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Da oggi Stati Uniti e Russia potranno aggiungere al loro arsenale militare tutte le testate atomiche che vogliono Sono le conseguenze del mancato rinnovo dell'accordo New START, che limitava la proliferazione delle armi nucleari.
Pieter Mulier è il nuovo Direttore creativo di Versace Diventerà ufficialmente Chief Creative Officer l'1 luglio.
La Lofi Girl di YouTube aprirà il suo primo Lofi Café in centro a Parigi Proprio come nel suo canale, diventato famosissimo durante la pandemia e attivo ancora oggi, sarà un posto dove studiare e rilassarsi insieme.
Negli Epstein Files Donald Trump viene citato più volte di Harry Potter nella saga di Harry Potter 38 mila volte, per la precisione. Il conteggio lo ha fatto il New York Times, per dimostrare quanto solido fosse il rapporto tra Trump ed Epstein.
It’s Never Over, il documentario su Jeff Buckley arriverà finalmente anche in Italia, a marzo Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.
Tra le centinaia di giornalisti licenziati improvvisamente dal Washington Post ce n’è una che lo ha scoperto mentre lavorava per il giornale in una zona di guerra La corrispondente Lizzie Johnson ha scoperto di essere rimasta senza lavoro mentre scriveva dal fronte ucraino, al freddo e senza corrente.
Darren Aronofsky si è guadagnato l’appellativo di “traditore del cinema” perché ha fatto una serie usando solo l’AI Sia i critici che i colleghi stanno commentando molto negativamente (per usare un eufemismo) sia la scelta di Aronosfsky che il pessimo risultato ottenuto.

Le ultime paure tecnologiche

Cambia la tecnologia, cambiano fobie e patologie: rimanere senza smartphone, la dipendenza da twitter

22 Febbraio 2012

Si chiama Nomophobia, o Nomofobia, se preferite la versione italiana. No, è inutile ripassare il greco del ginnasio, qui si parla di una patologia moderna, anzi modernissima, e la radice non può che essere inglese. “Nomo” sta per “NO MObile”, assenza di telefonino. Più nello specifico, trattasi della paura di ritrovarsi senza smartphone. Non soltanto di perderlo, smarrirlo, vederselo rubare: la nomofobia interessa anche la possibilità di ritrovarsi offline, impossibilitati al roaming, all’utilizzo delle app, alla connessione con Twitter, Facebook, Four Square e i loro fratelli. Da Londra è arrivata di recente la notizia di una donna che ha smesso di prendere la metropolitana a causa della mancanza di copertura di rete. Non riusciva a sopportarlo.

Studi che dimostrano quanto siano diffusi gli smarphone sono probabilmente più numerosi degli smartphone stessi, tuttavia, alcuni si spingono in sfere più “personali” nel rapporto uomo-oggetto, oltre la semplice possessione. E i risultati, se non sorprendenti, sono comunque interessanti. Uno di questi, effettuato da TeleNav, rivela come più della metà degli americani potrebbe più facilmente fare a meno, per una settimana intera, di cioccolato, caffeina o alcol, piuttosto che del suo prezioso smartphone. Un terzo, invece, sarebbe più disposto ad abbandonare il sesso; il 22 per cento, lo spazzolino da denti. Un altro 20 per cento preferirebbe passare una settimana senza scarpe. Ora, se i sondaggi da un lato e l’America dall’altro sono argomenti da maneggiare con cura (con le pinze, o con le molle, a seconda), lo spaccato antropologico che si dispiega è quasi straordinario. La dipendenza di cui si parla, va da sé, non riguarda l’oggetto telefono in quanto tale: è dipendenza da media, sia esso social o non social.

Quello che stupisce, riguardo alla nomofobia e a queste “addiction” tutte anni dieci, è la sostanziale e fondamentale differenza dai più famosi demoni della storia dell’uomo: non ha nulla di fisico. Un bisogno esclusivamente mentale, sociale o forse anti-sociale, nonostante la definizione antecedente al nome “network”. Chi glielo spiega, insomma, alle mamme, che non devono più temere le prime Marlboro, ma il primo tweet? E chi glielo spiega che a questo punto è più preoccupante se il pargolo se ne sta chino tutta la sera sul suo iPhone 4s anziché uscire, alzare il gomito come tutti gli adolescenti per bene, e tornare a casa zigzagando. Che poi smettere di fumare e bere, in confronto allo star davanti a uno schermo, pare sia una passeggiata (sempre secondo gli americani). Wilhelm Hofmann, uno dei ricercatori che hanno condotto lo studio citato, dice la sua in merito: «Il desiderio per i social media, comparativamente, potrebbe essere più difficile da sconfiggere a causa dell’alta disponibilità dei media stessi, e anche perché sembra che questo tipo di attività non abbia “costi” elevati». Tradotto: niente hangover. I costi sociali dei nuovi disease da touch screen, però, possiamo immaginarceli come disastrosi. Più che sociali, culturali forse: generazioni e generazioni di novelli Bukowski sedicenni scompariranno inghiottiti dalle loro app, la scure finale a tranciare il capo al già moribondo romanticismo. Il fascino della fata verde della bohème superato dalla per nulla sensuale ugola di Siri. L’icona del maledetto James Dean, giubbotto di pelle e nicotina penzoloni dalle labbra, sostituita da un Angry Birds qualsiasi. Forse i giorni per i giovani werther sono contati.
Ma il bicchiere mezzo pieno c’è comunque: se la tecnologia e i nuovi media hanno creato “il popolo della rete”, il più becero giornalistese potrà fare a meno dell’ormai vetusta (e poi così anni ’90!) “sballo”.

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