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Pifferi, intellettuali e parricidi

Un dialogo (via Skype) sul ruolo dell'intellettuale nell'Italia di oggi e in quella di ieri, per capire quale dovrà essere la sua attività domani e oltre.

È uscito da poco Intellettuali del piffero, un libro in cui Luca Mastrantonio – che si occupa di cultura al Corriere – passa in rassegna le posizioni, le battaglie e le discussioni che hanno animato negli ultimi vent’anni gli intellettuali italiani, qualunque cosa siano. Superficialmente, il libro è la cronaca minuziosa e accattivante di tante battaglie ideali e politiche, giuste o sbagliate o semplicemente confuse, e di chi le ha condotte: per passione, per opportunismo o per mancanza di meglio da fare. Più in profondità, però, Intellettuali del piffero è la storia di un deragliamento, dello scollamento drammatico fra l’opinione pubblica italiana e chi (dovrebbe? vorrebbe?) orientarla.Mi è venuto spesso da ridere, leggendolo. Poi l’ho finito e mi è venuto da piangere e da erigere barricate di filo spinato, o da foderarmi il Barbour di tritolo e correre al Ninfeo di Villa Giulia. Ne ho parlato con l’autore, che non è riuscito a sconsigliarmelo. (VL)

 

Vincenzo Latronico:
Allora: io vorrei cominciare da una domanda molto ingenua. Il tuo libro – di cui poi parleremo meglio – è un’analisi dei vizi, dei meccanismi mentali e delle limitazioni di gran parte della classe intellettuale italiana; a metà fra una storia culturale e un bestiario. Mi ha ricordato la metà visibile di un iceberg: l’iceberg è una “teoria dell’intellettuale”, ma ciò che se ne legge è solo la pars destruens. Per cui: quale sarebbe la parte sommersa? E cioè: quale dovrebbe essere, per te, il ruolo dell’intellettuale “ideale”, in una società come la nostra? Te lo chiedo innanzitutto per interesse egoista. Perché a leggere Intellettuali del piffero sembra che sia davvero impossibile, o insensato, cercare di operare in quel senso in Italia oggi senza finire in trappola.

 

Luca Mastrantonio:
Il libro che è uscito in libreria è tecnicamente la punta di un iceberg, perché si tratta dall’introduzione espansa di un catalogo dove avevo ritratto e documentato l’attività pubblica dei principali intellettuali italiani di questo ventennio. Quel catalogo è la parte sommersa. Ed è costruens o destruens a seconda dei singoli casi, come pure, diversamente, Intellettuali del piffero. Entrando nel merito della domanda, direi che l’intellettuale deve fare da vedetta, segnalare gli iceberg che vede all’orizzonte, per evitarli e per potersi accostare senza impattare. E poi, una volta a terra, sull’iceberg, cioè sulla realtà che per una parte è emersa e per una parte è immersa, nascosta, l’intellettuale deve avere gli strumenti per analizzarla. Prevedere dunque, ma senza fare il profeta, e saper analizzare dati reali, apparenti e nascosti. Troppo spesso si limitano a disquisire sull’odore del ghiaccio che hanno sentito sottovento.

 

Vincenzo Latronico:
C’è un passo di Roberto Bolaño (sempre lui!) che mi è tornato in mente spesso leggendo il libro. È un po’ lungo: «Da parte loro, gli intellettuali senz’ombra stanno sempre di spalle e quindi, a meno che non abbiano gli occhi sulla nuca, è impossibile che vedano alcunché. Sentono solo i rumori che escono dal fondo della miniera. E li traducono o reinterpretano o ricreano. Il loro lavoro, va detto perché salta agli occhi, è molto scarso. Usano la retorica quando si intuisce un uragano, cercano di essere eloquenti quando presagiscono la furia scatenata, tentano di rispettare la metrica quando c’è solo un silenzio assordante e vano. Dicono pio pio, bau bau, miao miao, perché sono incapaci di immaginare un animale di proporzioni colossali o l’assenza di animale».

 

Luca Mastrantonio:
Platone letto da un Sudamericano è fantastico.

 

Vincenzo Latronico:
E io mi chiedo: siamo sicuri che l’intellettuale abbia questo dovere – di immaginare animali o iceberg? Non è questo parte del problema? Che in Italia se scrivi si parte dal presupposto che tu abbia un “dovere sociale” di avere opinioni su tutto, cioè sulla politica? Pensa a quello che è successo a Saviano – di cui nel libro si parla spesso. Fa un libro, tutto sommato buono, sulla camorra. E improvvisamente diventa l’araldo di ogni battaglia, il cantore di tutti i mali. Cosa che ovviamente non gli viene benissimo. È solo colpa sua?

