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Qualche appunto su Thomas Pynchon

Prendere in mano Bleeding Edge (La cresta dell'onda), dopo un'adolescenza anni Novanta passata a leggere Pynchon, e riscoprire lo scrittore che ha dimostrato che la letteratura può esistere anche senza psicologia umana.

- Dev’essere stato il ’99 l’anno in cui lessi il mio primo libro di Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità, e poi a stretto giro tutti i suoi libri che erano allora in catalogo: V., L’incanto del lotto 49VinelandEntropia… Non mi ricordo in quale successione. E mi sentii improvvisamente pynchoniano dopo essere stato delilliano. Lo dico con un po’ di imbarazzo perché credo che all’epoca fossi pynchoniano per motivi abbastanza superficiali. Per esempio, perché quella scrittura mi sembrava completamente nuova, nonostante fosse in realtà vecchia. Ma anche perché leggere Pynchon, in nome del carisma esoterico sprigionato dalla sua icona letteraria, era un modo per darsi delle arie. Pynchon è stato molto di moda (una moda di nicchia certo, ma pur sempre una moda) in Italia alla fine degli anni Novanta. E forse questo ha in parte a che fare con la vita circondata dal mistero più assoluto, la frase che si trova in tutte le bandelle o le quarte dei suoi libri e che un maligno potrebbe reintepretare come la più brillante operazione di marketing editoriale di tutti i tempi. Stranamente, però, passato quel periodo, non ho più letto i libri di Pynchon usciti – Mason & DixonContro il giorno – fino a Vizio di forma, che per inciso mi è piaciuto moltissimo.

– Ora che apro La cresta dell’onda, mi rendo conto subito dalla prima pagina di che Pynchon si tratta. Non so quanto sia stata codificata sul piano critico questa cosa, ma mi sembra evidente che Pynchon abbia scritto due tipi di libri soltanto. La prima categoria si potrebbe definire romanzo storico psichedelico polifonico e comprende L’arcobaleno della gravitàMason & DixonContro il giorno, forse V., che è un po’ a metà tra le due categorie; la seconda categoria comprendi romanzi molto molto simili sul piano strutturale, in sostanza la struttura del noir, e sono concentrati su un unico personaggio piuttosto che essere polifonici, quindi: L’incanto del lotto 49VinelandVizio di forma. Nei libri appartenenti alla seconda categoria, il protagonista è sempre un buono, un po’ idealista e ingenuo che investiga su qualcosa e si ritrova invischiato in qualcos’altro più grande di lui. Questo protagonista viene sempre nominato sin dalle prime righe proprio come in ogni noir che si rispetti.

Una sera d’estate Mrs Oedipa Maas, tornando a casa da un ricevimento Tupperware dove la padrona di casa aveva forse un po’ largheggiato col kirsch nella fonduta, scoprì di essere stata nominata esecutore o forse, più esattamente, esecutrice testamentaria di un certo tal Pierce Inverarity… Più tardi del suo solito, un mattino d’estate del 1984 Zoyd Wheeler si svegliò a poco a poco alla luce del sole che filtrava attravaerso un fico rampicante… Arrivò dal vicolo e salì i gradini sul retro, come sempre. Doc non la vedeva da più di un anno… È il primo giorno di primavera del 2001 e Maxine Tarnow, anche se qualcuno nel database l’ha ancora sotto Tarnow, sta accompagnando a scuola i suoi figli.

È impossibile non accorgersi di come questi quattro inizi si assomiglino tutti. Il nome del protagonista e tre volte su quattro la stagione in cui ci troviamo

– L’ultimo passo è tratto da Bleeding Edge (La cresta dell’onda) ed è impossibile non accorgersi di come questi quattro inizi si assomiglino tutti. Il nome del protagonista e tre volte su quattro la stagione in cui ci troviamo, due volte su quattro anche l’anno. Come minimo viene in mente Harold Bloom e la sua teoria sull’autoinfluenza.  Come massimo si possono fare elucubrazioni su Pynchon come entità inesistente sul piano fisico, Pynchon come software di alta letteratura. Paranoia.

