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Contro «il giusto»

Ritratto (con conversazione) di Pierluigi Battista, in occasione dell'uscita del suo ultimo libro Mio padre era fascista.

Quando Berlusconi era ancora al governo ma cominciava a essere chiaro che, se non altro per ragioni anagrafiche, non ci sarebbe rimasto ancora a lungo, Pierluigi Battista firmò un editoriale sul Corriere della Sera in cui si domandava, non senza malizia, che fine avrebbero fatto gli anti-berlusconiani di professione una volta finita l’era del Cavaliere. La stoccata a Repubblica era evidente. Infatti gli rispose Eugenio Scalfari dandogli velatamente dell’«uomo senza qualità» e, assai meno velatamente, del «revisionista di mestiere» specializzato nel «sostenere che le questioni serie sono altre e chi parla male di lui peste lo colga». In altre parole: un «terzista».

L’episodio, apparentemente legato all’archeologia politica di una fase conclusa, è indicativo di due tratti che segnano ancora oggi l’identità di commentatore e figura pubblica di Battista: da un lato la sua insofferenza, sentitissima e addirittura sottopelle, nei confronti della superiorità morale di cui si sente investita una certa sinistra, in virtù del suo essere schierata contro il male assoluto di turno (il fascismo, Berlusconi, eccetera); dall’altro la disistima da parte di quell’intellighènzia impegnata verso chi non condivide le sue battaglie: o con noi, o contro di noi. Quest’allergia all’idea stessa di «parte giusta», da contrapporsi a una «parte sbagliata», è uno dei temi ricorrenti nell’ultimo libro di Battista, Mio padre era fascista, da poco uscito per Mondadori, in cui l’autore prova a riconciliarsi con il padre repubblichino morto 25 anni fa e che forse aiuta a comprendere le ragioni, un po’ freudiane, della battaglia dell’autore contro quelle che lui definisce le «polizie morali».

Pierluigi Battista è nato nel 1955, figlio di Vittorio, rispettato e borghesissimo avvocato romano che a vent’anni combatté per la repubblica di Salò senza mai pentirsene successivamente. Grande amico di Giorgio Almirante (Pigi scrive di «una fotografia in cui si vede Almirante accanto a un ragazzino dagli occhiali enormi, di nove o dieci anni al massimo, che tirava calci al pallone. E quel ragazzino con gli occhiali enormi ero io»), Vittorio contribuì a fare nascere il Movimento sociale e continuò a sostenerlo fino alla morte del suo fondatore. Rappresentò in tribunale diversi estremisti neri, e anche qualche rosso: i primi li chiamava «i nostri ragazzi», mandando su tutte le furie la prole di sinistra, i secondi li difendeva d’ufficio. Più che nel culto del fascismo, crebbe i figli in un «clima apocalittico» di vergogna dopo la disfatta. «Mio padre incarnava il fascismo della sconfitta, non quello del credere obbedire combattere», racconta Battista in una conversazione con Studio. È un genitore «mortificato», un uomo perennemente avvilito quello che descrive, a più riprese, nel libro: «Era come se avesse voluto addestrarmi a recitare insieme a lui la parte di chi caricava su di sé ogni impurità spregevole, da espellere dal cuore della città».

Giorgio Almirante holding two rag dolls

Come sosteneva Fred Uhlman, lo scrittore ebreo tedesco che dal conflitto mondiale riportò ben altri traumi, poche cose mandano in crisi un figlio maschio quanto vedere il proprio padre umiliato. Così, approdato al liceo, Battista passò dalla parte opposta: in pieno ’68, mentre frequentava il Mamiani di Roma, si unì a un gruppetto marxista-leninista. «Ero un bulletto politicizzato», ha scritto di se stesso l’editorialista. «Il ’68 è stato un grande parricidio e io non ho fatto eccezione. Ero una di quelle persone che si sono vergognate dei loro padri e oggi mi vergogno di essermi vergognato», ripete a Studio, di fatto condensando in una frase il senso intero del suo memoir.

L’impressione è che quel «tradimento», parole sue, sia stato consumato un po’ sì per ribellione all’autorità paterna, ma forse ancor di più per un’esigenza di smarcarsi da quel senso di sconfitta che rimanergli fedele avrebbe comportato. Il giovane Pigi diventò marxista leninista non solo, come spesso accadeva a quei tempi, per scandalizzare i genitori borghesi, ma soprattutto per un desiderio di riscatto e accettazione: «Ero sedotto, affascinato da quella inscalfibile certezza di stare dalla parte giusta, lontana dai pericoli dell’esclusione, nel settore degno di stima della società», scrive.

Il flirt di Battista con la sinistra extraparlamentare durò relativamente poco: racconta che i ripensamenti iniziarono già col rogo di Primavalle, nel ’73. La conversione definitiva arrivò con la fine del decennio: «Per fortuna sono arrivati i favolosi anni ’80. Il momento della liberazione per me. Io ero approdato al Manifesto, ma nel 1976 non ne potevo più. Dio ti vede, Lucio Magri no. E votai radicale», dirà in un’intervista a Sette, dove indicherà come suoi «fratelli maggiori» Ernesto Galli Della Loggia, Giuliano Ferrara e Paolo Mieli. Oggi Pigi si definisce «un liberale antifascista senza casa» e fa parte, insieme a Mieli e Ferrara, di una nutrita schiera di ex sessantottini passati dall’altra parte: Alberto Ronchey lo inseriva nella «old boys net», quella generazione di baby boomer, a dir suo senza padri e senza figli, che, sempre secondo Ronchey, avrebbe a lungo tirato le fila del Paese (Battista ha sempre respinto l’accusa).

