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Non andremo più in banca

Le filiali bancarie diventeranno reperti archeologici: è in vista un'altra rivoluzione nelle nostre abitudini, il social lending.

«Se lo fai già per avere un passaggio in auto (Blablacar), affittare una casa per le vacanze (Airbnb), o acquistare quel che ti serve sul gran bazar di eBay, lo puoi fare anche per avere un prestito di denaro. È semplice, non c’è differenza».

«Come non c’è differenza?».

«Fidati, non c’è differenza. Soprattutto quella che potrebbe sembrare una bizzarria finanziaria è il primo passo di una rivoluzione che spazzerà via l’industria del credito per come l’abbiamo conosciuta in questi decenni».

Tendo a fidarmi. Il mio amico direttore di banca possiede il gusto della provocazione ma non è uno di quei banchieri nichilisti e apocalittici sul futuro del settore (magari dopo aver fatto tanti ma tanti soldi…). La sua convinzione si basa su un’esperienza ormai ventennale nella giungla del credito e sulla conoscenza di quel che sta accadendo alla velocità della luce di là dell’oceano, dove tutto è cominciato.

Se ne parla troppo poco, voi giornalisti siete rapiti dalle vicende di Uber e di Netflix o dalla guerra dello streaming tra Apple e Spotify, ma la vera distruzione sta avvenendo nell’industria del credito».

Un’altra volta, come ha già fatto iTunes per i negozi di dischi o Amazon per le librerie, internet aggredisce un settore tradizionale, lo smonta e lo rimonta. «Solo che questa volta è finita sotto attacco della tecnologia e dei nuovi consumatori direttamente la finanza e il suo tempio (apparentemente) inviolabile, la banca. Altro che taxi!».

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In gergo “la rivoluzione che spazzerà via l’industria del credito” viene chiamata “FinTech” ed è la fusione di finanza e tecnologia alla massima potenza perché si basa su cinque ingredienti esplosivi che stanno già riscrivendo altri settori del nostro quotidiano, dalla mobilità alle vacanze, dagli acquisti alla musica, dalla televisione alle news: Tecnologia, Big Data, Condivisione, Algoritmi e Generazione Millennials.

L’applicazione al campo finanziario di questa disruption (parola che piace molto ai consulenti) ha già portato alla nascita di canali alternativi alle banche per prestiti e mutui (il caso più eclatante è Amazon Marketplace per le piccole imprese) e soprattutto allo sviluppo di modelli di prestito peer to peer.

Il campione del settore per ora si chiama Lending Club, una società californiana quotata dallo scorso dicembre a Wall Street e partecipata anche da Google, che l’ha finanziata con la bellezza di 125 milioni di dollari. Nel board di LC e nella squadra degli azionisti, giusto per capire di cosa parliamo, siedono vecchi aristocratici della finanza americana come l’ex segretario al Tesoro Larry Summers e John Mack, l’uomo che guidò Morgan Stanley nello tsunami finanziario del 2008.

Lending Club e i suoi fratelli/rivali come Prosper, OnDeck o Funding Circle in Gran Bretagna, funzionano su un modello simile a eBay. «L’azienda non presta i propri fondi come farebbe una banca, ma intermedia fra investitori nel credito e famiglie o piccole imprese che cercano di finanziarsi o hanno bisogno di denaro per pagare bollette o rimborsi sulla carta di credito», ha scritto Federico Fubini. La piattaforma guadagna chiedendo una commissione ai prestatori.

«Detta così sembra facile e nemmeno troppo innovativo», dico al mio amico banchiere.

«Sbagliato», mi dice.

C’è un altro fattore che fa tutta la differenza: la nostra vita su Internet e nei social network, le ricerche su Google, i pagamenti elettronici sui siti e-commerce, banalmente scaricare una app o della musica in streaming. Le nostre giornate in Rete e i nostri micro comportamenti digitali producono una massa di dati impressionanti per chi li sa leggere e utilizzare. Il social lending in sostanza applica una sorta di rating alla domanda di credito e la fa incontrare con l’offerta di prestiti che arriva dagli investitori. In giro per il mondo circola tantissima gente che ha risparmi in eccesso, oggi remunerati quasi a zero dalle banche. Si compila una domanda on line e per avere una prima risposta bastano dieci minuti. In quattro cinque giorni, se hai il rating, ottieni i soldi (anche prestiti fino a 30-40mila euro).

Non è un caso che proprio LC abbia già firmato accordi importanti con due giganti tech: Google e il colosso e-commerce cinese Alibaba, ormai lanciato nella competizione con i rivali di Amazon. Più ancora del denaro che fanno circolare, il valore di queste piattaforme è nei dati che maneggiano: con le conoscenze e gli stock di Google e Alibaba, aziende come Lending Club perfezioneranno sempre più la capacità di concedere prestiti.

L’impatto sui dinosauri del credito è letteralmente devastante. Secondo molti osservatori Usa le vecchie care filiali bancarie diventeranno reperti archeologici. PricewaterhouseCoopers stima in 5,5 miliardi di dollari l’erogato 2014 del social lending solo negli Stati Uniti, ma il valore dei prestiti attraverso queste piattaforme raggiungerà i 150 miliardi nel 2025.

