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21:55 lunedì 23 febbraio 2026
Il Vaticano ha annunciato che le messe nella basilica di San Pietro avranno una traduzione simultanea in 60 lingue fatta dall’AI L'AI in questione si chiama Lara e verrà presentata in occasione dei festeggiamenti per i 400 anni della Basilica.
Durante i festeggiamenti per il 30esimo anniversario della serie è stato annunciato un nuovo anime di Evangelion Nuova serie di cui non si sa assolutamente niente, ma questo non ha impedito alla macchina dell'hype di entrare in funzione.
Alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina, Ilia Malinin si è esibito indossando dei jeans Balmain da 1100 dollari Il pezzo era abbinato a una felpa del rapper NF: nel suo insieme, il look sembrava suggerire una riflessione sulla salute mentale nello sport.
Giorgia Meloni ha dovuto pubblicare un comunicato stampa ufficiale per smentire le voci di una sua partecipazione a Sanremo È stata costretta a farlo perché da giorni questa voce circolava insistentemente, tanto che i giornalisti hanno anche chiesto a Carlo Conti se fosse vera.
La cosa più discussa dei BAFTA non sono stati i film né i premi ma le censure riuscite e fallite della BBC Un insulto razzista non è stato rimosso dalla differita della cerimonia, un "Free Palestine" e una battuta su Trump sono invece sparite. Non è chiaro il metodo applicato dall'emittente.
A giudicare dalle vendite, dopo il ritorno dei vinili potrebbe essere arrivato il momento del ritorno dei cd I numeri sono in crescita negli Usa, in UK e anche in Italia: c'entrano collezionismo e nostalgia, ma pure il desiderio di "possedere" la musica che si ama, soprattutto per i più giovani.
Dopo 13 anni, l’episodio “Ozymandias” di Breaking Bad ha perso il suo 10/10 su IMDb per colpa di una guerra tra il fandom di Breaking Bad e quello di Game of Thrones Era l'unico episodio di una serie tv ad aver mai raggiunto quel traguardo. Che ora è andato perso per colpa della "bellicosità" del suo fandom.
Reynisfjara, la famosissima “spiaggia nera” in Islanda, è stata praticamente distrutta da una mareggiata Il vento e le onde hanno causato il crollo di una grande scogliera: al momento, l'accesso alla spiaggia è impossibile (oltre che vietato).

Le ultime paure tecnologiche

Cambia la tecnologia, cambiano fobie e patologie: rimanere senza smartphone, la dipendenza da twitter

22 Febbraio 2012

Si chiama Nomophobia, o Nomofobia, se preferite la versione italiana. No, è inutile ripassare il greco del ginnasio, qui si parla di una patologia moderna, anzi modernissima, e la radice non può che essere inglese. “Nomo” sta per “NO MObile”, assenza di telefonino. Più nello specifico, trattasi della paura di ritrovarsi senza smartphone. Non soltanto di perderlo, smarrirlo, vederselo rubare: la nomofobia interessa anche la possibilità di ritrovarsi offline, impossibilitati al roaming, all’utilizzo delle app, alla connessione con Twitter, Facebook, Four Square e i loro fratelli. Da Londra è arrivata di recente la notizia di una donna che ha smesso di prendere la metropolitana a causa della mancanza di copertura di rete. Non riusciva a sopportarlo.

Studi che dimostrano quanto siano diffusi gli smarphone sono probabilmente più numerosi degli smartphone stessi, tuttavia, alcuni si spingono in sfere più “personali” nel rapporto uomo-oggetto, oltre la semplice possessione. E i risultati, se non sorprendenti, sono comunque interessanti. Uno di questi, effettuato da TeleNav, rivela come più della metà degli americani potrebbe più facilmente fare a meno, per una settimana intera, di cioccolato, caffeina o alcol, piuttosto che del suo prezioso smartphone. Un terzo, invece, sarebbe più disposto ad abbandonare il sesso; il 22 per cento, lo spazzolino da denti. Un altro 20 per cento preferirebbe passare una settimana senza scarpe. Ora, se i sondaggi da un lato e l’America dall’altro sono argomenti da maneggiare con cura (con le pinze, o con le molle, a seconda), lo spaccato antropologico che si dispiega è quasi straordinario. La dipendenza di cui si parla, va da sé, non riguarda l’oggetto telefono in quanto tale: è dipendenza da media, sia esso social o non social.

Quello che stupisce, riguardo alla nomofobia e a queste “addiction” tutte anni dieci, è la sostanziale e fondamentale differenza dai più famosi demoni della storia dell’uomo: non ha nulla di fisico. Un bisogno esclusivamente mentale, sociale o forse anti-sociale, nonostante la definizione antecedente al nome “network”. Chi glielo spiega, insomma, alle mamme, che non devono più temere le prime Marlboro, ma il primo tweet? E chi glielo spiega che a questo punto è più preoccupante se il pargolo se ne sta chino tutta la sera sul suo iPhone 4s anziché uscire, alzare il gomito come tutti gli adolescenti per bene, e tornare a casa zigzagando. Che poi smettere di fumare e bere, in confronto allo star davanti a uno schermo, pare sia una passeggiata (sempre secondo gli americani). Wilhelm Hofmann, uno dei ricercatori che hanno condotto lo studio citato, dice la sua in merito: «Il desiderio per i social media, comparativamente, potrebbe essere più difficile da sconfiggere a causa dell’alta disponibilità dei media stessi, e anche perché sembra che questo tipo di attività non abbia “costi” elevati». Tradotto: niente hangover. I costi sociali dei nuovi disease da touch screen, però, possiamo immaginarceli come disastrosi. Più che sociali, culturali forse: generazioni e generazioni di novelli Bukowski sedicenni scompariranno inghiottiti dalle loro app, la scure finale a tranciare il capo al già moribondo romanticismo. Il fascino della fata verde della bohème superato dalla per nulla sensuale ugola di Siri. L’icona del maledetto James Dean, giubbotto di pelle e nicotina penzoloni dalle labbra, sostituita da un Angry Birds qualsiasi. Forse i giorni per i giovani werther sono contati.
Ma il bicchiere mezzo pieno c’è comunque: se la tecnologia e i nuovi media hanno creato “il popolo della rete”, il più becero giornalistese potrà fare a meno dell’ormai vetusta (e poi così anni ’90!) “sballo”.

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