Di Ferrara, Battista è stato il vicedirettore a Panorama, poi si spostò alla Stampa dove si distinse per la temuta rubrica Parolaio: «Il lunedì, quando compare sulla Stampa, gli intellettuali di tutta Italia corrono a vedere se c’è il loro nome. Se c’è, è un guaio. Pierluigi Battista è una vipera. Usa il suo linguaggio soft ed elegante per seminare zizzania, attizzare polemiche, inchiodare i narcisi alle loro vanità, svelare gli errori prodotti da quella che definisce “la spocchia dei possessori di un ego troppo arroventato”», scriveva all’epoca Sabelli Fioretti. Poi la vicedirezione, ai tempi di Mieli, del Corriere, dove ancora oggi è editorialista. Nel mezzo, la conduzione di “Batti e Ribatti” su Rai1. Fu in quell’occasione, correva l’anno 2004, che Pigi si definì per la prima volta «terzista» («Sarò terzista ma non neutrale», dichiarò all’Ansa), utilizzando un termine che sarebbe presto diventato un’accusa ricorrente da parte dei suoi detrattori.

Proprio in quanto «terzista», durante il ventennio del Cavaliere, Battista è diventato una delle figure più invise al fronte antiberlusconiano. «Cerchiobattista», lo aveva soprannominato, poco elegantemente, Travaglio. «Maggiordomo Battista», l’ha apostrofato più recentemente Grillo. Per non parlare degli attacchi di Scalfari. Maurizio Crippa lo aveva inserito, insieme a Panebianco e Ostellino, in «quel gruppetto di editorialisti» che ha fatto del «terzismo intellettuale» il trait-d’union di un Corriere moderato in netta contrapposizione con la militantissima Repubblica. Eppure Pigi è stato osteggiato molto più di quanto non lo siano stati i suoi colleghi. In lui c’è qualcosa di particolarmente indigesto per chi vive nel mito gramsciano dell’«odio chi non parteggia, odio gli indifferenti». Battista infatti non si accontenta di non schierarsi, ma fa ben poco per nascondere il suo disprezzo per chi, schierandosi, divide gli italiani in buoni e cattivi.

Confrontation Between Police And Neo Fascist Demonstrators In Milan On May 1970

In un periodo in cui la sinistra batteva sui tasti della “presentabilità” (propria) e dell’“impresentabiltà” (altrui), lui respingeva una linea di demarcazione netta tra “presentabili” e “impresentabili”. Similmente, della sua ribellione giovanile scrive: «Tradii mio padre fascista con quelli che erano il contrario di lui, con quelli che avevano tracciato materialmente la linea di separazione tra l’Italia della rispettabilità, l’Italia antifascista, e quella che doveva restare confinata ai margini, l’Italia dei fascisti, dei cattivi».

Mio padre era fascista racconta il riavvicinamento postumo di un figlio nei confronti di un padre dalle idee politiche sbagliate, e mai del tutto perdonate. Ma, soprattutto, racconta di un allontanamento nato da un’umiliazione paterna: «Penso che sia stata tolta una dignità umana a mio padre. Non sono indulgente verso il fascismo, è l’idea di condannare una persona a vita, di farne un reietto che trovo aberrante», ci racconta l’autore. Da lì la vergogna per avere accettato, in gioventù, i «tribunali morali» del «perbenismo antifascista». Da lì, verrebbe da pensare, anche l’avversione del Battista adulto per i «tribunali morali» del perbenismo antiberlusconiano. Volendo, si può azzardare un nesso tra la battaglia culturale contro l’idea stessa di presentabilità del Battista editorialista e il disagio del Battista adolescente in un clima dove suo padre era considerato impresentabile, perennemente afflitto da un «invincibile senso di inferiorità culturale».

Nel 2009 ha pubblicato il saggio I conformisti - L’estinzione degli intellettuali d’Italia. Sulla quarta di copertina c’è scritto: «La sinistra ha smesso di pensare. La destra non ha mai cominciato a farlo», ma il vero bersaglio sono gli intellettuali di sinistra e la loro «deriva snobista». C’è chi, come Claudio Giunta, lo ha accusato di «prendere la difesa di cause che non hanno bisogno di essere difese, per la buona ragione che sono già delle cause vincenti», perché le sue posizioni (a favore del cinema commerciale, per esempio, o del libero mercato) sono fuori dal coro solo se si parte dal presupposto che il “coro” è una certa l’intellighenzia di sinistra militante che è stata egemone qualche decennio fa ma adesso lo è molto meno.

Questa, insomma, è stata finora la domanda avanzata dai critici di Battista: perché questa insofferenza nei confronti dello snobismo degli intellettuali? Perché, se davvero è un «liberale senza casa», le sue critiche agli intellettuali di sinistra sembrano così più sentite rispetto a quelle alla destra? La risposta, forse più semplice di quanto non si tenderebbe a pensare, si trova proprio in Mio padre era fascista: perché finora la destra italiana non ha relegato nessuno in un «invincibile senso di inferiorità culturale».

 

Nell’immagine in evidenza: Pierluigi Battista, illustrato da Filippo Nicolini. Nell’articolo: Giorgio Almirante; scontri fra la polizia italiana e gruppi di neofascisti negli anni ’70 (Getty Images)
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