 

Luca Mastrantonio:
L’intellettuale non deve avere doveri, scusa il gioco di parole, né la società deve avere intellettuali. È fisiologico che alcuni gruppi di lavoratori, dall’attività più o meno intellettuale, sviluppino un senso critico nei confronti della realtà. Roberto Saviano, oltre alla messa in mora della sua vita, per le minacce ricevute, è finito in un doppio scacco. È diventato un marchio, un prodotto culturale di consumo (per ironia della sorte, perché lui ha scritto uno dei pochi libri anti-capitalisti di successo, perché questo è Gomorra, un libro contro un sistema che persegue il profitto sfrenato). E poi è vittima di un principio legittimo ma ricattatorio di auto-difesa: poiché lui è stato attaccato dai casalesi, daigomorristi, chiunque lo attacca finisce sullo stesso piano dei gomorristi. Così da pifferaio magico buono, che cioè ha derattizzato le coscienze degli italiani su Casal di Principi e dintorni, è diventato pifferaio magico incattivito, che rapisce l’innocenza di chi lo segue ingenuamente. Diventa un intellettuale del piffero.

 

Vincenzo Latronico:
Ma io mi chiedo: come mai non ci si ferma lì? Come mai ci si aspetta da lui che parli ormai di qualunque “scandalo” politico-sociale di una qualche rilevanza? Come mai Antonio Scurati sente di dover denunciare la televisione quando ritira un premio letterario? È questo – costruzione del marchio? O c’è qualcosa di più? La mia sensazione è che si abbia paura, spesso, che “le idee” non abbiano veramente un’importanza, e allora chi se ne occupa sente di dover scendere in campo in un altro modo. Forse – ha, ha – è colpa di Berlusconi?

 

Luca Mastrantonio:
No, Berlusconi in questo ventennio è solo, solo si fa per dire, una aggravante. Finché non capiamo questo i nostri strumenti sono tarati male. Scurati e Saviano sono due interessanti esempi, solo apparentemente lontani. Entrambi, a un certo punto della loro vita, personale e soprattutto pubblica, hanno deciso di fare attrito, opporsi al sistema in cui erano territorialmente, storicamente o mediaticamente inseriti: Scurati, nel 2005, riceve il Campiello per un libro, Il sopravvissuto (nota: racconta di un ragazzo che fa una strage durante l’esame di maturità), in cui Porta a Portaveniva vivisezionato e criticato per la sua capacità di anestetizzare il dolore, cioè la coscienza. Quando si trova a essere premiato, e provocato da Bruno Vespa che gli chiedeva chi, il protagonista del suo romanzo, avrebbe ammazzato, Scurati risponde “lei, dottor Vespa”. Provocatorio, ma filologico come cortocircuito. Non ha sfruttato quell’occasione, ad esempio, per spararla contro Berlusconi, come fece Edoardo Sanguineti durante un Campiello precedente.

Saviano ha fatto, su diversa scala, qualcosa di simile. Partecipava a una manifestazione contro la camorra, patrocinata dalla Camera e dal suo presidente Bertinotti, era il 2007, a Casal di Principe, dunque al centro del buco nero di quella Gomorra che lui denunciava; lì Saviano ha reso pubblici, in una pubblica piazza, i nomi dei boss che erano denunciati nel libro. Ha attaccato il lupo nella sua tana. Questo non è l’unico modo di operare per  un intellettuale, ma è un modo tra i più potenti – e pericolosi – di affermare la parola pubblica in maniera efficace. Mettendosi di traverso a un meccanismo, la tv e il suo cerimoniale anestetizzante, o addirittura togliendo il tappo all’omertà.

Aggiungo: Scurati ha attaccato/reagito a Vespa perché la tv è la sua materia di studio, era una sorta di redde rationem; per Saviano tornare da protagonista a Casal di Principe, con i boss in piazza, idem. E Marco Travaglio? Così rispondo anche alla tua domanda su Berlusconi. Travaglio, quando a Servizio Pubblico incrocia Berlusconi, il suo arcinemico, una specie di the final countdown, cosa fa? Un numero di varietà, a due, si cambia di posto, ride, si compiace, si specchia quasi. Joker il Cavaliere oscuro.

