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minimum fax

Comincia con minimum fax il nostro ciclo di inchieste sullo stato dell'arte della piccola-media editoria italiana

Un’indagine al di sopra di ogni pregiudizio. E ideologia. Elio Petri non se ne avrà a male. Abbiamo voluto osservare da vicino l’industria editoriale italiana nel suo segmento più vitale – le piccole e medie case editrici – cercando di offrire uno spaccato più rappresentativo possibile. Al netto della discrezionalità delle nostre scelte e con un’unica condizione di base: la dimensione aziendale contenuta. E concentrandoci su due macro-temi: l’aspetto culturale e quello più propriamente imprenditoriale. Abbiamo incontrato persone di varia estrazione e sensibilità: chi legato a un’impronta tradizionale di editore, chi prova a darne una visione nuova e slegata da certe ritualità. Chi cerca di preservarne i tratti artigianali e chi invece preferisce le spalle finanziariamente solide di un grande gruppo. Chi punta sulla saggistica, chi (almeno in parte) sulla poesia, chi sulla narrativa straniera e chi invece su quella nostrana. Chi infine ha deciso che le barriere sono solo una convenzione e che allora nell’idea di libro possono convivere tanti altri linguaggi. Di certo abbiamo incontrato persone competenti, con un solido background culturale e capaci di allargare il raggio delle proprie riflessioni ben oltre l’esperienza individuale. Si parte oggi con minimum fax, pionieri di un movimento che continua a offrire stimoli a tutti i lettori italiani. Forti o meno che siano. (adg)

“Er mejo gatto der Colosseo”

Sarà Roma, sarà la sede di Ponte Milvio, sarà che Daniele di Gennaro (anima insieme a Marco Cassini della casa editrice) ha l’impronta del simpatico gattone da compagnia. Sarà perché parlando con l’ex ventenne (oggi di Gennaro ne ha 44 e la casa editrice quasi venti) si snocciolano pensieri forti con una leggerezza quasi disarmante e l’immagine che viene fuori dell’azienda è perfettamente in linea con quella che i lettori e gli appassionati se ne sono fatti in libreria. Anche attraverso le copertine. Sarà per una certa connaturata simpatia, sta di fatto che minimum fax sembra proprio «Romeo, er mejo gatto der colosseo», mica un gatto siamese fermo in tutta la sua nobiltà di editore. Ovviamente questo di Gennaro non lo dice, si limita a constatare che «siamo stati i primi, questo sì, ma bravi non lo so». Racconta anche di come in passato ci sia stato il rischio di un certo autocompiacimento per i risultati ottenuti e ancor più per l’immagine che il marchio ha riscosso, ma soprattutto racconta di come questa deriva sia stata sventata e di cosa dovrebbe essere oggi il mestiere di editore. Messa così sembrerebbe una presunzione, chi è poi un di Gennaro qualunque (a proposito, con chi scrive c’è solo un legame di semi-omonimia) a confronto dei tanti mostri sacri che hanno popolato le nostre lettere nazionali? In realtà minimum fax dà la sua opinione in merito al mestiere e al ruolo dell’editore nella società contemporanea, forte del valore acquisito negli anni ma con l’umiltà di dire “questa è la mia ricetta e vedo che sta funzionando”. Ovviamente va perfezionata giorno dopo giorno e libro dopo libro, altri possono avere la propria ma oggi nessuno può pensare di fare l’editore «dispensando saggezza dall’alto e salvando il lettore dal peccato originale dell’ignoranza»: il metodo e ancor più l’atteggiamento usato da molti fino a qualche tempo fa. Fino a quando non è comparsa come un fulmine nel panorama editoriale e culturale quella piccola lancia che era la rivista inviata via fax, presto mutatasi in casa editrice, che iniziò subito a competere (quantomeno nel cuore dei lettori) con le grosse flotte del libro.

La missione di minimum fax

Ascoltiamo allora alcune riflessioni con cui di Gennaro ci ha raccontato nascita, sviluppo e soprattutto la missione di minimum fax. Irriverente già dal nome «che prese spunto da una tassa, la minimum tax, una sorta di gabella mal digerita da tutti perché la solita una tantum italiana  imposta proprio negli anni del nostro esordio (fu varata dal governo Amato nel 1992 e abolita da Ciampi l’anno successivo, ndr.)». Partiamo proprio con una riflessione chiara sullo scenario editoriale al momento della nascita di mf: «All’inizio degli anni novanta il mondo dell’editoria cambiò abbastanza nettamente. Noi già dall’esperienza del fax avevamo notato che il confronto con i lettori si stava facendo sempre più serrato. Più che critiche, ci mandavano segnali di esistenza in vita piuttosto espliciti. Molti di questi interlocutori erano anche preparati, alcuni erano monomaniaci di un autore o di un segmento letterario, vuoi del jazz, vuoi del cinema, vuoi della letteratura angloamericana. Erano quindi in molti a segnalare libri assenti dal mercato da tempo, testi mai tradotti o fuori catalogo da vent’anni. E questo si rivelò uno strumento utilissimo nel lavoro di recupero di testi che si erano persi nelle maglie dell’editoria, alcuni dei quali veri e propri capolavori».

