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L’uragano Dem

Ancora non si sa se l'uragano Sandy sarà un assist o un autogol per Obama ma di sicuro ha rivelato un certo nervosismo nei democratici

L’uragano Sandy, o Frankenstorm, soprannominato così per il suo essere stato una specie di collage di condizioni ideali per la tempesta perfetta, è passato sul Nord America lasciandosi alle spalle qualcosa come 50 miliardi di dollari di danni, migliaia di sfollati e un numero di vittime intorno al centinaio. Un centinaio più una: l’aplomb del progressismo americano. Solitamente piuttosto pacato ed elegante, imparziale e critico fino all’incontentabile verso i propri referenti politici, in particolare se confrontato alla rozza faziosità della controparte repubblicana, il linguaggio dei democratici ha raccolto il passaggio di Sandy come una palla al balzo per tirare la volata finale al proprio candidato, il POTUS in carica Barack Obama. È così deragliato dai suoi abituali binari di mitezza per lanciarsi in una serie di endorsement iperbolici degni della tanto deprecata Fox News – segno del nervosismo che serpeggia tra i democratici, alla vigilia di un’elezione che secondo quasi tutti i sondaggi sarà più combattuta di quanto si aspettavano.

Ecco alcuni esempi:

La copertura di Sandy su MSNBC , come la racconta Christian Rocca oggi sul suo blog:

[…] su Msnbc, Obama invece è descritto con toni da Istituto Luce come Eisenhower, un comandante in capo, un leader capace di convincere anche i repubblicani. C’è anche un giornalista, Steve Kornacki, che dice di vedere chiaramente la gente indecisa spostarsi da Romney a Obama. I servizi parlano di Sarah Palin e di George W. Bush. Lo slogan di Msnbc è Lean Forward. Quello di Obama è Forward.

La copertina strillata di bloomberg businessweek su cui campeggia a caratteri cubitali la scritta “It’s global warming, stupid”, uscita in concomitanza con l’endorsement di Michael Bloomberg – editore del magazine oltre che sindaco (indipendente, va precisato e spesso critico col Presidente, va precisato bis) di New York – a Obama per le sue politiche ambientali. Il messaggio in copertina è netto e fortissimo e chiaramente ammicca al candidato più verde in corsa, appunto Obama. Peccato che l’articolo all’interno si esprima in forma molto più dubitativa circa la certezza di una connessione tra riscaldamento globale, emissioni di carbone e catastrofi metereologiche. Al momento gli studiosi al massimo concordano che è plausibile ipotizzare un qualche influsso diretto delle emissioni di Co2 e del riscaldamento delle acque oceaniche, sull’intensità di questi fenomeni ma è praticamente impossibile dimostrare allo stato attuale che le attività umane incidano sulla loro frequenza. Queste e altre mille sfumature si perdono nella maggior parte dei commenti che ho letto sui maggiori organi d’informazione d’orientamento progressista in questi giorni, da New Yorker al Times, dall’Atlantic a The Nation. Ovunque la connessione viene data per certa, scientificamente provata e inattaccabile e Obama viene indicato come l’unico candidato che ha le politiche per risolvere il problema.

Un altro macroscopico ingigantimento dei fatti è la rilevanza che tutti questi media hanno deciso di dare alle esternazioni del governatore repubblicano del New Jersey, Chris Christie, il quale si è effettivamente speso molto per elogiare l’azione di Obama durante l’emergenza e forse più del dovuto dato il frangente pre-elettorale ma che, non dimentichiamolo, dato il momento aveva una serie di tornaconti politici personali nel fare quel genere di esternazioni. Uno, immediato, ovvero dimostrarsi agli occhi del proprio elettorato locale l’uomo che in sinergia con la Casa Bianca ha gestito la crisi come meglio si poteva e il secondo, in prospettiva, ovvero costruirsi come finora ha fatto una statura politica all’interno dei repubblicani alternativa agli eccessi Tea Party, dimostrandosi capace di cooperare con la controparte e in definitiva prepararsi la strada per il 2016 quando, con un Romney presidente uscente, avrebbe ben poche chance di giocarsi una candidatura. Non credo sia una seconda lettura che richiede chissà quale malizia e il fatto che quasi tutti i commentatori progressisti che ne hanno scritto abbiano trascurato questa possibilità per descrivere le esternazioni di Christie come il più genuino e sentito degli endorsement al POTUS mi fa pensare che la malizia ce l’abbiano messa loro, chiudendo più di un occhio pur di celebrare le nozze di pioggia tra il Repubblicano sovrappeso che piaciucchia alla gente che piace e Obama.

Tuttavia la cosa più importante su cui la maggior parte dei media democratici ha preferito sorvolare in questi giorni è un’altra. Ed è che prima di Sandy, e se non fosse stato per l’arrivo di Sandy dubito che le cose sarebbero cambiate, il tema dell’ambiente non era praticamente mai stato toccato o sollevato durante il dibattito elettorale e questo nonostante fosse uno dei punti su cui il programma di Obama è nettamente più ricco e articolato di quello di Romney (non che ci voglia molto visto che per l’elettore repubblicano, il riscaldamento globale è una truffa inventata dai verdi, socialisti, europei) ma dal momento che non è un tema che scalda il cuore degli indecisi (e anzi, in assenza di catastrofi, rischia di raffreddarlo) il think-tank di Obama aveva preferito tenersene alla larga, fuorché in certe situazioni mediaticamente idonee. Per esempio, un’intervista concessa a MTV qualche giorno fa, il 27 settembre, poche ore prima che Sandy approdasse sulle coste USA. A un domanda in merito al global warming, Obama ha risposto: «È certamente un tema critico». Incalzato dall’intervistatore che gli chiedeva le ragioni per cui se era tanto critico se ne era parlato così poco durante il dibattito elettorale, Obama ha replicato: «In effetti mi ha sorpreso che non sia diventato un tema» e in rete un anonimo ha commentato come meglio non si potrebbe: «but he is the friggin’ POTUS. He doesn’t actually have to wait for the moderator or an extreme conservative to broach the subject in 4 and a half hours of debates if he thinks it is truly such a “critical issue”». Non credo ci sia da aggiungere altro.

In conclusione, non è dato sapere né è possibile quantificare in che misura Sandy sarà un assist o un autogol per le chance di Obama di essere rieletto. Di sicuro finora è stato un’ottima cartina di tornasole, utile per capire quanto sia diverso il clima tra i ranghi dei democratici rispetto a 4 anni fa, al posto della richiesta di trasparenza e della speranza di allora, oggi circola aggressività, un certo offuscamento dell’onestà intellettuale e della lucidità di analisi che si esprimono anche, se non proprio, nella figura di un candidato che sembra ogni giorno un po’ più stanco e appannato per quanto lo si cerchi di tirare a lucido. Il motto sembra essere “pronti a tutto pur di vincere” e “se il nemico gioca sporco, noi faremo altrettanto”. Ci sta, è la politica bellezza ma non è mai un buon segno quando quello che dovrebbe essere il cervello di un paese emula i comportamenti della pancia pur di batterla. In Italia ne sappiamo qualcosa.

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