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Lavoratori di tutto il mondo, rilassatevi

Nel futuro i robot monopolizzeranno la produzione, ma in Silicon Valley si pensa già al reddito di cittadinanza per un "comunismo automatizzato di lusso".

Secondo la Bank of America, il 47% dei lavori può essere assolto dalle macchine; secondo Deloitte questa percentuale si ferma al 35%. Quel che è certo, è che lo spettro della disoccupazione di massa si aggira per il mondo: a essere colpiti saranno prima i lavori meno specializzati – taxisti, camionisti e autisti di Uber rimpiazzati dalle auto che si guidano da sole, mentre cassieri, camerieri, baristi, addetti agli hamburger di McDonald’s saranno sostituiti da robot – ma sul lungo termine verranno colpite anche professioni apparentemente al sicuro; il primo robot-avvocato è già stato assunto in una delle più importanti società legali statunitensi.

Gli esseri umani potrebbero diventare superflui, gradualmente sostituiti dai robot (un processo già iniziato, come dimostra il caso della FoxConn, l’azienda che ha rimpiazzato 60 mila operai con automi) in una società che non sarà più in grado di inseguire il sogno della piena occupazione. Uno scenario spaventoso, in cui le diseguaglianze economiche schizzeranno alle stelle assieme al tasso di disoccupazione, e in cui sempre più famiglie si ritroveranno senza reddito. Oppure no? La soluzione al problema potrebbe essere più semplice del previsto (almeno in teoria) e non è un caso se negli ultimi anni se ne parla sempre di più: il reddito di cittadinanza universale, uno stipendio di base garantito a tutti. Così, mentre i robot si occupano di lavorare, l’umanità sarà libera di impiegare il tempo nel modo che preferisce: cercando il lavoro più adatto per integrare il reddito di base, accontentandosi di lavori saltuari all’interno della gig-economy, oppure facendosi bastare circa 800 euro al mese e vivendo senza pensare al lavoro.

Uno degli aspetti più interessanti del reddito di cittadinanza è che mette d’accordo la sinistra alternativa (che lo considera lo strumento per arrivare a una vera giustizia sociale, liberando l’uomo dalle catene del lavoro) e la destra libertaria, secondo cui è uno strumento preferibile e meno paternalistico del tradizionale assistenzialismo statale. Non solo: per i libertari potrebbe essere un incentivo a diventare tutti la «startup di noi stessi», per usare le parole di Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn. L’idea è che il reddito di cittadinanza diventi una sorta di «venture capital per le persone», che non dovendosi più preoccupare di urgenze economiche potrebbero coltivare il loro spirito imprenditoriale, dando vita a una nuova generazione di piccoli imprenditori altamente innovativi (dei makers, come si usa dire) imbevuti dei valori della Silicon Valley.

A man sleeps on his flatbed tricycle in

Messa così, sembra un’utopia. Eppure la questione del reddito di cittadinanza viene presa tremendamente sul serio: la Finlandia e l’Olanda hanno dei progetti pilota pronti a partire, mentre la Svizzera era sul punto di concedere il reddito di base, ma i cittadini hanno bocciato la proposta attraverso un referendum. Eppure, per vedere se e come funziona lo universal basic income si può anche guardare al passato, in particolare a un esperimento tenuto nella metà degli anni Settanta in Canada, nella provincia di Manitoba. Il progetto, chiamato Mincome, prevedeva di fornire un assegno mensile a una parte della popolazione della provincia per vedere che cosa sarebbe successo: la gente avrebbe smesso di lavorare? Avrebbero bruciato tutti i soldi in beni inutili per continuare a vivere in povertà? I ragazzi avrebbero smesso di studiare, non essendocene più bisogno di qualificarsi per un lavoro? L’esperimento non è durato molto – il cambio di governo del 1979 ha causato la brusca chiusura del progetto – ma abbastanza perché un’economista dell’Università di Manitoba, Evelyn Forget, si mettesse decenni dopo a studiare i numeri e a capire cosa fosse avvenuto in quel lasso di tempo.

Secondo gli studi di Forget, come si racconta sul New Yorker, i risultati dell’esperimento furono altamente positivi: il tasso di scolarizzazione salì improvvisamente (visto che nessuno aveva più l’urgenza di trovare un lavoro), i tassi di ricovero in ospedale scesero (perché tutti potevano permettersi le cure di base), mentre la quantità media di ore lavorate calò, ma solo dell’1%. «Sicuramente il reddito di cittadinanza rende più facile per le persone rifiutare lavori che non si considerano all’altezza, ma questa è una conseguenza positiva, non negativa», scrive James Surowiecki. Una conseguenza, tra l’altro, priva di risvolti negativi in un futuro in cui i lavori meno appaganti saranno svolti dalle macchine. Tutto questo, però, non risponde alle due domande più importanti: quanto costa il reddito di cittadinanza? E chi lo paga? Secondo alcuni calcoli, un reddito di base vero e proprio (ovvero garantito a tutti, anche a chi ha un lavoro ottimamente retribuito) costerebbe attorno al 12/13% del Pil nazionale: una cifra astronomica, che in Italia sarebbe superiore ai 250 miliardi di euro l’anno (o, per altri calcoli, fino a 450 miliardi).

Resta la seconda domanda: dove si trovano i soldi? Secondo i libertari, la risposta è tanto semplice quanto brutale: cancellando il welfare state. Niente più pensioni, assistenza sanitaria, sussidi di disoccupazione, detrazioni, ecc. Tutto viene sostituito da un assegno mensile. Da sinistra si tende invece a pensare ad altre soluzioni per evitare che, di fatto, siano i più poveri a finanziare il reddito di base. Un’idea – che si ritrova anche nella proposta in Commissione europea riguardante le tasse sui lavoratori elettronici – potrebbe essere quella di obbligare le grandi aziende a finanziare il reddito di base attraverso gli enormi guadagni ulteriori che la “transizione robotica” consentirà loro di ottenere.

