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L’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo è dovuta anche al fatto che i primi contagiati risultavano negativi perché sono stati testati per la variante di Ebola sbagliata I sanitari hanno sottoposto tutti al test per rilevare la variante Zaire. Si è poi scoperto che le infezioni erano dovute a quella Bundibugyo.
Sally Rooney pubblicherà Intermezzo in Israele con un editore filopalestinese che si oppone all’occupazione e all’apartheid Negli ultimi 5 anni la scrittrice aveva rifiutato di essere tradotta e pubblicata in Israele, una scelta fatta per sostenere il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions).
La NATO è preoccupata che se la guerra in Iran dovesse continuare si ritroverà senza armi e munizioni perché gli Stati Uniti ne stanno usando troppe Finora gli Usa hanno speso 29 miliardi di dollari per una guerra di cui non si vede la fine e ancora non è chiaro lo scopo.
C’è una gran polemica nel mondo letterario perché la Premio Nobel Olga Tokarczuk ha detto di aver usato l’AI durante la stesura del suo nuovo libro Cosa che in realtà non ha mai detto, come si è affretta a spiegare lei stessa in un comunicato stampa in cui precisa che l'AI non scriverà mai al posto suo.
Se siete in Sicilia e incontrate Mick Jagger, sappiate che è lì perché interpreta il padre di Josh O’Connor nel nuovo film di Alice Rohrwacher La sua parte però sarà piuttosto breve, poco più di una scena accanto a Kyo, il personaggio interpretato da Josh O'Connor.
Il prezzo del desideratissimo Royal Pop di Swatch e Audemars Piguet è già crollato ma era assolutamente prevedibile Molti reseller stanno dunque scoprendo solo ora che passare ore in fila ad aspettare forse non è stata la più sensata delle decisioni.
Cate Blanchett produrrà l’adattamento cinematografico di Fashionopolis, il famosissimo libro-denuncia sul fast fashion di Dana Thomas Lo farà con la sua società di produzione, Dirty Films. Il film verrà scritto (e co-prodotto) dalla stessa Dana Thomas e diretto da Reiner Holzemer.

Pio pio. Il realismo della crime fiction/1

10 Maggio 2011
Pio pio, bau bau, miao miao.

1. Il regicidio 

In questo testo vorrei discutere dell’idea di realtà, e di “raccontare la realtà”, che c’è alla base di una bella analisi scritta di recente su Studio da Tim Small. La sua tesi, detta molto approssimativamente, è questa: la crime fiction – sia letteraria che, forse più specificamente, televisiva – è una nuova forma di realismo sociale: un tentativo di racontare storie il cui scopo è descrivere il mondo che ci circonda.

Volevo intitolare questa mia risposta “Il regicidio” – era una specie di gioco di parole sul fatto che gli ultra-realisti della Restaurazione francese si definivano “più realisti del re”. L’idea era che se si comincia a fissare un parametro della realtà (il re, nel caso loro, la crime fiction, nel caso nostro) si finisce per superarlo e ritrovarsi, appunto, da un’altra parte. In questo contesto, la mia risposta voleva essere una sorta di regicidio. Alla fine ho cambiato titolo, però, perché questa roba era tutta un po’ macchinosa. Il titolo attuale sarà più chiaro alla fine.

2. Il solarium

Un’altra premessa: la parte più condivisibile, per me, della tesi di Tim Small, è che quanto di più interessante succede, oggi, nel campo della narrazione, succede a prescindere dalle divisioni tradizionali fra romanzi, film, serie TV ecc. Forse è vero che per accettare la TV nella famiglia dei “mezzi rispettabili” (in cui, ad esempio, il fumetto – o come lo si voglia chiamare – è entrato già da un paio di decenni) ci si è messo parecchio – e che questo è dipeso da reticenze e snobismi e luoghi comuni dei “letterati”. Ma in generale mi sembra che definire la letteratura (come fa Tim) “cose che fanno riferimento ad altri libri letterari, o a trattati di filosofia, o al post-modernismo o a qualsiasi altro –ismo” è tanto sensato quando definire la TV come “quella roba che io non ho in casa dove si vedono tette e culi”: una mossa fatta più che altro per arruffianarsi il lettore calcando la mano sugli stereotipi. Se non sono d’accordo con l’analisi, molto positiva, che fa Tim di The Wire non è perché in quanto scrittore io abbia qualche interesse a marcare il territorio della “letterarietà della letteratura letteraria”, ma perché, come cercherò di spiegare, trovo più realista una serie TV come Boardwalk Empire, o un romanzo “letterario-noioso-di-1000-pagine” come 2666 di Roberto Bolaño, o un capolavoro come Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons.

Questo è importante precisarlo, prima di tuffarsi in questo solarium abilmente camuffato da bar sport, da bagni in riviera romagnola o da terrazza crogiolata nel tramonto di un ottobre romano che è la discussione letteraria.