 

Vincenzo Latronico:
Questa del numero di varietà è la sensazione più forte che si ha leggendo il libro. Che molti degli intellettuali di cui parli siano in fondo una sorta di compagnia di giro, che si alterna i ruoli in uno spettacolo a cui in fondo la “società reale”, cioè il pubblico, è indifferente – lo segue per intrattenimento, ma senza trarne realmente una qualche guida.

E cioè: penso che se Travaglio, diciamo, che ha un grosso seguito “antiberlusconiano”, improvvisamente cambiasse idea e dicesse «ho trovato delle carte che lo scagionano», o qualcosa di simile, non ci sarebbe un cambiamento di opinione pubblica, ma sarebbe lui a perdere seguito.

E quindi forse più che di pifferai si tratterebbe di giocolieri – che ripetono il loro numero continuamente e sanno che se smettono il pubblico si gira e va dalla donna cannone. Il titolo del tuo libro viene anche dalla famosa frase di Vittorini che si rifiutava di «suonare il piffero per la rivoluzione». Era una presa di responsabilità – perché sapeva che se lo avesse fatto sarebbe stato ascoltato, e non voleva guidare chicchessia in una strada di cui non era convinto. Ma adesso il suono del piffero viene ascoltato?

 

Luca Mastrantonio:
Il piffero suona ogni volta che Alessandro Baricco ci lascia a bocca aperta con una immagine efficace, o Erri De Luca usa parabole che sembrano evangeliche, o Travaglio cita una intercettazione come fosse il Terzo Segreto di Fatima, o Gianpaolo Pansa intreccia narrativamente nomi e dati sui crimini dei comunisti, e ancora Oriana Fallaci quando scriveva le sue invettive di alta retorica… Ed è comunque musica, se non presti attenzione, gli vai dietro con il corpo e la mente. Per questo Antonio Pascale  propugna un più laico e prosaico intellettuale  di servizio, e non creativo: l’intellettuale deve verificare, controllare, mettere in discussione, non incantare, fare lo storyteller. O – almeno – non solo.

Ci sono poi casi in cui senti proprio il piffero da quattro soldi, quello color pulcino slavato che tutti abbiamo suonato alle medie, per educazione musicale. Quando Asor Rosa dice che il berlusconismo è peggio del fascismo, e non solo lui, senti che la nota è steccata, il pifferaio è senza fiato.

Troppi intellettuali suonano il piffero neanche per una rivoluzione o un partito, ma solo per se stessi, per la propria sopravvivenza. E solo grazie al clamore delle loro posizioni, strumentali, ottengono quegli spazi mediatici che garantiscono loro lo statuto di intellettuali impegnati.

 

Vincenzo Latronico:
Hai notato? Parli solo di 50-60-70-80enni.

 

Luca Mastrantonio:
In Italia c’è una dittatura anagrafica. Per colpe del sistema e dei giovani che non riescono a imporsi al di fuori del sistema. A parte Saviano, sotto i 40 sono in pochi ad avere un grande seguito, da pifferaio magico. Sta crescendo, mediaticamente, Diego Fusaro, allievo un po’ di tutti, Gianni Vattimo, Giovanni Reale, Massimo Cacciari… Si tratta di un giovane e attivissimo studioso dell’idealismo e del marxismo che viene invitato a tutti i festival, persino a quelli di stampo liberale, dove parla del perché bisogna tornare a Marx. Marx reloaded dove ci porterà?

Il punto di fuga del libro è questo: resettare. Non semplicemente rottamare, per dirla con Renzi, o formattare, come hanno provato a destra. E non tanto per fare largo ai giovani, che è uno slogan vecchio, ma perché il sistema degli intellettuali italiani si è bloccato, inceppato: bisogna spegnere, riavviare, correggere gli errori e, soprattutto, inviare le informazioni corrette su questi errori. Poi ci sono alcuni cui si dovrebbe ritirare la patente perché se guidano l’auto fanno danni. Io credo che non esistano patenti da intellettuale, ma visto che alcuni se la sono data, per autocertificazione, grazie al partito, per opere meritorie, beh, se le patenti non esistono bisogna ritirarle a chi crede di averle. Ritirare queste patenti immaginarie.

 

Vincenzo Latronico:
Una Bacchelli coattiva?

