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L’inquisitore

Ritratto di Massimo Gandolfini, stella del Family Day, diventato eroe delle valli bresciane con il tormentone del gender.

È uguale a Frank Murray Abraham nel Nome della Rosa che fa Bernardo Gui, celebre inquisitore trecentesco autore di un manuale di successo per stanare gli eretici. Non ha scritto però la Practica Officii Inquisitionis Hereticae Pravitatis e forse è meno cattivo Massimo Gandolfini, sessantaquattro anni, neurochirurgo bresciano e istigatore delle sacre folle che hanno invaso il Circo Massimo per il Family Day partendo da Brescia, già città di una Dc giansenista, di Papi tormentati ma progressisti e esperimenti ulivisti, oggi invece avamposto antigender con l’ex ministro Gelmini, e il deputato Bazoli nipote del banchiere di Dio, tra gli incerti timorati del Pd.

La Vandea bresciana però ama soprattutto il suo inquisitore: tremila persone, quaranta pullman (secondo la matematica incerta dell’evento), la falange padana presente al Family Day del mese scorso ha seguito il Portavoce del Movimento per la vita, boss neocatecumenale nella parrocchia della Ss. Trinità e leader spirituale dell’Italia spiritata (nel senso di Spirito Santo) con zainetto. Lui agita la provincia e riscuote i suoi successi come in un nuovo Medioevo. C’è lui alla base della decisione dei sindaci bresciani di issare, sui pannelli luminosi all’inizio dei comuni, le iscrizioni luminose – ove un tempo erano quelle rupestri – contro il gender, che terrorizza l’italiano e dunque figuriamoci il bresciano. Nei territori di Prevalle, terra di nebbie e fonderie, ecco scritte luminescenti che squarciano il buio: «L’amministrazione comunale è contraria all’ideologia gender», subito seguito dal sindaco di Capriolo, con identico pannello, mentre il vicecapogruppo leghista in Regione, Fabio Rolfi, ha invitato «tutti gli altri sindaci, della Lega e non, a fare la stessa cosa nei rispettivi comuni». Si sa che poi la temperie illuminotecnica, da queste valli gutturali, è arrivata alla cattedrale, il Pirellone.

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Ma nelle valli che colpisce la spada di Gandolfini. Chiese e teatri pieni, comunità un po’ terrorizzate dalla modernità arrembante in territori un tempo pasciuti e ora un poco affannati dalla crisi. Arriva lui, inquisitore gentile, nei dibattiti pubblici è pacato, non alza la voce, non ordina a gay e affittuari di uteri di indossare l’abito con la croce degli eretici (che nell’inquisizione di Gui era la penitenza basic, su 930 condanne solo 150 furono quelle a morte, è forse ora di revisionismo). Si limita ad arringare le folle, in parrocchie di centri già celebri per fiere del bestiame, cita Winnicott e naturalmente il gender, il gender è il suo tormentone, ammannisce citazioni di Chesterton a un pubblico non sofisticato: «Verrà un tempo nel quale dovremo sguainare le spade per dimostrare che le foglie d’estate sono verdi», dice in seminari padani dai titoli come “Lo tsunami antropologico, tracce di speranza”, e “Non si tratta di un’esagerazione, credetemi”. Parte bene, dice «non vogliamo giudicare nessuno», poi perde abbastanza la brocca, parlando dell’importanza della madre a livello psicofisico nel bambino, che crea identità, «vorremo mai che il bambino invece che trovarsi le guance morbide della madre trovi delle barbe, dei baffi? Perché dalle immagini dell’infanzia si crea la nostra identità, il nostro essere», e però forse prendendo grandi cantonate, anche, perché proprio i più sbaciucchiati da materne gote si sa che da grandi finiscono nel gender più tremendo.

«Bravissimo come neurochirurgo», dicono, primario alla Poliambulanza, fondamentale ospedale delle suore, all’ordine dei Medici di Brescia pende una richiesta di radiazione presentata da un collega, pare, ma finora non è successo nulla. «Va a raccontare queste storie sui bambini a platee un po’ disorientate dei paesini, è creazionista, dice che la pedofilia è una delle identità di genere come la perversione, dice che vai a letto normale e la mattina ti svegli lesbica, la gente non capisce, applaude», dice a Studio una psicologa che ha assistito ad alcuni incontri, anche se in Rete queste parole non si trovano (pare che l’Inquisitore si scateni soprattutto in centri molto minori, con veemenza inversamente proporzionale alla densità urbana).

«Verrà un tempo nel quale dovremo sguainare le spade per dimostrare che le foglie d’estate sono verdi»

L’inquisitore sogna una grande chiesa che va dalla Mecca a madre Teresa: a Brescia è riuscito a mettere insieme gli animal spirits cattoleghisti con il deprecato Islam. Nella moschea ha tenuto una conferenza sul gender che «deforma la natura che Iddio l’altissimo ha perfezionato nella sua magnificenza». In piazza del Duomo, dove è sepolto il primo vescovo-principe della città, ha riunito invece le Sentinelle in Piedi col Centro Islamico (mentre al Family Day 2015 ha portato anche gli indiani Sikh, che a Brescia sono tantissimi, tipo i cinesi per Sala a Milano).

Nel suo roadshow premoderno Gandolfini è quasi sempre accompagnato dalla moglie, la dottoressa Silvia Ceriani, compagna di classe al liceo scientifico, poi di università a Medicina («abbiamo fatto tutti gli stessi esami insieme, sempre lo stesso giorno», dice a una conferenza), si sono laureati insieme, poi sposati dando inizio al loro core business: l’adozione. Adozione intensiva e non a chilometri zero: sette figli, il primo in Perù nell’83; poi un altro in Brasile; un italiano, «il tribunale ce l’ha dato perché aveva gravi problemi di salute, abbiamo capito più che altro che era un bambino da aggiustare, siamo entrambi medici»; poi una femmina di sei anni con un ritardo mentale lieve, dice sempre la signora, che parla «del mio celebre marito», e parla dei Gandolfini in terza persona. L’ultima è Samantha, una «sfida sanitaria e medica, con sindrome polimalformativa complessissima, è stata operata una decina di volte prima e una ventina dopo l’adozione».

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Nel tempo libero dalla gestione di questa famiglia assai amorevole, e amorevolmente aiutata dalla santa tecnica medica, Gandolfini marito è anche consulente del Vaticano per le cause di beatificazione, tecnicamente «consultore neurochirurgo della Pontificia Congregazione per le Cause dei Santi». Con tutte queste attività ha lasciato la catechesi («una bravissima persona, un integerrimo», dice una sua ex allieva) e sembra sempre più interessato a Roma e alla politica; nella villa a Mompiano, frazione di Brescia accanto al Seminario, non ci sta mai, e viaggia e dichiara sempre di più: al Family Day ha detto che ci si ricorderà a tempo debito di chi «si è messo dalla parte della famiglia e dei bambini e chi se ne sarà dimenticato», solo nell’ultimo weekend invece ha ringraziato i Cinquestelle per l’aiuto ad affossare la Cirinnà e ha corretto il Santo Padre che non vuole immischiarsi («le sue parole sono state strumentalizzate»). Nel Nome della Rosa l’inquisitore Bernardo Gui finiva malissimo: ma è chiaro che qui invece è nata una stella.

Fotografie della manifestazione al Circo Massimo il 30 gennaio 2016 (Andreas Solaro/AFP/Getty Images).
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