Un fenomeno quindi che non poteva lasciare indenne l’editore, il suo ruolo nella società e ancor più il modo in cui percepirsi: «Se fino a quel momento l’editore era una sorta di sacerdote che dall’altro verso il basso somministrava cultura necessaria a salvarsi da un peccato originale, dalla originale macchia dell’ignoranza, con questo schiaffo inverso non poteva che diventare altro: ascoltare diventava quindi una parte imprescindibile della propria attività, a cui far seguire un’opera di mediazione fra lettore e autori. Prendemmo coscienza del fatto che chi interloquiva con noi era una sorta di utenza attiva, capace di esprimere un senso comune. Su questo segnale a noi spettava formulare una proposta editoriale che avesse una chance di creare una comunità di lettori».

“Fare i libri”: il know-how di minimum fax

Ci fu di più, un elemento che evitasse l’appiattimento culturale: «Non essendo negoziabile lo standard qualitativo, la ricerca sulla cura della lingua come strumento d’innovazione e sulla qualità complessiva dei libri, saper ascoltare questi indicatori si rivelò preziosissimo. Indubbiamente una gran fatica ma al tempo stesso la consapevolezza che dall’altra parte c’è qualcuno che ti osserva e che quindi in qualche modo ti condiziona con la sua attività di lettore. Se accetti l’idea che un buon romanzo è fatto per la sua metà dall’immaginazione del lettore – e quindi uno scrittore bravo non deve saturare la pagina o riempire la narrazione di uno strabordante super io – anche il ruolo dell’editore diventa un gioco collettivo, di squadra, quasi collegiale». La comunità di autori e collaboratori che ruota attorno a minimum fax è altrettanto attiva e numerosa («ci saranno almeno una cinquantina di persone che a vario titolo sono stabilmente con noi pur non essendo in organico», ci ha detto di Gennaro) e la stessa attività interna prevede un processo decisionale molto condiviso. Una caratteristica che ha facilitato «la formazione e la coesione del gruppo che oggi è il nostro valore più grande, mentre l’obiettivo di mantenere sempre salda la squadra è la soddisfazione maggiore», riconosce il capobanda.

Ma come si esplica questa pressoché totale condivisione e in cosa è riconoscibile? «Il libro non può essere trattato come un prodotto di largo consumo perché contiene il sogno, la progettualità, l’immaginazione, la memoria: tutti ingredienti con un forte connotato umano che non ti permettono di fare nastro industriale. Almeno la piccola e media editoria – che dovrebbe essere di ricerca, scavare delle linee di riconoscibilità e d’identità capaci poi di creare un mercato – non può permettersi di non fare questo tipo di attività, di ascolto e di selezione. Senza sparare la posa del salvatore che colma la tua lacuna, anzi. Io ricordo che i libri che soffrivano di più erano quelli lapidari con la pagina bianca e in copertina solo “Plauto – OPERE”: sembrava una lapide mortuaria. Fanno un po’ “ricordati che devi morire”, come a dire “appena nasci sei già uno stronzo perché non hai letto Joyce. Sei appena nato e già sei uno che ha una macchia originale”. In realtà non è così: il libro nelle tue mani è l’occasione per fare tua attraverso la pagina l’esperienza di qualcun altro. Tu puoi impossessarti di quell’esperienza, e il libro vivere in quantità enormi. Il libro è godimento, possibilità, liberazione, tutt’altro che una punizione, un salvataggio, o una medicina. Ecco perché abbiamo fatto le nostre scelte sul colore e oggi pubblichiamo “Fare i libri”, una ricognizione sui dieci anni del lavoro grafico di Riccardo Falcinelli, sulle scelte condivise delle vesti grafiche, sui caratteri, sulla carta. È una sintesi massima della responsabilizzante opzionalità che accompagna le nostre giornate: questo si, questo forse, questo no…».

In effetti “Fare i libri” è un volume avvincente: tecnico ma chiaro, utile a capire e al tempo stesso fruibile anche senza cognizioni tecniche, dettagliato, visivamente accattivante. Una buona summa del pensiero di minimum fax, quantomeno per quel che concerne la componente sartoriale dei suoi libri. «Noi siamo bersagliati da occasioni in cui dobbiamo prendere una decisione. E questo – una volta che hai tracciato una linea di riconoscibilità che di certo non possiamo millantare di aver avuto sin dall’inizio perché sensibilità e capacità si acquisiscono strada facendo – va a formare la raccolta segnaletica che abbiamo tradotto nei libri».