 

Luca Mastrantonio:
Una anti-Bacchelli! Hanno avuto potere, potere vero, in giornali, case editrici, università, partiti, istituzioni e governi. E ora molti tolgono spazio ad altri ricercatori, filosofi, studiosi, scrittori che non godono della rendita dovuta all’appartenenza a fazioni anagrafico-ideologiche.

 

Vincenzo Latronico:
Questo è interessante perché tocca un altro tema cruciale e sotterraneo del libro: il conflitto generazionale (o la sua assenza). Lo spazio non bisognerebbe “prenderselo”? Nel tuo libro citi un’osservazione di Saba secondo cui l’Italia non a caso è fondata non su un parricidio ma sul fratricidio di Romolo – è come se non si voglia uccidere il padre ma diventarne il solo erede.

 

Luca Mastrantonio:
Un sano conflitto generazionale è l’unica via d’uscita da questo ventennio dominato da babyboomers che si son presi tutto, dal liberalismo selvaggio al welfare grasso, dalle babypensioni alle pensioni d’oro. Ma ci sono due problemi: il primo, cui alludi con Saba, è che in ambito intellettuale ci sono due ganasce; da un lato abbiamo Vecchie Trombette, registi, intellettuali e scrittori che inneggiano alla rivoluzione. Usano provocazioni fuori tempo, biologico e storico, anche perché la loro rivoluzione l’hanno fatta , almeno in termini personali, di carriera. Alle Vecchie Trombette però si accompagnano i Giovani Tromboni, tra cui mi ci metto a scanso di equivoci, visto che ho cercato per anni maestri che non ho trovato (a parte qualche mentore e persone che mi hanno valorizzato, ma i maestri sono un’altra cosa). Chi sono i Giovani Tromboni? Acerbi moralisti che hanno ancora l’età veloce dei sensi ma simulano già toni gravi per sembrare più grandi di quello che sono, per farsi accettare dai padri, dalle autorità politiche e sociali; hanno sete di rispettabilità, come diceva Roberto Bolaño che parlava di giovani che, per essere accettati, riconosciuti, si consegnano ai propri aguzzini, pedofili e assassini.

 

Vincenzo Latronico:
Be’, però ci sono anche giovani che vogliono farlo il conflitto. I TQ, ad esempio.

 

Luca Mastrantonio:
L’unico conflitto che quel gruppo ha prodotto è stato all’interno del gruppo e ai suoi potenziali nuovi membri. Alla prima riunione, a Roma nel 2011, cui ero stato invitato dagli organizzatori, tutte persone valide, da Giorgio Vasta a Nicola Lagioia, eravamo non so quanti, forse duecento. C’erano fratelli maggiori, come Antonio Scurati, anche Francesco Piccolo, alcuni parlavano, altri ascoltavano. E poi appunto molti 30/40enni che fanno gli scrittori, i giornalisti, i filosofi, gli editor… lavorano nel terziario culturale economicamente arretrato. Tanti coetanei fraterni e lontani, come Leonardo Sciascia definiva Pier Paolo Pasolini, ma vessati dal molte difficoltà comuni. C’era grande confusione ma pure molta voglia di conoscersi, ascoltarsi, contarsi, contare. Confusione creativa? O cretina? Opterei per la seconda. Mario Desiati, tra i fondatori, molla subito il gruppo, altri si dileguano più o meno velocemente, anche perché viene geneticamente modificato, in modo tale da non superare l’inverno degli scontenti individuali, i livori e le divisioni. Soprattutto le ambizioni di alcuni che volevano rifare il Gruppo 63. TQ era nato come gruppo non ideologico, forse troppo largo ma potenzialmente devastante, se si fossero trovati punti di contatto. Invece si imposero dei professionisti del collettivismo, fisico e telematico, che imponevano temi, linguaggi e metodi del peggior massimalismo da scuola occupata per imitare le occupazioni dei padri. Parlo di Andrea Cortellessa, Christian Raimo, Vincenzo Ostuni… Prima che il gruppo morisse per meningite fulminante auto-indotta ho avuto il privilegio di essere epurato durante una riunione cui non ero riuscito ad andare (nel 2011 sono tornato a Milano, dopo un decennio romano), ma che ho seguito via streaming. Un’esperienza molto utile, rilevatrice e decisamente vintage, sebbene fatta con i nuovi mezzi della democrazia trasparente. Venire epurato, nel duemila.