– A pagina 14 una cosa che sembra una parodia di DeLillo: il documentarista Reg, uno dei personaggi collaterali, inizia la sua carriera con riprese pirata dei film in anteprima nei cinema, fino a quando non inizia a riprendere i film con dei movimenti di macchina e viene notato da un professore della NYU che definisce il suo lavoro l’avanguardia di quest’arte post-postmoderna ‘con la sovversione neo-brechtiana della diegesi’.

– a pagina 16 fa la sua comparsa il Web sommerso (Deep Web) e a pagina 17 il cattivone Gabriel Ice, stereotipo del nerd diventato ultra-capitalista: Fa sembrare carismatico persino Bill Gates.

– Considerazione: Pynchon dimostra che la letteratura può esistere anche senza psicologia umana. I suoi personaggi hanno meno spessore dei personaggi di un film d’azione. Anche in questo libro  è così e questo è anche il motivo per cui è praticamente impossibile ricordarsi qualcosa di un libro di Pynchon se non l’ambientazione, l’atmosfera, qualche immagine. Quello che tenta ogni volta di fare è descrivere qualcosa che sta al di sopra dell’uomo, la cosa che fa muovere gli uomini come pedine prive di libero arbitrio. In rete rileggo le critiche che, dopo Contro il giorno, lo hanno definito uno scrittore datato.

– Il problema è che c’è qualcosa però anche in questo tardo Pynchon che ti fa andare avanti, che ti fa stare nel libro con un godimento. I dialoghi mi rompono le scatole, ma le descrizioni sono fantastiche. Specie quelle descrizioni tipicamente pynchoniane piene di neologismi e parole in codice che sembrano collage di linguaggio puro, tipo (a pagina 20) nella traduzione del bravissimo Bocchiola: Ogni minuto e mezzo circa, un dj cercava sul disco l’inno semiufficiale di Ambopedia, Borderline di Madonna (1984) e tutti cantavano la parte che dice ‘O-verthebor-derlinne!!!’ con un particolare risalto al suono ‘n’ finale. Una specie di tradizione, immaginò Maxine.

I dialoghi mi rompono le scatole, ma le descrizioni sono fantastiche. Specie quelle descrizioni tipicamente pynchoniane piene di neologismi e parole in codice che sembrano collage di linguaggio puro

– Ci sono Friends, Jeniffer Aniston, Rudolph Giuliani, Johnny Mnemonic, Time Crisis, X-Files, Homer e Bart, la parola Hipster (per ben 2 volte), ci sono un sacco di gruppi non anni Sessanta di cui non ho preso nota, un gruppo nerdcore che suona dal vivo, un miliardo di film. La sensazione che i riferimenti alla cultura pop siano persino superiori alla sua già alta media.

– La New York di Giuliani viene descritta come il risultato di una invasione di borgatari (a pagina 66): Aaahh! Sono atterrati, sono in mezzo a noi e li aiuta tantissimo il fatto che il sindaco, con le radici nei boroughs esterni e anche più in là, sia dei loro.

– Il cyberpunk. Quando parla di web e descrive questa specie di realtà virtuale chiamata DeepArcher (che ricorda un po’ Second Life), sembra un romanzo di Neal Stephenson (Snow Crash) e ovviamente tutto William Gibson. Le descrizioni degli ambienti virtuali sono i momenti più epici del libro. Viene facile pensare che, anche per il suo alto tesso tecno-paranoico, Pynchon sia un grande fan della letteratura cyberpunk e che l’abbia volutamente incorporare e citare come estetica rilevante del Novecento. Pagina 93: Il resto dello schermo è inghiottito dall’abisso: lungi dall’essere essenza, è anzi un buio che pulsa della luce anteriore all’invenzione della luce.

– p. 97 - È quella che chiamano tecnologia bleeding edge, – dice Lucas. – Cioè ad alto rischio e senza dimostrata utilità, qualcosa che va a genio solo ai fanatici dell’utenza precoce.

– p. 130 Tutto quello che digiti resta.

– p. 140 Supponiamo che il ‘signore’ non sia affatto una persona, ma una forza senz’anima. Vera dichiarazione di poetica. Frase che sembra voler spiegare sinteticamente tutta la visione letteraria di TP.