«Il libro è un evento e come tale va trattato»

Ma Daniele di Gennaro ci ha colpito anche con un altro aspetto del suo ragionamento, del tutto in linea con la sua idea di editore-tra-la-gente e che probabilmente farà cadere i baffi a qualche trombone più austero: «Il libro è un evento, e come tale va trattato». Oppure: «È un po’ come il maiale, non se ne butta via niente». Quest’ultimo farà venire addirittura attacchi di pertosse, ma ascoltiamolo più nel dettaglio: «I vent’anni della nostra iniziativa sono un’era geologica. Il fax ci ha dato i primi segnali, la rete ha compiuto il processo di trasformazione. Il tempo medio che noi avevamo per metabolizzare una novità s’è contratto. E quindi come nel corso della storia s’è passati dalla sinfonia di ore alla canzone di tre minuti ecco che la fruizione culturale oggi premia la serie, le puntate, il condensato che risveglia l’attenzione. La stessa scrittura per immagini di tanti narratori contemporanei non è solo l’adeguarsi a un trend; è la conseguenza del loro stesso alimentarsi non più solo di letteratura ma di cinema, arte contemporanea, nuovi linguaggi. Che si mescolano e la ritmica, che deve sempre tenere alta la soglia dell’attenzione, è diventata sempre più vicina alle grandi lezioni di Mamet per il cinema e il teatro; a un battito cardiaco diverso». Una cosa che mf vive quotidianamente nell’aritmia che si crea tra la cura minuziosa dei dettagli e l’adrenalina di una comunicazione sempre in corsa con gli eventi.

L’ingrediente della versatilità

Minimum fax s’è infatti strutturata – impiegando complessivamente venti persone – sfruttando il contenuto dei libri sul fronte teatrale, audiovisivo, sulla formazione universitaria con un master a La Sapienza e chi scrive ricorda come il lancio delle prime (ri)pubblicazioni di Raymond Carver vennero proposte al teatro Argentina di Roma attraverso un reading concerto in cui Pasquale Panella interpretava i testi dell’autore americano accompagnato da una band di jazzisti. Pubblicità all’arte attraverso l’arte, era la sottotraccia di quei primi eventi. «Così abbiamo creato la gabbia che ci ha imposto quest’aritmia operativa. Capire che bisogna sì salvare le grandi lezioni di Dostoevskij e del classici su cui ci siamo formati facendole però dialogare con altri linguaggi. Non esiste più una linea verticale. Oggi se vuoi fare l’editore devi sapere di grafica, cinema fotografia, musica. Non puoi prescindere da questo strabismo». E poi: «La condivisione collettiva del testo che creammo con quegli eventi fu una bella rottura. All’Argentina facemmo anche una bellissima serata con Matt Dillon che leggeva le poesie di Bukowski in americano – una variante di “Bukowski, Confessione di un genio”, lo spettacolo che portammo in giro per tre anni con Alessandro Haber. In quei contesti c’era il jazz, la poesia, la letteratura, il cinema con la proiezione di Factotum a fine serata. C’era quindi l’evidenza che dal testo nasce tutto ma che i modi di fruirlo possono essere molteplici.

Il libro del futuro

C’è la possibilità che questo diventi l’ingrediente principale delle nuove forme d’arte, perché l’enhanced-book in cui al libro si sommano fotografie, suono e audiovisivo potrà diventare uno standard. Forse più dell’ebook. Gli scrittori non si sono ancora adeguati a questo ma prima o poi ci sarà un pioniere che farà qualcosa del genere». Ci viene il dubbio che di Gennaro ci stia dando subliminalmente una notizia in anteprima: «No, ma va osservato tutto. Sono gli autori a dover muovere i primi passi. Un’opera del genere non può essere commissionata. Prima o poi ci sarà. Le application dei libri americani hanno già la voce dell’autore che legge il testo, arriveranno a degli ibridi che sono figli di quell’osservazione che ti facevo prima, cioè il multilinguismo, la contaminazione. L’ibridazione dei vari linguaggi non può che aggrovigliarsi sempre di più e generare nuovi standard, nuovi generi».

Decine di altri esempi meriterebbero un racconto dettagliato utile a comprendere ancor meglio la filosofia trasversale e l’identità meticcia di minimum fax: lo spettacolo tratto da “Memorie di Adriano” e raccolto in un box insieme alla sceneggiatura, quello che arriverà a breve in libreria presentando un inedito Carmelo Bene, persona delicata e non mattatore da palcoscenico, lo Scrittour che la neonata Telecom sponsorizzò nel 1995 creando attorno a minimum fax il credito necessario a trovare un’adeguata distribuzione, l’intervista a Lars Von Trier e il triumvirato con Universal e il produttore Leo Pescarolo in occasione di “Dancer In The Dark”, la rocambolesca vicenda della serie “Scrivere New York” il cui lancio su Cult TV rischiava di saltare per la morte di Papa Wojtyla; nonché le prime mosse di una rivista immateriale che sfruttava un mezzo comunemente pensato come burocratico, e i più recenti BookshowBookparty, iniziative in capo a mf live. Oltre alla ricerca sulla lingua, i narratori americani, l’impegno con gli esordienti italiani e la rapidità nell’acquisire i diritti su un premio Pulitzer come Jennifer Egan «facendo una trattativa via mail durante la notte e anticipando così i colossi editoriali ingessati in mille riunioni dirigenziali». E altro ancora per cui ci rivedremo sulle pagine cartacee di questo giornale.

 

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