 

Vincenzo Latronico:
Non è però un po’ il destino di tutti i gruppi che si sono proposti esplicitamente il rinnovo generazionale come obiettivo? I formattatori, i rottamatori, i giovani turchi, TQ. Alla fine il gruppo partito per decapitare i padri si sfalda lottando per la possibilità di essere cooptati al tavolo dei grandi, in quanto rappresentanti dei giovani… Un po’ come le elezioni per il rappresentante d’istituto nel consiglio scolastico. Siamo stati educati male?

 

Luca Mastrantonio:
È così. Siamo bloccati da questo modello di anni ’60/’70. E non è stato ancora trovato un modello nuovo. E non è che le nuove tecnologie siano in sé portatrici di pratiche virtuose, nuove. Penso al mondo grillino che tu hai raccontato come un alveare operoso che produce il male come il miele le api, nella Mentalità dell’alveare. I giovani italiani vivono uno scacco quasi matto. Il parricidio intellettuale oggi sembra impossibile. Perché i parricidi di ieri, o dell’altro ieri, come Umberto Eco e Massimo Cacciari, sostengono che bisogna tornare all’uccisione del padre. Sembra una di quelle scene di film americani in cui un uomo che si ritrova puntata contro una pistola dice ammazzami, sparami, facendo inceppare nella mente dell’aggressore il principio di volontà di annientare, o superare, l’altro. Puoi annientarlo eseguendo un suo ordine? No. Ecco, appunto. Il parricidio impossibile.

 

Vincenzo Latronico:
Qui ti volevo! E come? Il tuo libro in fondo appare come un manifesto in forma di parabola edificante, sul modello del “peccatore punito”: se non facciamo qualcosa, finiremo come questi qui. Manca, però, il capitolo del Che fare.

 

Luca Mastrantonio:
Se seguiamo l’ordine, di ammazzare i padri, ordine che ci viene dai padri, per giunta parricidi, stiamo eseguendo un loro ordine e li stiamo emulando. Se non lo facciamo, in fondo, ci stiamo ribellando; sì, ma come? Diventando conservatori dello status quo, altro che rivoluzionari. Ma se come dice Bolaño i padri che ci rinchiudono negli scantinati della rispettabilità sono assassini oltre che pedofili, e per pedofilia possiamo intendere nepotismo, bullismo senile (praticato da adulti che si comportano come bulli), allora il parricidio non è un crimine, un reato, ma è legittima difesa. E quindi? Dobbiamo essere violenti come sono stati loro? Firmare petizioni gruppettare come quella contro il commissario Calabresi, o agitare il segno della P38 eccetera…? No, assolutamente no. Per essere migliori o, comunque, per essere noi, diversi. Nulla di cruento,nulla che emuli la violenza della rabbia ideologizzata come quella della generazione dei nostri padri. Deve esser un esorcismo, un rito di liberazione, la rottura di un incantesimo, il funerale a un ventennio zombie. Non ascoltare più le loro follie, non credere ai loro giochi, non prendere sul serio le loro facezie; dobbiamo esser più esigenti con i vecchi, da cui pretendere saggezza, e con i giovani, da cui pretendere nuove soluzioni, coraggio, soprattutto il coraggio di non invecchiare precocemente quando ottengono qualcosa. Il proprio posto si conquista e difende facendo conquistare e difendendo il posto di altri che lo meritano, al di fuori delle cooptazioni del passato. Leggersi, ascoltarsi, scontrarsi ma capirsi, non ammazzarsi tra fratelli per poi riconsegnarsi, più unici di prima, ai padri. Ridare indietro il mandato che i nostri padri si sono auto-consegnato.

Il libro si chiude con un’immagine presa da Labyrinth, il film fantasy del 1986 girato da Jim Henson, il creatore dei Muppet… ecco i Muppet… gli intellettuali del piffero sono come i Muppet, come i goblin e gli altri mostri del film… il cui re è interpretato da David Bowie. Il duca bianco ha rapito il fratellino della protagonista, Sarah, una stupenda Jennifer Connelly ragazzina, che farà di tutto per salvarlo, si perderà e ritroverà in un labirinto pieno di prove e trabocchetti, trucchi e giochi di specchi; e alla fine, al re dei Goblin che gli offriva il suo regno, dirà no, “Non hai alcun potere su di me”.

Ecco, i vecchi intellettuali del piffero non devono più avere alcun potere su di noi.

 

La scheda del libro sul sito di Marsilio

Immagine a cura di Filippo Nicolini

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