3. Ma non facciamoci prendere la mano

Sì, non facciamoci prendere la mano. Siamo qui per parlare di crime fiction. Tim la definisce come “narrativa realista incentrata attorno a un crimine”. L’idea sembra essere questa: il crimine entra nella storia della crime fiction quasi solo come pretesto scatenante, come filo conduttore che – attraverso gli sviluppi delle indagini, da una parte, e degli effetti collaterali dall’altra (altri crimini, litigi, ripercussioni, lutti) – fa dipanare una storia. Il “vero tema”, quindi, non è il crimine in quanto tale, ma la realtà che si snoda intorno ad esso.

La crime fiction, scrive Tim, non è semplicemente un giallo, in cui si tiene il pubblico agganciato alla promessa che prima o poi scoprirà se l’assassino è il maggiordomo (ma forse ci sono vari tipi di maggiordomo): è una forma di ritratto del mondo, una strategia per raffigurare una realtà sociale, parola da mettere in corsivo in segno di deferenza. E di cosa si compone questa realtà? Be’, di ciò di cui si compone la realtà, senza corsivo, in cui viviamo tutti i giorni: si compone di idraulici, professoresse, adolescenti, psicologhe, matrimoni, viaggi in bicicletta, procuratori corrotti, assassini senza pietà e imperatori dei cartelli della droga.

4. Le astronavi

Naturalmente, la realtà si compone di moltissimi adolescenti e di pochissimi imperatori dei cartelli della droga. Questo, di per sé, non è un argomento: però dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. Perché siamo portati a ritenere “realista”, o rappresentativo della “realtà sociale”, un genere di narrativa che parla, in fondo, di un settore molto ristretto della realtà, e che gli dà una visibilità del tutto sproporzionata rispetto a quella che ha nella nostra vita quotidiana? Può anche parlarne in modo realistico, ma la cosa non cambia: io posso parlare in modo realistico del fatto che una settimana fa ero in aereo con la nazionale italiana di body building over 50, ma non per questo riterrò di stare parlando del “mondo là fuori” in senso ampio e generalizzabile.

Forse stiamo arrivando da qualche parte. Un altro modo in cui Tim caratterizza la crime fiction è: “il crimine non è altro che una scusa, un espediente per esplorare un mondo popolato da tanti personaggi diversi che, se non fosse per lo scontro dell’omicidio, […] non si sarebbero mai incontrati”. Detta così, sembra una posizione molto fondata, e tutto sommato di buon senso. Ma forse lo sarebbe anche con qualche modifica. Ad esempio: lo sbarco dei marziani non è altro che una scusa, un espediente per esplorare un mondo popolato da tanti personaggi diversi che, se non fosse per lo scontro con le astronavi aliene, non si sarebbero mai incontrati. Mars Attacks è un affresco sociale?

5. Lo specchio che si rompe

Che cosa significa parlare della realtà? In un senso molto semplice, significa sforzarsi di descrivere realisticamente la propria materia, ispirandosi a ciò che si osserva, “inventando il meno possibile”. Ma naturalmente non è questo il senso in cui la crime fiction sarebbe particolarmente rilevante: anche ER e The West Wing lo fanno; anche un film sullo sbarco dei marziani potrebbe farlo. E allora? Probabilmente – quando si parla di “affresco sociale” o cose simili – significa descrivere realisticamente qualcosa che, pur essendo una storia/personaggio/evento singolo, può essere generalizzato: qualcosa che rappresenta, in piccolo, dei meccanismi più vasti che operano anche in altri settori della società. In questo senso, credo, nelle intenzioni di Tim la crime fiction è “più realista” di Mars Attacks: non nel metodo, ma nella scelta del proprio soggetto, che, appunto, è un soggetto particolarmente adatto a parlare del mondo di oggi o a raffigurarlo o a fornire lo specchio delle sue trasformazioni e dei suoi meccanismi e dei suoi lutti.

Il problema, certo, rimane. Come mai parlare di imperatori della droga e killer efferati ci dice o potrebbe dirci di più sul nostro mondo, piuttosto che parlare di alieni? Certo non è una questione statistica (tipo: perché al mondo ci sono più spacciatori alieni), altrimenti fare realismo significherebbe parlare di esperienze universali tipo l’esame delle medie e di tipi umani statisticamente significativi come i neonati. Ma allora perché il crimine “fa realtà” e i marziani no? Il problema, sì, rimane, ma improvvisamente non è più un problema di letteratura ma un problema di mondo, non è più legato alle storie ma a ciò di cui parlano, c’è uno specchio che si rompe e chissà cosa vedremo fra le crepe o invece abbassando lo sguardo nei frammenti che sono caduti in terra, forse ci siamo tagliati.


Questo articolo prosegue e  si conclude giovedì 12

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