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«Pezzi interi del sistema dei pagamenti, dei prestiti a privati e imprese sono sotto rapida, crescente aggressione da parte di nuovi attori che, partendo dalla capacità di gestire comunità enormi, stanno entrando nel campo finanziario rubando velocemente spazio, ricavi e clienti alle banche», ragiona Fabio Bolognini, uno dei blogger finanziari più acuti del nostro paese. D’altronde «per collegare l’enorme massa di liquidità gestita da investitori istituzionali e i bisogni di credito dei privati e delle imprese non c’è (più) bisogno delle banche, lo si realizza più facilmente e a costi infinitamente ridotti con piattaforme web, non con filiali e personale in eccesso». Il risultato è fare credito a tassi inferiori offrendo rendimenti superiori a chi investe.

«Va bene ma questo è ciò che succede in America», dico al mio amico banchiere con un filo di provincialismo difensivo.

«Sbagliato. La ricerca di finanziamenti a titolo di prestito attraverso Internet è un fenomeno in rapida diffusione in tutto il mondo». Tra Inghilterra e Cina sono attive oltre una trentina di queste piattaforme lending social e la tecnologia è contagiosa, mette in contatto persone che prima non si sarebbero potute incontrare, si diffonde ai business limitrofi (dai pagamenti online ai conti correnti cui si accede dagli smartphone). Sempre Alibaba nei prossimi giorni lancerà MyBank per le piccole imprese. Dopo il precedente di Amazon Marketplace significa che le piattaforme e-commerce hanno deciso di sfidare le banche in campo aperto. In alcuni Paesi africani, dal Sudafrica alla Nigeria, dove tutto passa dal mobile, le banche non per niente vogliono diventare compagnie telefoniche; in Kenya la locale Telecom è già una banca.

Non solo. L’altro giorno la bibbia dei nerd TechCrunch ha raccontato la stazione prossima ventura delle banche virtuali: «Diversi istituti finanziari stanno muovendo i primi passi verso la realtà virtuale per permettere ai clienti più giovani di analizzare proposte di investimento complesse e conquistare i Paesi emergenti senza aprire filiali fisiche».

Questo è l’altro aspetto decisivo della disruption in corso. Il cambio di valori, stili di vita, abitudini di fruizione e consumi della Generazione Millennials, che fanno avvicinare il peer to peer e la finanza condivisa ai più comuni fenomeni di disintermediazione tipo Uber o Netflix.

Solo qualche dato. Negli Usa il 71% dei giovani preferirebbe andare dal dentista che ascoltare qualsiasi cosa le banche abbiano da dirgli! Un millennial su 3 è pronto a cambiare banca nei prossimi 3 mesi, il 33% ritiene di non averne bisogno e nella top ten dei marchi più odiati ci sono grandi banche come Citigroup e Bank of America. Non bastasse, il 73% degli under 40 è pronto per un’offerta di servizi bancari spedita direttamente da Google, Amazon, Apple, Paypal o Square. (Come si evince da questa mappa su banche e Millennials).

«E in Italia?», chiedo al mio amico direttore di banca.

«In Italia siamo al solito in ritardo di qualche anno, ma quando arriverà l’onda sarà tanto più potente perché si somma ad altri fattori esplosivi della nostra industria del credito»: dal crollo del tempo di frequenza dei clienti nelle filiali al numero abnorme di sportelli bancari (e dipendenti) dopo la scorpacciata degli anni passati (la stagione della liberalizzazione e delle fusioni), quando interi isolati delle nostre città sono stati colonizzati dalle vetrine delle banche.

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Qualche segnale comincia a vedersi anche da noi, se solo il sistema non si perdesse dietro battaglie di retroguardia. La nascita di due piccole piattaforme lending (Smartika e Prestiamoci), grandi società di servizi (ad esempio ComData) cui le banche cominciano ad appaltare servizi e la gestione della clientela via call center, il boom delle banche digitali e degli sportelli automatici dove si possono fare in autonomia versamenti/prelevamenti. Tutti segnali deboli che convergono verso la fine delle banche come le abbiamo conosciute e del sogno piccolo borghese del posto a vita in filiale.

«Resisteranno le banche di territorio, forse…», chiosa con fare tra il profetico e l’ispirato il mio amico banchiere. Il presidio della vicinanza resta un valore, un po’ come la tenuta del negoziante rispetto ai centri commerciali. «Il limite della finanza tecnologica è che non può (e non vuole) replicare i costosi meccanismi relazionali delle banche commerciali», completa Bolognini, «ma diventa imbattibile se il servizio bancario rimane intrappolato nei limiti della scarsa trasparenza, della bassa professionalità del personale, della burocrazia delle procedure». Si salvi chi può.

 

Immagini realizzate da Milos Bicanski, Justin Sullivan, Pascal Le Segretain, Pablo Blazquez Dominguez per Getty Images.
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