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L’affabulatore statistico/2

Nonostante non conosciamo numeri molto "concreti", continuiamo a scommettere su quelli aleatori

Prosegue da qui.

Il caso Everest

È probabile che manderemo un uomo su Marte entro i prossimi decenni, lo è molto meno che per allora avremo trovato un accordo definitivo circa le esatte dimensioni della montagna più alta di questo pianeta.  Nel 1856, tramite complessi calcoli trigonometrici, l’ufficiale Inglese Andrew Scott Waugh stabilì a 8840 metri l’altitudine della vetta chiamata Cholomungma dai Tibetani. Centocinquantasei anni dopo esistono ancora dissidi in merito alla quota reale del picco principale del massiccio del Sagaramatha, come lo chiamano i Nepalesi. A seconda delle “campane”, quello che noi occidentali abbiamo chiamato Everest misura 8850, 8848,13 o 8844,43 metri. Il numero comunemente più accettato è il secondo ma per una minoranza comunque agguerrita, il dato più attendibile invece è il primo, di 8850 metri, ottenuto nel 1999 da una spedizione americana installando un  GPS sulla vetta. Altri ancora sostengono, dopo averlo visionato, che la precisione del calcolo eseguito nel 2005 da un team dell’Accademia Cinese delle Scienze sia impareggiabile e che la quota esatta sia la terza: 8844,43 metri. Al momento poi si attendono i risultati di un nuovo rilevamento, finanziato dal Nepal che in quanto paese “ospitante”  vuole dire la sua. Fatto sta che a tutt’oggi, mentre Curiosity vagabonda su Marte, esistono tre stime discordanti, tutte con delle buone credenziali a loro favore, e che gli 8848,13 metri su cui si conviene sono il frutto di un appeasement politico tra Cina, Nepal e India più che una certezza inoppugnabile. Se rapportati all’altezza totale della montagna, i sei metri di differenza tra la stima più alta e quella più bassa sono l’equivalente di una differenza di 1,2 mm nella misurazione di un essere umano di 180 cm. Può sembrare un’inezia ma è indubbio che non è mai vissuto un uomo alla cui esatta altezza si sia interessato un numero così folto di persone. La mancanza di univocità su questo dato non sottolinea solo la questione politica dei rapporti tra Cina, Nepal e India, le quali vorrebbero tutte avere l’ultima parola in merito, ma un concreto dissidio nella comunità scientifica circa i parametri stessi a cui la misurazione andrebbe sottoposta, in particolare riguardo alla definizione di “zero altimetrico” da cui far partire la misurazione, che negli ultimi venti/trenta anni è diventata sempre più complessa. Apparentemente, più cerchiamo di rendere discreti i nostri parametri e maggiore è il cul de sac in cui ritroviamo e più zoppicanti si rivelano i nostri dati.

Scommesse, statistiche e finanza

Il caso dell’Everest – oltre che uno strepitoso spunto per un documentario di Werner Herzog che un giorno vorrei tanto vedere – può diventare un’ottima metafora per l’eccesso di leggerezza e tracotanza con cui trattiamo la misurazione della realtà e i numeri che da essa ne ricaviamo in generale. A differenza della demografia urbanistica di cui ho scritto una settimana fa, sottoposta per  sua stessa natura a una serie di trasformazioni costanti (mortalità, natalità, migrazioni etc.) che la rendono sfuggente, non si può certo dire che l’Everest sia un sistema altrettanto dinamico a livello quantitativo. Esiste da milioni di anni e da quando disponiamo di osservazioni scritte, non risulta abbia subito trasformazioni significative nella sua composizione. Ciononostante, non siamo ancora stati in grado di attribuirgli un’altezza inequivocabile. Anzi, più procediamo nella ricerca e più scopriamo variabili di cui non avevamo tenuto conto in precedenza. È plausibile che scommettendo su una o forse persino su tutte e tre quelle cifre contro un’entità superiore che, come il Dio di Tommaso d’Aquino, conosce l’intima natura di tutte le cose per intuizione, perderemmo la scommessa. Ma nessuno accetterebbe una scommessa di questo tipo con una simile incertezza e con un verdetto ancora contestato, giusto?  In realtà ogni giorno accettiamo scommesse in situazioni di incertezza nettamente maggiore, su valori molto più variabili e mutevoli con il passare del tempo. La misurazione dell’Everest, per quanto discrepante dalla realtà, è infatti una cifra descrittiva di un ente “immobile” che si trova “qui” e “ora”, mentre le statistiche e i dati su cui scommettiamo più spesso appartengono all’analisi predittiva, al futuro. Nassim Nicholas Taleb, è un ex analista di Wall Street, che in tempi non sospetti si è convertito a inascoltata Cassandra dei guasti del suo habitat precedente. È diventato piuttosto popolare nel 2008 con un saggio pop sulla statistica intitolato Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita. In un testo apparso su The Edge più o meno in contemporanea con il libro, spiega piuttosto efficacemente il tipo di rapporto che la finanza intratteneva con le statistiche e le previsioni, fino al caso Lehman Brothers, scagionando la disciplina statistica in sé. Tra le altre cose, scrivendo: «I rischi insiti nell’utilizzo della statistica all’interno della finanza non vengono dagli statistici – ma dagli utenti “fammi provare anche a me” dei prodotti della statistica. Gli statistici professionisti sanno essere incredibilmente introspettivi e auto-critici rispetto ai presupposti e ai risultati delle loro indagini. […] Bisogna distinguere gli statistici e quelli che, in altri campi, prendono strumenti statistici dai libri di testo senza capirli realmente».

 

Continua giovedì 18

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