– A pagina 144 si parla del progetto Montauk come la summa di tutti gli orribili sospetti che ti hanno sfiorato la mente dopo la Seconda guerra mondiale, tutte le scenografie paranoiche, una grande struttura sotterranea, armi esotiche, alieni, viaggi nel tempo, altre dimensioni… Riflessione personalissima: se l’undici settembre è il momento in cui la paranoia che ha nutrito per decenni la letteratura americana (basti pensare appunto solo al binomio Pynchon-DeLillo) si condensa in un evento reale, come se tutta la paranoia avesse presentito l’evento reale, è chiaro che dopo l’undici settembre la paranoia non può più essere un sentimento letterariamente rilevante. Non ci può essere più paranoia dopo le Torri gemelle e quindi questo romanzo, ambientato a cavallo dell’attentato al World Trade Center, sarà l’ultimo romanzo del grande cantore della paranoia americana!

– A pagina 165 la sinossi di una deliziosa e inventatissima soap-opera afroamericana intitolata La difesa di Nickel dell’amore.

– A pagina 235, Tanto alla fine diventa tutto un musical di Broadway, mi sembra un’altra autointepretazione, un’altra dichiarazione di poetica…

– a pagina 288, una pagina meravigliosa con tonnellate di cyberpunk: Computer con tubi catodici giganti, estesi per duemila metri quadrati, sventrati, vuoti, fili sparpagliati dappertutto. Sale operative cosparse di rifiuti, accessori di plastica dei tardi anni Sessanta sgretolati e ingialliti, console radar con schermi circolari incassati, scrivanie ancora occupate dagli avatar di alti ufficiali di fronte a mappe a settori sfarfallanti, ramòanti e sinuose come serpenti ipnotizzati, immagini corrotte, paralizzate, in via di polverizzazione.

– a pagina 376, l’11/9 viene descritto in un modo molto minimalista in poche pagine secche e tutte vissute dall’interno della casa della protagonista più che dall’esterno, forse le migliori e più realitiche che mi sia capitato di leggere. Poi a pagina 378, Pynchon contrappone in un brillante e semplicissimo dialogo le due interpretazioni dell’attentato come Incendio del Reichstag (ovvero la visione complottista del golpe di Bush) o come nuova Pearl Harbour (sono stati presi alla sprovvista). Si può dire che l’autore non concordi con nessuna delle due. La visione del potere di TP è decisamente più panteista (viene citata in un punto che non ho segnato la lacaniana liquidazione dell’ego). Il potere agisce come una divinità caotica o come un gomitolo di cui è impossibile rintracciare i capi. Ed è qualcosa di diverso e più metafisico da quello che i suoi detrattori definiscono un hippie invecchiato male. Certo, TP è un romanziere politico come non me ne viene in mente nessuno. La cosa singolare è che io detesto i romanzieri politici mentre continuo ad ammirare TP.

– ‘Dopo l’attacco dell’undici settembre, – commenta March una mattina, – tra tanto caos e tanta incertezza, si è aperto silenziosamente nella storia americana un buco, un vuoto di spiegazione dove cominciano a scomparire risorse umane e finanziarie. (pagina 474)

– Resto a bocca aperta leggendo questo periodo a pagina 512: Fuori dalle ceneri e dall’ossidazione di quest’inverno postmagico, elementi controfattuali cominciano a balzare fuori come piccoli goomba. Bellissimo, ma che diamine significa? Cerco ‘goomba’ su google e trovo su Wikipedia: Secondo quanto scritto nel manuale di istruzioni di Super Mario 64, i Goomba sono dei funghi Power-up e 1-up andati a male e che si sono alleati col malvagio re Bowser.

– Mafia russa e new economy, Windust sembra un personaggio uscito dalla penna di James Ellroy o di Joan Didion o meglio di Don DeLillo, informatica ebraica e hacker fondamentalisti, videogiochi e video clandestini seminati su blog della controcultura, pornografia e conflitti generazionali, la storia di dieci anni fa come un flusso di dati casuali.

 

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