solitamente vittime di sanguinario stalking. Lei e Sanderson, in passato impiegato nel settore vendite dell’Economist, hanno lavorato saltuariamente insieme, fra le altre cose in un video premonitore, Happy Goddamn Christmas, un inno al perdono e al ritiro festivo delle ordinanze restrittive. Jones appare sullo sfondo come musicista, in cappello da Babbo Natale, mentre sorride gioioso prima di leccare con malizia il manico della chitarra.

Nel giro di due stagioni sono nate circa venti Sunday Assemblies in Gran Bretagna, e quaranta nel resto del mondo. Ora è un brand: chi vuole avere un’assemblea nella propria città deve seguire delle linee guida, e riceverà un comodo kit da principianti.

Pippa racconta che l’idea per la Sunday Assembly è nata in macchina, durante un viaggio di lavoro verso Bath, nel Somerset. Stavano parlando del suo matrimonio, laico e scenografico: per far felice sua mamma, che voleva «un’atmosfera alla Richard Curtis » (l’autore di Quattro Matrimoni e Un Funerale e Love Actually) gli sposi avevano inscenato un musical con sing along. Il perfetto prototipo di una messa senza Dio: le cose buone della chiesa, senza dogmi oscuri a rovinare la giornata. Un’idea a cui avevano pensato entrambi indipendentemente, che diventava «come il jogging: solo perché si dice entrambi, a quel punto bisogna farlo».

Nel giro di due stagioni sono nate circa venti Sunday Assemblies in Gran Bretagna, e quaranta nel resto del mondo. Ora è un brand: chi vuole avere un’assemblea nella propria città deve seguire delle linee guida, e riceverà un comodo kit da principianti. Il tour mondiale, lanciato a settembre, assolveva alla funzione apostolica di formare predicatori laici, usando le capacità di insegnante di improvvisazione di Pippa.

Fra novembre e dicembre la predicazione dei senza dio ha toccato l’intero mondo anglofono, con servizi in Irlanda, Australia, e Stati Uniti. Dove avviene il primo scisma: in un Paese dove l’ateismo è una questione politica, la giocosa morbidezza dottrinale di Pippa e Sanderson non attecchisce come nella laica Europa. Il gruppo The Godless Revival, a New York, rimane frustrato dalla loro insistenza nel non usare la parola “ateo” nel descrivere l’evento organizzato insieme. Insistenza giustificata dall’ispirazione della Sunday Assembly, completamente opposta a quella del New Atheism da Richard Dawkins: a differenza di altre congregazioni senza divinità – ce ne sono, soprattutto in Nord America – l’assemblea non si riunisce per confutare la credenza in Dio, mai nominato durante le messe, ma a prescindere da essa.

La rilassata ecumenicità di Evans e Jones può passare per superficialità e alimentare sospetti: alcuni insinuano sia la megachurch definitiva – quella con il più alto numero di fedeli possibile.

L’atteggiamento della chiesa di Londra è positivo, di celebrazione della vita terrena, senza bisogno del soprannaturale. Secondo Pippa la chiave, dice come se fosse comunemente considerata una cosa volgare, è «la parola con la C: comunità». Un’idea attraente per atei che si ritrovano ad invidiare la comunità naturale di chi crede, di grande supporto in una città di passaggio come Londra. I volontari confermano: che si sia una studentessa olandese in cerca di familiarità in una metropoli sconosciuta, una signora 66enne a cui manca il cerchio caldo della chiesa, o persone con esperienza nella solidarietà che offrono la propria expertise, lo scopo è incontrare persone con lo stesso modo di pensare.

La chiesa accoglie anche credenti ed agnostici. La rilassata ecumenicità di Evans e Jones può passare per superficialità e alimentare sospetti: alcuni insinuano sia la megachurch definitiva – quella con il più alto numero di fedeli possibile. Nonostante la società senza scopo di lucro fondata in New Jersey «per facilitare le donazioni da parte degli americani », e una campagna di crowdfunding su Indiegogo, la teoria sembra avere poco fondamento. Interrogata sulla questione, Pippa mi fa notare la necessità dei finanziamenti, specialmente con dei dipendenti. Le 500mila sterline chieste per coprire due anni di stipendio di uno staff di tre persone, il full time di Sanderson, e il part time di Pippa, anche aggiunte alle offerte durante le messe, sembrano un ragionevole assegno di sussistenza. Ma se non credono in Dio né vogliono arricchirsi, perché fondare proprio una chiesa? «È semplicemente un buon modello» mi dice Pippa, «funziona». E raccoglie persone con un importante interesse in comune: la ricerca di significato. Una scusa buona come un’altra per sedersi insieme davanti ad una tazza di tè.

 

Nella foto, i fondatori di Sunday Assembly, Sanderson Jones e Pippa Evans

Dal numero 18 di Studio

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