In verità, che dei privati finanzino il reddito di base è già una realtà: a partire dal 31 maggio di quest’anno, Y Combinator (uno dei più grandi acceleratori d’impresa della Silicon Valley) fornirà a un centinaio di famiglie di Oakland, California, un reddito mensile tra i mille e i duemila dollari, per un periodo che può variare da sei mesi a un anno. Ma perché lo fa? «Vogliamo capire che opportunità si creano quando le persone hanno una sicurezza economica di base», spiega al Guardian la direttrice del progetto Elizabeth Rhodes. «Nessuno di noi è interessato a fare un sacco di soldi e basta. Siamo interessati a ciò che può avere un vero impatto sulla società», continua un membro dello staff che segue l’iniziativa.

«Vogliamo capire che opportunità si creano quando le persone hanno una sicurezza economica di base»

Non è facile credere che la filantropia da parte di un incubatore sia disinteressata, così come non è un caso che a interessarsi del reddito di cittadinanza sia proprio una società della Silicon Valley. Ultimamente, alcuni dei suoi esponenti più noti ne sono diventati dei grandi promotori: il guru Tim O’Reilly, il venture capitalist per definizione Marc Andreessen, la fondatrice di ZipCar Robin Chase e molti altri. Perché allora la valle è così interessata al reddito universale? Le ragioni, a quanto pare, sono principalmente due (e di disinteressato hanno ben poco). Gli abitanti storici di Oakland, come quelli di molte altre città nei dintorni di San Francisco, stanno subendo gli effetti della pesante gentrificazione che ha colpito quell’area in seguito al boom della Silicon Valley: affitti carissimi, diseguaglianza economiche crescenti, prezzi che salgono alle stelle e un numero sempre maggiore di famiglie costrette a fare armi e bagagli e traslocare altrove. I miliardari-tech sperano probabilmente di utilizzare il reddito di cittadinanza per placare la rabbia crescente nei loro confronti (emblematico l’episodio in cui vennero lanciate pietre contro i bus di Google che utilizzavano le fermate dei mezzi pubblici).

Ma c’è di più: la Silicon Valley è la principale protagonista della on demand economy. Piattaforme per lavori saltuari come TaskRabbit o Amazon Task, per autisti più o meno professionisti come Uber e Lyft, per affittacamere più o meno in regola come Airbnb e tutte le altre innovazioni “disruptive” che hanno sì aperto il mercato del lavoro e offerto nuove occasioni di reddito; ma hanno anche contribuito a precarizzare sempre di più gli impieghi. «La natura precaria del lavoro nella gig-economy non sembra più così terrificante se ricevi un reddito di base di qualche tipo», scrive Evgeny Morozov, uno dei più noti polemisti quando si parla di Silicon Valley. «Il reddito di base, inoltre, viene visto come il cavallo di Troia che consentirà alle aziende tech di venir considerate progressiste e attente, mentre contribuisce a eliminare gli ostacoli che impediscono una loro ulteriore espansione».

Dal momento che la Silicon Valley è anche in prima linea quando si parla di automazione del lavoro (basti pensare alle auto che si guidano da sole di Google), riuscire a conquistare il reddito di base consentirebbe loro di procedere lungo la strada tracciata senza rischiare di scatenare la rivolta dei “luddisti del 2000” o di perdere l’immagine positiva e progressista che in questi decenni hanno attentamente coltivato. Indipendentemente dalle ragioni interessate che hanno portato la Silicon Valley a trasformarsi nella principale lobby in favore del reddito di base, l’idea di un futuro in cui i robot svolgono la maggior parte dei lavori scarsamente qualificati, mentre l’umanità può decidere di lavorare solo se lo gradisce, è decisamente attraente. Talmente attraente che stanno iniziando a sorgere le versioni più radicali e utopistiche. Tra queste, sta suscitando una certa curiosità il cosiddetto Comunismo Automatizzato di Lusso, collocato nella sinistra futurista dello spettro politico e che sembra ispirarsi all’utopia socialista della Trilogia di Marte o alla visione egualitaria di Star Trek.

Dal nome sembra una parodia, fa pensare al Fronte di liberazione dei nani da giardino, ma i  suoi teorici prendono la cosa molto sul serio, riunendosi nel gruppo noto come Plan C, su Reddit e su Facebook. Il punto di partenza è sempre lo stesso: nel futuro i lavoratori saranno sostituiti dai robot, ma invece di preoccuparci dovremmo festeggiare. «La nostra richiesta è di avere una settimana lavorativa di 10/12 ore, un reddito garantito, una casa garantita, così come l’educazione, la sanità, ecc.», ha spiegato al Guardian Aaron Bastani, fondatore di Novara Media. «Potrebbe ancora esserci del lavoro svolto dagli esseri umani, come il controllo qualità, ma sarebbe ridotto al minimo».

La società immaginata dai comunisti automatizzati pretende che tutti possano accedere al lusso (dove il concetto di lusso è un po’ vago, ma sembra fare riferimento all’accesso collettivo anche a beni non essenziali). La società post-lavorativa del futuro, nella loro visione, non servirà al profitto, ma alle persone. In che modo? Sequestrando i mezzi di produzione e il controllo delle imprese hi-tech e collettivizzandone la proprietà. Il sol dell’avvenire vuole risorgere, ma lo slogan adesso è drasticamente diverso: “Lavoratori di tutto il mondo, rilassatevi”.

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